Formicaleone

“Terribilis est!” di Marco Daniele

«Lo sa che qui non può fumare, signore?»
Il detective Randolph Malone fulminò con un’occhiata lo sbarbatello ispanico che gli avevano assegnato come nuovo partner meno di due settimane prima, poi con un cenno della mano indicò al collega il corridoio deserto. Nessuna infermiera all’orizzonte. Si accese la sigaretta e inspirò lentamente.
«Ma i malati…»
«Le porte sono chiuse, vedi? E poi stanno già male, cosa vuoi che sia un po’ di fumo passivo?»
«Non è una giustifi…»
«Sei proprio uno strazio, sai? Juan Romero, il più promettente rompicoglioni nella polizia di Raventown!»
Il giovanotto sospirò e finalmente gettò la spugna. Randolph poté gustarsi la sua sigaretta fino alla fine, senza interruzioni, godendosi il piacevole effetto di quella scarica di nicotina che gli distendeva i nervi. Ma quando arrivò il momento dell’ultima tirata e si accorse che non c’era ancora la minima traccia del medico che l’aveva lasciato ad aspettare in quel corridoio, gli tornò il malumore.
«Siamo qui da mezz’ora, ormai!» sputò fuori. «Ci manca solo che alla fine il dottore esca fuori e dica: “Potete tornare in centrale, signori, ripassate domani e vediamo come sta”»
«I medici devono accertarsi che Barlow sia in condizione di poter essere interrogato» fece notare Juan. «Fisicamente e psicologicamente. Ieri era troppo debole e non è detto che oggi stia meglio»
Randolph sospirò. «Non mi piace questa storia. Me lo sento nelle ossa. C’è qualcosa di terribile dietro tutto questo»
«Già, è un brutto caso. Il modo in cui era ridotto il corpo di Blackwood… e le condizioni in cui hanno ritrovato quel ragazzo, con i bulbi oculari cavati dalle orbite…»
«Ah, non è per quello, Romero! Tu puzzi ancora di latte e pannolino, ma se facessi questo lavoro da metà del tempo che lo faccio io avresti visto di peggio. C’è altro sotto. Il mio istinto non sbaglia»
«Sarà come dice lei, signore» gli concesse Juan.
Trascorsero ancora altri cinque minuti, prima che la porta della stanza in cui Howard Barlow era ricoverato si aprisse.
Un uomo di colore, calvo, la corta barba brizzolata, squadrò per qualche secondo i due detective. Arricciò il naso e assunse un’espressione disgustata, ma non arrivò nessuna ramanzina. 
«Potete entrare, ma non mettete sotto pressione il paziente»
«Certo, dottor Halsey» Juan anticipò il collega più anziano per evitare una delle sue solite sparate. «Saremo cauti. L’ultima cosa che vogliamo è arrecare ulteriore dolore al poveretto»
Il fatto che a parlare fosse stato il più rassicurante della coppia di investigatori convinse il medico, che si limitò a un rapido: «Va bene» prima di farsi da parte.
Howard Barlow era l’unico paziente ricoverato in quella stanza dell’ospedale. Aveva meno di trent’anni, eppure le sofferenze patite sembravano averlo reso più vecchio di un decennio. Spesse bende bianche coprivano i suoi occhi, o meglio le sue orbite oculari vuote; ma quando sentì i passi dei nuovi arrivati si voltò subito nella loro direzione e mosse le labbra per mormorare: «Salve, signori…»
«Abbiamo delle domande per lei, signor Barlow» esordì senza il minimo preambolo Malone. «Riguardano il signor Charles Dexter Blackwood»
Quel nome ebbe l’effetto di far sobbalzare il povero cieco, che subito lo ripeté con tono spaurito, più e più volte. Ci mise una decina di secondi per calmarsi, ma se avesse avuto ancora gli occhi sicuramente avrebbe rivolto ai due detective un’espressione terrorizzata.
«Forse è meglio se lascia parlare me, signore» si sentì in dovere di intervenire Juan. «Il soggetto è molto scosso e…»
«Faccio questo lavoro da prima che tu nascessi, sbarbatello!» Malone non si impegnò minimamente a nascondere il fastidio per quell’intromissione. «Ma se pensi di poter gestire questo tizio meglio di me, beh, accomodati pure!» Raggiunse la sedia più vicina e vi si lasciò cadere sbuffando.
