Formicaleone

tutta la vita dentro la morte – Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin

C’era una volta in Borgogna un cimitero che aveva una guardiana di nome Violette. Diversamente dai morti, suoi vicini di casa, Violette era una donna allegra. Casa sua era punto di riferimento per i fedelissimi del camposanto, ma anche per chi ci si recava per la prima volta e trovava difficoltà ad orientarsi fra lapidi e croci. Cambiare l’acqua ai fiori, di Valérie Perrin (Edizioni e/o, 2019) racconta della morte ma soprattutto della vita, quella che rinasce nelle risate e nei colori di un armadio pieno di estate. 

Violette è nata per un soffio ed è nata viola. È da lì che l’ostetrica probabilmente ha preso il suo nome. La madre l’ha abbandonata dopo averla messa al mondo, così ha conosciuto parecchie famiglie affidatarie, mai nessuna che fosse definitiva. Giovanissima ha incontrato quello che sarebbe diventato suo marito, Philippe Touissant, da cui è nata la piccola Léonine. Philippe è sempre stato un ottimo amante, nel senso che a letto era imbattibile e le donne le amava tutte, ma proprio tutte. Come marito e come padre invece si è dimostrato incapace, sopraffatto da un egoismo viscerale, eternamente sospettoso, guardingo anche verso i pochissimi affetti della sua vita.

“Col passare dei mesi gli capitava di rimanere fuori intere settimane, fino al giorno in cui non è più tornato. I gendarmi non hanno capito perché non avessi denunciato prima la sua scomparsa. Non ho detto loro che era già scomparso da anni, anche quando ancora si sedeva a tavola con me”.

Un giorno si presenta a casa di Violette un poliziotto di Marsiglia, Julien Seul, con una strana richiesta. La madre, cremata poco tempo prima, aveva espresso il desiderio di riposare per l’eternità accanto ad un uomo di cui non si sapeva nulla, un certo Gabriel Prudent. Julien cercava notizie e magari qualcuno che potesse aiutarlo a soddisfare le ultime volontà di sua madre. A partire da questo incontro inaspettato emerge un intreccio di vite che mette insieme il dolore della perdita e l’urgenza di non abbandonarsi ad essa completamente. Fra presente e passato Valérie Perrin narra della morte come distacco dalla vita terrena che arriva per caso, per sfortuna o per destino, ma anche della morte come incapacità di amare per davvero e di fidarsi dell’altro, di quella fine che si annuncia nelle decisioni sbagliate, in quelle rimandate, nelle invidie, nei giorni tutti uguali di una donna sola.

“La gente rovescia fiumi di parole a casa mia e nei vialetti, sia arrivando che andandosene, spesso tutte e due le volte. Un po’ come i morti, che tramite i silenzi, le targhe funerarie, le visite, i fiori, le fotografie e il modo in cui si comportano i visitatori davanti alla tomba mi raccontano cose della vecchia vita, di quand’erano ancora vivi e dinamici.”

Il vecchio guardiano del cimitero, Sasha, ha insegnato a Violette come coltivare l’orto, come cambiare l’acqua ai fiori, come prendersi cura delle lapidi, dei cani e dei gatti della zona, come accogliere tutta quella vita che si nasconde e riluce di bellezza solo se gli occhi sono pronti a vederla. Violette è rinata nella meraviglia della natura, nella genuinità della verdura, nelle pareti color cipria, oltre il dolore suo e degli altri.    Violette è divenuta gentilezza nel regno dei morti, dove i vivi vanno a piangere e a morire un po’ ogni giorno; è diventata le risate e i caffè caldi per i suoi amici necrofori, Nono il saggio, Gaston l’imbranato ed Elvis come il Presley e per padre Cédric che vorrebbe un figlio ma ama troppo Dio. Violette è una porta aperta sul cimitero e una sulla strada, è la consolazione e l’ascolto, è un registro di appunti per ogni anno con la descrizione dei funerali e con quei discorsi per i cari che non hanno potuto assistervi e cercano ancora ricordi.

Alla fine di questo romanzo il cimitero non è più il luogo tetro della tristezza, ma è il riposo oltre il tempo e insieme storia in divenire per chi rimane. La morte invece è sempre quella che non guarda in faccia a nessuno e se ne frega delle ore libere, delle vacanze, dell’età, dei progetti e dell’amore. 


“Non dicono mai che un uomo di cinquantacinque anni può morire per non essere stato amato, per non essere stato sentito, per aver ricevuto troppi conti da pagare, per aver fatto troppi debiti con le banche, per aver visto i figli crescere e poi andarsene senza neanche salutare, per una vita di rimproveri e musi lunghi in cui la sigarettina o la cannetta per sciogliere il nodo allo stomaco ci stavano proprio bene. Nessuno dice mai che si può morire per averne avuto troppo spesso le palle piene”.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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