Formicaleone

PIDGIN

Che cosa significa oggi, nell’era del digitale, degli audiolibri, scegliere di pubblicare su carta? Un sogno romantico, una coraggiosa sfida?
Al momento la vendita di libri cartacei occupa ancora una fetta importantissima del mercato editoriale, quindi (almeno per ora) non siamo al punto di relegare nella nostra immaginazione la pubblicazione cartacea alla categoria dei prodotti di nicchia per appassionati veraci, come magari, per fare un parallelismo in un altro settore, lo sono i dischi in vinile. Ma anche nel futuro più digitalizzato, credo che ci sarà sempre uno spazietto per queste fette di alberi, così come, per continuare l’analogia, continuano a essere prodotti dischi in vinile e continuano a esserci appassionati che li acquistano. Tutto ciò, tuttavia, non lo intendo in alcun modo come una critica verso le forme digitali di lettura, e ritengo che le critiche di questo tipo siano il più delle volte superficiali. La dimensione fisica del libro è sicuramente preziosa e aggiunge valore, soprattutto se curata bene, ma non dimentichiamoci che l’opera d’arte non è il libro in sé ma l’insieme di parole che contiene. E queste ultime, per quanto mi riguarda, potrebbero anche essere stampate sulla carta igienica.

L’editoria è ancora “quella giungla” di cui scriveva uno scoraggiato John Fante a Carey McWilliams?
Ciò che rende l’editoria una giungla scoraggiante, almeno in Italia, sono soprattutto dei problemi sistemici che prima o poi, se si ha a cuore il bene del settore, andrebbero affrontati dall’alto, e riguardano la distribuzione nazionale e il monopolio dei grandi editori, oltre che chiaramente la diffusione della lettura nella popolazione. Immaginiamo i piccoli e medi editori non come dei predatori che si scannano a vicenda, ma come dei placidi erbivori che vogliono solo brucare in pace. Qualcuno di questi mostra i denti, ma sono tutte prede.

Qual è la fitta rete di rapporti, compromessi e scelte che stanno dietro alla pubblicazione di un libro? Qual è la cura che dedicate ad ogni storia?
Essere un editore indipendente di dimensioni microscopiche ha almeno il vantaggio di poter dedicare a ogni storia la cura più personale possibile. Pidgin Edizioni è perlopiù una one man band, almeno per ora, e questo vuol dire che io mi occupo di ogni fase della pubblicazione di un libro: selezione, traduzione, illustrazione, impaginazione, comunicazione, nonché tutta l’orribile, orribile burocrazia che c’è nel mezzo. Più personale di così non si può. Avendo una linea editoriale con un’idea precisa, le scelte sono molto mirate e di compromessi ce ne sono pochi.

Uno degli obiettivi nel breve futuro è quello di dare spazio, crescente nel tempo, a opere di penne italiane, e in questo cominceremo con la pubblicazione di “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa” di Francesca Mattei nel marzo 2021

Come nasce il progetto della vostra casa editrice, quali gli obiettivi futuri? Sta andando tutto come vi aspettavate?
L’idea era e continua a essere quella di curare un progetto editoriale con una forte personalità, che raccolga espressioni molto intime, sincere e brutali di disagio, che sia individuale e/o sociale, ed esplori i diversi modi in cui questo disagio può essere tradotto in arte con le parole. Uno degli obiettivi nel breve futuro è quello di dare spazio, crescente nel tempo, a opere di penne italiane, e in questo cominceremo con la pubblicazione di “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa” di Francesca Mattei nel marzo 2021, la nostra prima autrice italiana. L’altro obiettivo è quello di integrare nel catalogo anche opere di non-fiction, nello specifico quelli che in inglese chiamano “personal essays”, saggi personali che esplorano con selvaggia onestà tematiche delicate radicate nell’esperienza autobiografica, che secondo me rappresentano il proseguimento naturale del discorso intavolato con i lavori di auto-fiction che occupano una parte importante del nostro catalogo, ad esempio “La squilibrata” di Juliet Escoria, “Problems” di Jade Sharma e “Big Ray” di Michael Kimball.

In un articolo di Oliver Burkeman dal titolo “Come trovare il tempo per leggere” pubblicato su Internazionale il 7 aprile 2015, il giornalista inglese racconta del paradosso e della sciagura di questo suo amico editor che non trovava più il tempo per leggere. È capitato anche a voi?
Sì, assolutamente. Io leggo quasi esclusivamente in funzione della casa editrice: opere straniere e italiane da valutare per la pubblicazione, riletture ripetute degli stessi testi da tradurre e revisionare. A ciò si aggiunge tutto il materiale da valutare per la nostra rivista online “SPLIT”. Compro tanti libri, specialmente di editori indipendenti, ma se riesco a leggerne uno ogni dieci libri letti “per lavoro” è già tanto.

Un libro, un film, una canzone.

“Lo squalificato”, scritto da Dazai Osamu
“Parasite”, diretto da Bong Joon-ho
“Unauthorized Autobiography”, degli Unwound


(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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