Juan Romero, invece, rimase in piedi alla destra di Howard. «Io sono il detective Juan Romero e il mio collega è Randolph Malone» Si inumidì le labbra con la lingua, prima di proseguire. «Due notti fa abbiamo trovato il professor Charles Dexter Blackwood nel suo appartamento, orrendamente dilaniato. Non aveva famiglia o amici, ma interrogando i condomini siamo venuti a sapere che lei ha frequentato quotidianamente il suo appartamento negli ultimi dieci giorni. E quando abbiamo scoperto che la mattina dopo quella tragica morte lei era stato trovato in casa gravemente ferito e ricoverato in questo ospedale, abbiamo capito che poteva esserci un collegamento tra i due eventi»
Barlow non rispose subito. Contrasse le labbra e lottò per controllare lo spasmo delle membra. Affermare che l’argomento lo metteva a disagio voleva dire usare un eufemismo.
«Immaginiamo quanto possa essere stato traumatizzante per lei» continuò Juan, il tono di voce calmo e cordiale il più possibile. «Si prenda tutto il tempo di cui ha bisogno…»
«Non ce n’è bisogno» assicurò il degente. «Confermo che due sere fa ero a casa del professore»
A quel punto il detective ispanico pose la classica domanda di rito: «In quali rapporti era con Charles Dexter Blackwood?»
«Puramente…» Barlow ci pensò qualche istante, cercando il termine più adatto «… accademici. Era stato mio professore di Paleografia e Codicologia al Ravendome College, ma ci eravamo tenuti in contatto anche dopo aver sostenuto l’esame. L’anno scorso vinsi una borsa di dottorato sempre al Ravendome College e il professor Blackwood divenne il mio tutor. Ci vedevamo quasi ogni giorno in dipartimento e quando ciò non succedeva ci sentivamo comunque per telefono, per tenerlo informato di ogni mio progresso. Vedete, il mio progetto di ricerca riguarda alcuni trattati dell’Inquisizione spagnola contenuti nel fondo Espinosa, una nutrita collezione di manoscritti iberici regalati al college nel XIX secolo e poco studiati…»
Si interruppe non appena sentì il sonoro sbadiglio del detective Malone, ma Romero lo esortò: «Lasci perdere il mio collega e continui pure. Ma cerchi di riferire solo i dettagli collegati al caso»
«Vi assicuro che quello che stavo dicendo ha a che fare con la morte del professor Blackwood» mise in chiaro il paziente. «Fu studiando il fondo Espinosa, infatti, che scoprii il Compendium Putredinis, il Compendio della Putredine…»
«Una lettura dal nome davvero invitante!» ironizzò Randolph.
«La prego di non essere così lesto a ridere di un libro del genere, detective» Le parole di Barlow suonavano come un fermo ma nel contempo disperato avvertimento. «Io ho commesso l’errore di sottovalutarne il potere e considerarlo un semplice tesoro manoscritto, mentre è molto di più. È un abominio a cui l’umanità non avrebbe dovuto mai dare vita e che affonda le sue origini nell’epoca babilonese, forse persino sumera… o chissà, ancora più indietro…»
«Cosa avrebbe di così terribile questo testo?» incalzò ancora Randolph.
