Formicaleone

“Orlo” una poesia di Giorgia Deidda

Fare della propria esistenza un miracolo ambulante, una separazione,
una prigionia, una rottura
una gravidanza e riconciliazione
che vengono assorbite e concentrate, circoscritte.
Tutti gli interessi di vita,
più che i miei stessi interessi,
erano un’unione di miserie
– non siete forse per me più che i miei stessi interessi, e anche più della vita –
in un giuoco sottomano –
l’assenza delle cose lontane –
e c’è un legame fra noi e quelle genti tanto lontane, delle pene senza pace.
La moda e la bellezza
non sono mai state
così lontane l’una dall’altra.
******
 
Senti fuori lo scroscio dell’acqua; un assordante rimbombo e sciaquio
che non svelano niente. La calura del camino
mi pasticcia la faccia;
mi guardo allo specchio:
non mi sentivo di rompere quel silenzio.
Sovrappensiero un brontolio dalla cucina;
il rumore delle voci, in trapestio dei passanti,
producevano rumori che mi colpivano il petto, come un suono basso.
Qua e là fra pezzi di cera con larve morte e miele,
ogni tanto si sente quel brontolio; qua e là due api.
*****
 
Camminavo per le vie della campagna, curva e in punta di piedi,
quando vidi il grano muoversi e agitarsi, sollevare il vento, alzarsi e respirare.
Lo vidi muoversi grasso, grosso,
come quando si scorge un filo d’ombra
nella nebbia.
******
 
La foschia, la bruma, il crepuscolo; appartenevo segretamente a loro, fitta e piatta. L’oscurità mi costrinse ad andare via,
ma il grano continuava ad ondeggiare.
*****
 
Chi è, madre, che mi osserva
quando dormo, silenziosa, tetra
e malinconica e cupa
e solitaria e desolata?
Ho sonno, e dormo qua, su questa seggiola: ‘moriremo tutti, se io dormo, non voglio dormire’
Venite, teste calve,
venite con la vostra bruttura
di sguardi, pupille incavate, quando volete, per tutta la notte; io non dormo mai;
ecco io non dormo, ho l’insonnia,
ma non mi annoio. Chiudo gli occhi;
 
sento che le mie muse mi stanno
osservando.
*****
 
Eravamo sul pontile,
tra il viottolo ed il lungosenna. La scarpata era ripida.
C’era una vecchia casa in rovina,
che dava direttamente sull’acqua. Esalava un sentore di alito soffocante
e tra nave e nave
si moveva appena
qualche tremulo riflesso.
E da lì si sentiva una musica
che pareva la voce mia
quando ti sussurravo all’orecchio.
Il tramonto era finito;
porsi l’orecchio al mite lamento del merlo – dovevamo andare.
*****
 
Libagione di corpi,
la mano tende verso il cielo.
Non è di ruggine che mi interessa parlare,
ma di terreno, bagnato
d’acqua sporca e nera
di edere che s’inerpicano nel mio ventre,
scudo di parole infette
e i miei occhi che parlano, acquosi,
con una nebbiolina che sfoca il tuo viso,
perdutamente ed amaramente
mio.
*****
 
Lenti ci dirigemmo verso il fiume;
tu mi tenesti la mano flebile e gigliosa,
e io ti dissi: ”rimani con me stanotte, le stelle si avvicinano.”
Ci stendemmo sul bianco tepore e ci guardammo negli occhi, spirali di morte
in cui io annegavo.
Tu mi dicesti soltanto: “guarda quella stella laggiù, sembra stia per morirIn me si chiude un silenzio ambiguo;
Se parla s’investe di pura certezza,
 
un inerte stupore.
La pallida levità di fronte alla gelida ed intatta mano avverte bagliori di tenebra e s’attenua a poco a poco. Si sfiora e si sfigura, immobile, nel ricordo.
Capii che non ero più polvere ma
disegno concreto di cose lontane.
2009
*****
 
Sono gli occhi,
quelli da cui traspare l’infinito, la vastità degli astri,
l’impalpabile, ignoto etere.
Da ogni cosa nasce un’apertura,
– un paralume verde di vetro mi osserva quando dormo -.
La tenera, sentita premura che traspare dai tuoi occhi è come balsamo.
Guarderò l’infinito dentro di te. 
*****
 
Non c’è amore se non chiudo gli occhi, ché le cose più belle avvengono
 
quando non si scorge la bruttura delle cose elastiche, deformate, rinsecchite
perché queste catene
sono le più molli, più stringono forte più sprofondi nel rigagnolo,
in superficie,
la fenditura che ti fa da cuscino, lo scoglio, la roccia, il ruscelletto.

Poesia tratta dalla silloge poetica in uscita ‘Sillabario senza condono’ (Pedrazzi editore, 2020)


Giorgia Deidda, vive a Orta Nova in provincia di Foggia, ho 26 anni e ha studiato lingue all’Università di Bari. Ha sempre avuto la passione per la letteratura, in particolare quella straniera, con maggiore riguardo per quella inglese e quella russa. Ha iniziato a scrivere versi in età adolescenziale partecipando a vari concorsi e vincendone alcuni. Il suo più grande sogno è quello di diventare una poetessa di discreto successo.

(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *