Formicaleone

meditazione di luce- sulla poesia di michela zanarella

a cura di Giovanna Albi

L’ultima fatica poetica di Michela Zanarella, la sua quindicesima silloge, tocca i vertici del suo poetare e raggiunge un punto di altezza stra-ordinaria e, direi, di compiutezza, anche se la sua poesia certo non si ferma qui, ma continua il suo percorso ad infinitum.

Proprio l’infinito, con la sua luce, è il fil rouge della raccolta La filosofia del sole, Ensemble 2020, perché si avverte netta l’ aspirazione all’elevazione verso il sole dell’esistenza, non solo di Michela, ma di tutti gli umani che si accostano, avidi di sapere e di commuoversi, alla sua poesia.

Conosco Michela da molto tempo, e i suoi versi mi toccano da vicino e mi interrogano sulle prerogative dell’arte in genere, e della poesia in specie, laddove è uno strumento di indagine del sé, di sublimazione dell’ombra che ci accompagna. Benché sia certa che una parte di noi rimanga sempre in ombra, questa silloge è una meditazione filosofica sulla luce, sul sole, una meditazione che diventa di luce. Non c’è distinzione tra significante e significato, perché tutto è permeato dalla luce, grazie all’uso ricorrente delle immagini e delle metafore che accompagnano il canto con delicato sentire.

La meditazione, certo non digiuna della conoscenza dei poeti che l’hanno preceduta, diventa la filosofia del sole di Michela, sua specifica, in continuum con le sillogi precedenti, ma con la conquista di una consapevolezza più alta, che la induce ad abbandonare il gioco chiaroscurale degli altri lavori per una immersione quasi mistica nella luce del sole e con l’elevazione di una preghiera di ringraziamento per la vita donata.

La luce ci accompagna prima di essere gettati nel mondo e nella luce torneremo:”D’altra parte del cielo/saremo sempre gli stessi/con l’anima meno carica di croci/avremo tutto il tempo/per perdonare il corpo/che pensavano nostro/e per toccare benignamente la luce./Con il cuore sollevato da terra/ciecamente rinati a nuvola/ci chiameranno i vivi/a farci esuli sparsi all’invisibile.

Leggo una fiducia cieca nell’Essere, direi greco: nel mutare delle forme, ma nel permanere della medesima sostanza, una sostanza di sole che non abbandona mai l’uomo neppure nella disgrazia. C’è una impermanenza di tutte le cose, ma un’eternità dell’anima che vede il corpo platonicamente come una prigione. La profondità del contenuto di tale filosofia è però aliena da qualsiasi orpello retorico, ma trova il suo stile in parole chiare e nette, semplici come quelle del sapiente che ha conosciuto e conosce le contraddizioni dell’animo umano e le supera nel vivere quotidiano, dove contano i valori saldi e le persone che ci circondano.

A Michela sta infatti particolarmente a cuore l’interlocutore della sua poesia;, c’è un tu ideale e indefinito a cui si rivolge; il che rende i suoi fruibili da un pubblico vasto, perché l’autrice non è chiusa nella turris eburnea, ma è desiderosa di condividere quanto sperimentato nella sua meditazione/filosofia. Si diceva della vita prima di questo impasto di carne e anima:”Anch’io ho un ricordo/anteriore alla mia carne/prima di essere stata figlia/di questa terra e di mia madre/ero affacciata sul cuore del destino/e tu eri già in silenzio/ad aspettare la ribellione del tempo/per riconoscermi sotto una pioggia di stelle.” Chi è questo tu? Difficile la risposta: questa sta nel cuore della poetessa; potrebbe essere l’uomo amato, ma anche il viandante di questa terra. Certo, è un tu che avvicina e coinvolge e che induce alla meditazione sul comune destino dell’uomo e sulla sua possibile eternità, che comprende una vita prima e dopo la nostra comparsa sulla terra.

Il nucleo della silloge affonda le sue radici negli interrogativi eterni dell’uomo, specie poeta e filosofo: esiste l’anima? c’è una dimensione prima di venire al mondo e dopo la morte? La risposta di Michela è di grande fede e consolazione:”Se l’amore è comunione di cielo e terra/e anime giuste/allora è fuori dal sudario della carne/la genesi azzurra/reminescenza di chiarore.”

Tutto questo sole promana dall’amore, l’unica dimensione in cui c’è la vita, ed è elevazione e punto di incontro tra la terra e il cielo. Questo risale al mondo greco, perché già Platone sosteneva che l’amore unisce l’uomo e gli dei. Si tratta allora di liberarsi dalla prigione del corpo e di manifestarsi come luce pura che incontra il sole e gli altri punti di luce. Siamo tutti interconnessi, frammenti di luce che appaiono per breve tratto sulla terra, ma destinati alla luce eterna.

Riconoscere la luce in tutte le cose, anche quelle avverse, e sentirsi parte di un progetto divino, ci rende invulnerabili, pur nella fragilità, e ci fa sentire in armonia con noi stessi, con gli altri e con l’Universo tutto:”Nominare tutte le cose/anche le più dolorose/luce/e chiamare nettare la vita/a ogni respiro./Se fossimo capaci di capire/che il bene non è la parte minima/dell’amore/ma è una forza antica che proviene/dalle arterie del cielo/ci riempiremo gli occhi di sole/come regola di sopravvivenza/e non ci spaventeremo della notte/o della polvere che insegna alla terra/l’estensione delle nuvole.”

La parola “luce”, posta in posizione di rilievo in terzo verso, secondo tradizione, è l’immagine del sole che ha accompagnato Michela Zanarella in questa lunga meditazione che ha unito terra e cielo, vita e morte con il collante dell’amore che, secondo i Greci, è il primo dio. Questa è la sua filosofia che ci trova d’accordo e ci fa sentire meno soli.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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