Nella voce di Barlow c’era inquietudine, ma anche una sfumatura di eccitazione e forse persino di orgoglio: «È un antichissimo grimorio mesopotamico, il compendio di tutte le conoscenze occulte dei negromanti di Ninive, di Akkad e di Babele. Finora si conoscevano solo prove indirette della sua esistenza, testimonianze frammentarie contenute in altri testi che ci avevano permesso di ricostruirne la trasmissione dall’antico Oriente alla Grecia ellenistica, dalla Roma imperiale all’Europa cristiana. Per secoli gli esperti di occultismo e di demonologia hanno pensato che le copie manoscritte fossero andate tutte perdute in saccheggi, catastrofi e roghi dell’Inquisizione…»
Malone continuava a non capire dove volesse andare a parare: «Questo non spiega ancora…»
«Ci sto arrivando, detective!» Il giovane studioso sembrava infastidito da quell’interruzione. «Più ripenso a quella scoperta e più mi convinco che non fu una pura casualità. Esiste un destino oscuro e scellerato, signori, e noi ne siamo gli inconsapevoli burattini, accecati dall’illusione del libero arbitrio. Fu la mano di quel destino a far cadere il mio occhio su quel tomo buttato con noncuranza in uno degli scaffali più remoti della biblioteca. Aveva una copertina anonima, giallognola, priva di caratteri o di altri segni particolari. In circostanze normali l’avrei semplicemente ignorato, e invece non appena vi posai lo sguardo provai una perversa curiosità. Volevo aprirlo… dovevo aprirlo! Lo presi tra le mani. Provai una sensazione di disgusto, fisico prima ancora che interiore, ma invece di riporlo sullo scaffale lo aprii e ne sfogliai le prime pagine. Mi bastò leggere poche righe e ammirare una manciata di miniature orripilanti per capire cosa avevo di fronte e un brivido mi corse lungo la schiena. A quel punto mi sarei dovuto fermare e invece proseguii nella lettura. Mi sentivo sull’orlo di un oscuro precipizio: una parte di me premeva perché mi ritraessi quanto più lontano dal bordo, per non cadere, un’altra mi spingeva a sporgermi in avanti e a sbirciare nell’abisso sottostante. E più sbirciavo più desideravo proseguire…»
Si fermò per un istante, consapevole di quanto stesse diventando particolareggiato il suo racconto, e tagliò corto: «Per farla breve, quando mi resi conto di avere tra le mani il Compendium Putredinis chiamai il professor Blackwood. S precipitò subito in biblioteca, incurante del fatto che entro mezz’ora avrebbe dovuto tenere una lezione di Codicologia, e prese a sfogliare le pagine del manoscritto con una smania che non avevo mai visto in lui. Non faceva nulla per trattenere la sua euforia e sulle prime interpretai quell’atteggiamento come la semplice gioia di un intellettuale che scopre un tesoro culturale. Del resto, cosa potevo saperne dei reali poteri del Compendium? Il professore era così preso dal testo che passarono venti, forse trenta minuti prima che distogliesse lo sguardo dalle pagine e lo fissasse su di me, per dirmi: “Non deve dire nulla agli altri di questo suo ritrovamento, Howard. Dobbiamo studiare il manoscritto per conto nostro!”»
«Ed è un comportamento normale, signor Barlow?» fu l’inevitabile domanda di Juan Romero.
«Nella ricerca bisogna essere cauti, non si può sbandierare ai quattro venti la scoperta di un’opera creduta persa per sempre senza esserne completamente sicuri. Lì per lì le parole del professor Blackwood mi sembrarono un invito alla prudenza, a non esporci troppo presto. E in ogni caso dubito sarei andare contro la sua volontà: in parte perché mi fidavo di lui, in parte perché l’ultima cosa che volevo era contrariare un uomo da cui sarebbe potuta dipendere tutta la mia futura carriera accademica. A partire dal giorno seguente ci immergemmo nello studio del testo, tenendo il più possibile nascosta agli altri la vera natura dei nostri lunghi soggiorni in biblioteca. Pensavano che io fossi alle prese col mio solito progetto di ricerca e che il professor Blackwood mi stesse aiutando con un manoscritto particolarmente ostico, nulla di più. Non potevano immaginare su cosa stessimo lavorando. Quanto a noi, ci volle poco perché ci rendessimo conto della portata titanica dell’impresa: il testo era in buona parte una traduzione in un limpido latino umanistico dell’originale forse arabo, forse ebraico, ma le numerose formule magiche riportate non erano trascritte in nessuna di queste tre lingue o dei rispettivi alfabeti, bensì in un miscuglio mai visto prima di caratteri gotici, ieratici e copti»
«Non so di cosa cazzo stia parlando, ma faccia finta che stia capendo» intervenne Malone.
«Vi basti sapere che questo rese più difficile e impegnativo il lavoro, ma il professor Blackwood non si arrese. Io ero in sua balia, non osavo sollevare obiezioni al suo comportamento o fargli notare che stava dedicando praticamente tutte le sue energie e il suo tempo allo studio del manoscritto. Si precipitava in biblioteca non appena il signor Armitage la apriva al pubblico e vi rimaneva fino all’orario di chiusura, lasciandola solo per il tempo di una lezione o di un consiglio di facoltà… almeno nei primi mesi, perché presto finì per ignorare anche quelle attività, adducendo scuse sempre più strane e delegando tutto il lavoro al suo assistente, il dottor Rice. Lo aiutavo più che potevo, ma non riuscivo a star dietro ai suoi ritmi, né lui sembrava crucciarsi più di tanto quando non ero al suo fianco; anzi, sono convinto che nemmeno si rendesse conto quando ero presente e quando no, tanto era preso dal suo studio. Non so se fosse solo una mia impressione o qualcosa di reale, ma giorno dopo giorno si faceva più magro ed emaciato. In pochi mesi mi sembrò invecchiato, non vorrei esagerare, di almeno una decina d’anni. Ma ancora più preoccupante ed evidente era il suo tracollo psicologico: spesso lo sorprendevo a parlare fra sé e sé, mormorando a mo’ di litania le formule nella lingua oscura che trascriveva dal manoscritto, oppure quando gli ponevo delle domande reagiva con un certo ritardo e a volte nemmeno riusciva a dare una risposta soddisfacente. Non ci volle molto perché altre persone nell’università notassero i suoi modi bruschi, gli sbalzi d’umore, la perenne distrazione. Alla fine, il preside della facoltà non poté che imporgli un periodo di riposo…»
«Abbiamo parlato col professor Freeborn» riferì il detective Romero. «Ci ha detto che tre settimane fa Blackwood ha chiesto e ottenuto il permesso per un anno sabbatico»
«Vi ha mentito, ovviamente» La voce del paziente non tradiva il minimo dubbio. «Il preside non poteva ammettere che uno dei nostri migliori insegnanti avesse dato segni di squilibrio mentale e trascurato i suoi doveri professionali. L’anno sabbatico fu imposto al professor Blackwood affinché si riprendesse, nell’errata convinzione che fosse semplicemente vittima di un esaurimento nervoso per lo stress del troppo lavoro. Quanto a me, ero convinto che fosse tutto finito e mi preparai a ritornare alla mia vecchia ricerca, oltre che a conoscere il mio nuovo tutor. Passò una settimana prima che il professore mi contattasse per incontrarci fuori dall’università, alla tavola calda di Jocelyn»
«La miglior tavola calda di Raventown!» sentenziò Malone. «Il professore aveva buon gusto!»
Per la prima volta dall’inizio dell’interrogatorio, Howard Barlow sorrise. «Non si può non apprezzare la cucina di Jocelyn. E non vedo l’ora di poter tornare anch’io a gustare la sua torta di mele, quando uscirò di qui. Ma dicevo… il professor Blackwood mi diede appuntamento alla tavola calda. Quando me lo trovai di fronte stentai a riconoscere l’uomo che conoscevo tanto bene. Era diventato… non so come dirlo… avete presente un tossicodipendente in crisi d’astinenza?»
«Stai chiedendo a due detective se hanno mai visto un tossico in astinenza?» esclamò Malone.
Barlow incassò la testa tra le spalle. «Mi scusi, detective. Il professore era ridotto a un relitto umano, anche se la sua astinenza non aveva a che fare con la droga. Era ossessionato da quel manoscritto, al punto che quando provai a chiedergli come stesse e quali progetti avesse per il suo anno sabbatico non diede la minima risposta al riguardo, ma attaccò a parlare del libro. Voleva che…» Esitò. «Mi chiese di portare via dalla biblioteca dell’università il Compendium Putredinis»
«Rubare, insomma» replicò Romero.
«Sostanzialmente sì» Si percepita un’evidente sfumatura di vergogna nella voce dell’interrogato. «Quella richiesta mi lasciò basito, sbigottito, inorridito addirittura. Il mio mentore, una delle persone che più ho stimato in vita mia, mi chiedeva di rubare un manoscritto del XV secolo di proprietà dell’università! Eppure… la vista di quel grande accademico ridotto a un relitto umano mi mosse a compassione. Dopo qualche esitazione, accettai»
«Ahia, questo non è bene!» intervenne Malone, ma prima che potesse aggiungere altro il suo collega lo redarguì: «Discuteremo della questione in un secondo momento. Vada avanti, signor Barlow, ci dica cosa accadde dopo»
Questa volta, Barlow si concesse qualche secondo in più prima di proseguire con la propria storia: «Beh, innanzitutto accadde che rubai il manoscritto. Non fu difficile approfittare dell’ingenuità e della fiducia dell’addetto alla biblioteca di arti per infilare il manoscritto in una borsa, non visto, e portarlo fuori come se nulla fosse… ma credetemi se vi dico che soffro al pensiero di aver approfittato così di quel caro signor Armitage. Non se lo meritava. E nemmeno il professor Blackwood meritava la fine che ha fatto e di cui sono stato il responsabile con quel furto. Ma andiamo con ordine. Mi precipitai fuori dal campus il più velocemente possibile, divorato dal terrore che il mio crimine venisse scoperto prima che riuscissi a infilarmi in auto; ma per fortuna non accadde nulla del genere. La nausea alimentata dall’influsso oscuro del manoscritto cresceva metro dopo metro, unita al senso di colpo per il misfatto che avevo appena commesso. Alla fine raggiunsi la casa del professore e gli consegnai il manoscritto tanto bramato. Non appena le sue mani ormai scheletriche lo strinsero, vidi brillare nei suoi occhi una brama oscura e perversa. L’ossessione per il Compendiuml’aveva completamente soggiogato, la decifrazione di quel testo era diventata l’intero senso della sua esistenza. A quel punto mi sarei dovuto fare da parte, e invece…»
Improvvisamente un brivido percorse la sua schiena.
«Invece accettai di continuare ad assisterlo nel suo lavoro. Trascorrevo nella biblioteca della facoltà quelle due o tre ore mattutine necessarie per portare avanti un minimo la mia ricerca, recuperando il tempo perduto dietro alle pazzie del professor Blackwood; poi, dopo un pranzo a mezzogiorno, lo raggiungevo a casa sua e lo assistevo fino all’ora di cena nella trascrizione e decifrazione del manoscritto. A questo punto dovrei precisare che ormai il professore non aveva più alcun interesse nelle parti in latino, mere didascalie per quello che lo interessava davvero, ossia il corpus di invocazioni e formule nella lingua sconosciuta che, a detta dell’autore del Compendium, avrebbero permesso l’evocazione di demoni…»
«Freni un attimo!» lo interruppe Malone. «Non ci dirà che adesso saltano fuori davvero dei demoni in questa storia!»
«Quando avrò concluso deciderà se credermi o meno, detective. Vi ho già detto che il manoscritto sembrava pervaso da un qualche influsso negativo e che tenerlo tra le mani mi procurava nausea e inquietudine. Non so dire se a provocare tutto ciò fosse l’argomento trattato da quelle pagine o addirittura il modo in cui esse erano state confezionate, perché più di una volta mi sfiorò il pensiero che quella pergamena non fosse stata ricavata dalle pelli di capre e che quell’inchiostro non fosse stato prodotto con pigmenti minerali e vegetali…»
«Cazzo, sembra di essere in un film dell’orrore!» commentò ancora il detective più anziano.
«Vorrei che così fosse, signore… lo vorrei davvero tanto. Ma le mie orbite vuote sono qui a indicare che non lo è» Sollevò la mano destra, anch’essa bendata, e sfiorò con dita tremanti le garze che coprivano le sue orbite oculari. «Però posso comprendere tutto il vostro scetticismo, signori. Io stesso non ho mai creduto ai demoni… o agli angeli… o a Dio. A questo punto però spero che una qualche divinità benevola esista davvero, perché l’idea che al mondo non possa esserci un’entità benevola che si contrapponga agli orrori infernali di cui ho avuto un assaggio è insopportabile. Ma non voglio tediarvi, andiamo subito al sodo. Arriviamo alla sera del 31 ottobre, ossia due giorni fa. La notte di Samhain. Il momento più propizio per compiere rituali oscuri ed entrare in contatto col mondo degli spiriti e dei demoni. Il professor Blackwood aveva deciso che quella notte avrebbe compiuto il suo grande passo, ma mi rivelò i propri progetti solo quella sera stessa, quando stavo per ritirarmi come al solito nel mio appartamento…»
Un cupo boato fece tremare i vetri della finestra. Barlow sobbalzò per un istante e lanciò un’occhiata preoccupata alla finestra.
«È bene che certe verità siano note a quanta più gente possibile, cosicché nessuno ripeta i miei errori e quelli del professor Blackwood. Come stavo dicendo, la notte di Samhain era stata prescelta dal professore per compiere uno dei rituali che aveva trovato nel manoscritto, quello che gli avrebbe permesso di evocare nientemeno che Purson, Gran Re dell’Inferno della progenie di Samael, comandante di ventidue legioni demoniache, signore dei tesori nascosti e manifesti e di ogni conoscenza passata, presente e futura»
Mentre il cieco sciorinava quei nomi e quelle caratteristiche, entrambi i detective ebbero come la sensazione che un gelo impalpabile fosse disceso nella stanza.
«Il professore era convinto che evocando Purson avrebbe potuto chiedergli la conoscenza di ogni cosa, l’onniscienza. Mentre mi esponeva il suo piano non sapevo se scoppiare a ridergli in faccia, correre a farlo internare nella clinica psichiatrica più vicina o provare paura per quella situazione, ma alla fine decisi di assecondarlo. La pietà che provavo nei confronti di quell’uomo era troppo grande perché gli voltassi le spalle. Folle! Avrei dovuto distoglierlo da quel proposito, invece lo aiutai a preparare tutto il necessario per l’evocazione, convinto che tutto si sarebbe risolto in un plateale fallimento e che magari proprio questo lo avrebbe convinto che non esistevano i demoni, che doveva abbandonare quell’ossessione per un vecchio libro del Quattrocento. Avrei dovuto…»
Soffocò a stento un principio di pianto. Le dita della mano destra si strinsero in un pugno di rabbia, fino a diventare biancastre.
«Assecondai la sua follia. Lo osservavo mentre tracciava il pentacolo di ceneri frammiste a sale e non badai più di tanto al momento in cui la sua mano, tremante per l’eccitazione, fallì nel disegnare alla perfezione uno dei lati della figura, lasciando un piccolo spazio vuoto. Un centimetro, forse anche meno, ma che sarebbe stato sufficiente per…»
Un altro fragore di tuono risuonò all’esterno.
«Aspettammo che arrivasse la mezzanotte. Io me ne stavo in silenzio, mentre il professor non faceva nulla per nascondere il proprio entusiasmo e raccontava tutto ciò che avrebbe fatto una volta ottenuta la conoscenza promessa da Purson. Di tanto in tanto mormorava a bassa voce stralci della formula completa che avrebbe dovuto usare allo scoccare della mezzanotte, probabilmente per non dimenticarla. Non ve le riporterò, perché vivo nel terrore che anche solo una di quelle parole blasfeme sia sufficiente per causare immani danni e per evocare orrori indicibili»
Il terzo tuono fece vibrare i vetri con più forza dei primi due. Per un attimo sembrarono persino sul punto di infrangersi.
«Quello che successe dopo è così orribile da ricordare e da rivedere nella mia mente che sarò breve e conciso il più possibile. Quando l’orologio segnò esattamente la mezzanotte, il professor Blackwood iniziò l’oscura cantilena per l’evocazione di Purson. L’avevo udito più volte pronunciare le parole in quell’oscena lingua, ma solo in quell’occasione provai un sincero brivido di terrore. Eppure nulla era paragonabile a quello che provai quando sentii una serie di suoni gravi e rauchi provenire in risposta dal centro del pentacolo. Erano articolati in maniera tale da formare fonemi e parole comprensibili, ma non avevano nulla di umano, erano suoni vomitati dalla gola di un abominio che non dovrebbe avere niente a che fare con il nostro mondo. Con orrore, osservai quella cosa materializzarsi al centro della figura tracciata dal professore. Era… cielo, nemmeno Dalì e Füssli avrebbero potuto ideare creature del genere! Forse solo Lovecraft vi si è avvicinato con la sua immaginazione, ma un conto è leggerne la descrizione in un racconto di fantasia, un conto è vedere un essere del genere! Era un osceno miscuglio di forme umane e animali, tentacoli, occhi, volti, peli, squame e viscidume. Riuscii a fissarlo a malapena una manciata di secondi prima di distogliere lo sguardo inorridito, ma tanto mi bastò per imprimere nella mia mente alcuni dettagli orripilanti, come il raccapricciante becco posto al centro della sua figura o la consistenza gelatinosa e poco solida dell’intera figura o ancora l’iridescenza delle sue scaglie. Il professor Blackwood, invece, continuava a guardarlo direttamente senza il minimo disgusto, anzi non l’avevo mai visto così euforico. Si gettò in ginocchio sul pavimento, alzò le braccia e pronunciò con entusiasmo diverse frasi in copto, poi in accadico, poi ancora in sumero e infine in egiziano antico, sperando forse che almeno alcune di quelle parole fossero comprese dalla creatura. E a quel punto…»
Per l’ennesima volta, Barlow dovette fermarsi per una manciata di secondi. Piccole gocce di sudore imperlavano la sua pelle pallida e le mani poggiate sulle lenzuola tremavano.
«Scusatemi, ma il solo ricordo mi fa rabbrividire. Mantenevo lo sguardo basso, in modo da non incrociare direttamente gli occhi repellenti della creatura, e fu per questo che la vidi muovere un primo passo, poi un secondo. Al terzo si fermò, bloccata dalla forza invisibile del pentacolo. Blackwood continuava a vomitare parole in ogni lingua di sua conoscenza; a un certo punto iniziò a ripetere a memoria le formule che aveva letto qua e là nel Compendium, senza nemmeno comprenderne il significato. Passò un minuto, forse anche due, poi Purson mosse un altro passo. Stavolta puntò verso la propria destra, proprio lì dove il pentacolo non era stato tracciato perfettamente. La sua zampa artigliata varcò la linea tracciata con la cenere e col sale e un attimo dopo… oddio!»
Un conato scosse il fragile corpo di Howard Barlow e prontamente il detective Romero si chinò su di lui. Il cieco, tuttavia, fece un cenno con la mano, come a dire ‘Non si preoccupi per me’.
«Vidi la massa deforme di Purson balzare su Blackwood e affondare gli artigli e il becco nella sua carne. Non ci fu tempo per pensare lucidamente, per decidere cosa fare: dovevo fuggire, dovevo mettermi in salvo! Mi precipitai alla porta e poi giù dalle scale, quasi inciampando nella foga. Non mi voltai indietro. Il pungolo dell’istinto di sopravvivenza aveva la meglio su tutto, sulla pietà verso il professore, sulla curiosità di guardare cosa stesse facendo il demone, sulla… oddio, continuai a sentire quelle urla strazianti e disumane per tutto il tragitto!»
Il respiro dell’uomo si faceva sempre più irregolare, la voce sempre più agitata, eppure proseguì.
«Come al solito mi ero recato a casa del professore in auto, ma in quelle condizioni non potevo certo mettermi al volante. Feci il tragitto a piedi. Le strade di quella zona della città a quell’ora era poco trafficate, quasi deserte. Passarono cinque minuti prima che incrociassi un passante… e nel suo volto non vidi altro che l’orrendo becco e le centinaia di occhi, di tentacoli e di escrescenze di Purson. Probabilmente gli urlai in faccia e dovetti sembrare un pazzo, non ricordo con precisione. So solo che iniziai a correre per raggiungere quanto prima la mia abitazione e l’effetto appena sperimentato si ripeté con gli altri due o tre individui che mi passarono accanto. Era come se l’immagine dell’abominio si fosse impressa a tal punto nella mia retina da sovrapporsi a quella di qualsiasi altro essere umano. Sarei svenuto per la paura a ognuno di quegli agghiaccianti incontri, se non so quale forza non mi avesse sorretto durante il tragitto»
«Beh, se credeva di essere inseguito da quel…» Juan fece fatica a pronunciare la parola successiva, scettico com’era: «… demone, il desiderio di sopravvivere le avrà permesso di resistere»
«Forse. Comunque sia, alla fine raggiunsi il mio appartamento. Non incontrai nessuno nella tromba delle scale, altrimenti i miei nervi già indeboliti avrebbero ricevuto il corpo di grazia. E Dio solo sa quanto fosse importante che rimanessi cosciente e lucido, perché se fossi scivolato nel mondo dei sogni nulla avrebbe impedito alla mia mente di dar forma a incubi ancora peggiori, di amplificare all’inverosimile ciò che avevo visto con questi stessi occhi…»
Le dita sfiorarono ancora le orbite vuote coperte dalle garze.
«Mi precipitai subito in bagno. Aprii il rubinetto. Una parte di me sperava ancora che fosse tutto un semplice incubo e che un po’ di acqua gelida mi avrebbe riportato alla realtà. E invece, non appena sollevai lo sguardo e guardai il mio riflesso nello specchio sul lavandino, io… vidi…»
Il corpo di Barlow fu scosso da un fremito. Le dita strinsero convulsamente le coperte e il respiro si fece più affannoso, ma il cieco continuò il suo racconto, lottando per contenere l’agitazione.
«Lo specchio rifletteva la mia immagine, ma al posto del mio volto c’era… lui! Cacciai un grido di puro terrore, poi istintivamente la mia mano destra si mosse, chiusa a pugno. Tanto era il terrore che provavo che non sentii il dolore, ma avrei preferito patire fisicamente mille volte le pene dell’inferno che vedere quello che vidi…» Andare avanti gli costava ormai un palese sforzo. «In ognuno dei frammenti dello specchio sparsi nel lavandino e sul pavimento c’era la stessa, orribile immagine del demone che il professor Blackwood aveva evocato! Dovunque volgessi lo sguardo trovavo solo quell’indicibile orrore deforme! I miei occhi! C’era qualcosa che non andava nei miei occhi! Avevo fissato l’abominio partorito dall’inferno per una manciata di secondi, sufficiente però a imprimere indelebilmente nella retina quell’immagine mostruosa! E c’era una sola cosa da fare… con le mani tremanti afferrai le due schegge di vetro più grosse e acuminate e… e…»
Inaspettatamente, fu Randolph a sentirsi in dovere di intervenire. «Basta così, figliolo…»
«Ma dobbiamo ancora…» fece per ribattere Romero.
«Andiamo!» La voce del detective Malone non ammetteva repliche. «Fuori di qui!»
Juan non si oppose. A dir la verità, era rimasto scosso da quella storia più di quanto non volesse dare a vedere, e se Malone gli offriva la possibilità di chiuderla lì non aveva motivo per rifiutare, tutto il contrario. Salutò mestamente il paziente e con lo stesso tono ringraziò il dottor Halsey per il servizio reso alla polizia permettendo quell’interrogatorio.
Rimase in silenzio per tutto il tempo che impiegarono a uscire dall’ospedale, perso nei propri pensieri.
Solo una volta giunti nel parcheggio domandò all’altro poliziotto: «Che ne pensi?»
«Cosa ne penso?» Randolph si era appena acceso un’altra sigaretta e aveva fatto una lunga tirata prima di rispondere. «Penso che non so a cosa pensare. Insomma, un professore universitario che impazzisce, evoca un demone e si fa trucidare perché non ha disegnato come si deve un pentacolo, mentre il suo allievo vede mostri dappertutto e si cava gli occhi? Sarebbe un buon soggetto per un film, ma questa non è Hollywood, è Raventown!»
«Quindi dici che Barlow potrebbe essersi inventato tutto per nascondere la verità?»
Malone fece spallucce. «Forse. Forse mente sul serio. O forse è impazzito e crede davvero a quello che dice. Dopotutto, se avesse voluto inventare una storia per nascondere la verità, qualsiasi cosa sarebbe stata più credibile di un demone e un libro scritto in greco…»
«Latino!»
«Bah, greco o latino, sempre quella merda classica è!»


Marco Daniele nasce a Mottola nel 1990 e risiede a Taranto. Dopo gli studi classici si laurea in Lettere moderne a Lecce con una tesi in filologia germanica, poi consegue un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea a Bari. Attualmente insegna materie letterarie nelle scuole secondarie.Lettore e spettatore onnivoro con una predilezione per la grande categoria del fantastico e per i drammi storici, collabora con il sito Recenserie in qualità di recensore di serie televisive.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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