Formicaleone

Il profitto del cuore – Una conversazione con Giovanni Giudici di Renato Minore

Giovanni Giudici tiene alla sua origine romana: nella capitale è infatti vissuto fino a trentadue anni. Abitava a Monte Sacro, «quasi al Tufello». Vi torna raramente, ma «la gente mi riconosce ancora», dice. Di una cosa è certo: non crede «alla retorica, alle cose di Pasolini sulle borgate, non è vero che la periferia romana è tutta piena di ragazzi marchettari».
Il rapporto sentimentale con Roma lo deve ancora chiarire a se stesso: ci sono le radici familiari e affettive, i fratelli di secondo letto del padre cui è molto legato, i ricordi dell’adolescenza, l’educazione cattolica («Ho vinto la gara di catechismo al vicariato di Roma nel 1934») che, mescolata alla fede comunista, ancora oggi gli fa dire: «Indipendentemente dalla verità delle cose in cui si crede, in qualche cosa bisogna credere: in qualche cosa che non porti a escludere altro. Bisogna pensare, avere un desiderio di progetto, perché altrimenti sei come una barca senza timone». Poi cambia registro, improvvisamente: «E lo dica che sono romano e che uso la parola fregnacce».

Prima, senza particolare ferocia, a freddo, ha ironizzato su un certo scrittore che si occupa, diligentemente, della «fregnaccia del giorno». I suoi giudizi sono rapidi, netti, taglienti: quel tale «è un po’ frillo»; quell’altro «Non è certo Beaumarchais»; tizio «non è un’aquila». Ma non è pettegolezzo, maldicenza, gioco al massacro come sembra d’obbligo in certi ritualistici giochi al massacro tra letterati. Senti una profonda, anche se abilmente camuffata, tensione che, in altri tempi, si sarebbe detta morale o sociale: rigore, e non indulgenza, esercitato per sé e per gli altri. Non per nulla parla di «visione del mondo», la cui assenza è «il principio del più sfacciato opportunismo». E ribadisce questa convinzione: «II concetto di visione del mondo ha consentito di andare avanti, anche attraverso errori spesso tragici, attraverso crudeltà. È indispensabile per la fisiologia della nostra psiche». E condanna gli ultimi trenta o quaranta anni di «predicazione neopositivista»: «Anche le istanze più apparentemente liberatorie non hanno liberato nulla. La liberazione della donna, quella dell’eros sono state operazioni sezionali, tipiche del capitalismo avanzato che vuol risolvere problema dopo problema».
Invece non è così. «C’è una contestualità. La vita o la salvi o la perdi tutta insieme». Ci serve – aggiunge – «una concezione unitaria del mondo, non come disegno dogmatico ma come aspirazione a una totalità: questo ancora ci lascia la speranza. Una visione morale d’insieme dice che se tu fai questo ne consegue quest’altro. Obbliga alla coerenza e implica un progetto di trasformazione».
E invece «Hanno voluta condannarla e abolirla come fosse metafisica. Vorrebbero distruggere la dimensione stessa della progettualità, per garantirsi uno statu quo perenne. Una deregulation generale, che valga per tutti gli aspetti della nostra esistenza».

Di qui una conseguente polemica contro la cultura puramente tecnologica che «con la sua pretesa di abbattere i miti si è completamente impelagata in se stessa». E contro un tipo di cultura progressista, che «ha fatto dell’accelerazione la nostra vita». Con gli strumenti che oggi si hanno, si arriva a un nulla di fatto. «Sì, abbiamo questo telefono che ti insegue anche per la strada e lo metti in tasca: ma, forse, era meglio mandare uno a dire una cosa a un altro». Di qui, infine, un’altra polemica, contro gli specialismi, anche quelli critici, che portano all’imperialismo semiologico da lui messo sotto accusa: «Si sta arrivando all’assurdo che si scrivono poesie per essere smontate dal semiologo. E io voglio uno spazio per le poesie che scrivo, voglio incoraggiare una critica che abbia il coraggio di dire: questa è una poesia, questa no!».

I periodi si accavallano uno sull’altro, si aprono incisi come voragini nel dire strascicato e deciso che, nei momenti più intensi, ripete le parole quasi scandendole per sottolinearne l’importanza con voce sommessa e tono appena ironico.

Accade ora che parla (con un apparente scarto di argomenti) del poeta, del rapporto con lo strumento da lui usato, della «quasi manualità», dell’artigianalità della parola, del trattamento: «Il poeta deve essere inconsapevole quel tanto che basta e consapevole quel tanto che serve». Mentre ripete la massima, giro lo sguardo intorno al decoro senza lusso del salotto in cui sta parlando, e colgo meglio il clima «domestico» della casa piuttosto piccola in cui abita a Milano con la moglie e il figlio medico, che batte a macchina con regolarità in una stanza accanto.

Penso ad alcuni versi di Giudici in cui è stata timbrata questa condizione. Giustamente famosi, giustamente antologizzati: «Una sera come tante e nuovamente noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro settimo piano, dopo i soliti urli i bambini si sono addormentati e dorme anche il cucciolo i cui escrementi un’altra volta nello studio abbiamo trovato». 

Penso a come l’io che lì parla somigli all’uomo che ho di fronte: ma la sovrapposizione è ironica, dolente, tutta giocata sulla qualità eccezionalmente funambolica della lingua. Dimostra che, in questo momento storico, la vita del singolo è ridotta «a mera trasparenza della sua figura sociale»; l’autobiografia così «coincide con la biografia di questa figura».

Il piccolo eroe di Giovanni Giudici è stato scritto, «soffre per la sua instabilità sociale, fra piccoli privilegi recenti e il possibile declassamento; si sente colpevole e perseguitato, e in un certo senso lo è».
Sono temi che, faticosamente, sono affiorati e faticosamente sono stati accerchiati: c’è il suo quarto libro, L’educazione cattolica che indica un vero e proprio scatto rispetto ai primi tre, «preistorici».

Ma come è arrivato a questa svolta, a questa novità?
C’è un indotto industriale, c’è un indotto poetico. Cioè l’iniziazione alla poesia, per tanti, si svolge sotto l’influenza di modelli culturali. Ci sono poeti che creano un indotto: e di conseguenza si scrivono poesie come le fanno gli altri, come ci si aspetta che si scrivano. Così alcuni anni fa tutti scrivevano come Sanguineti o come Pasolini. Io stesso ho subito questa vaga aspirazione adolescenziale a scrivere.

Lei è vissuto a Roma fino a oltre trent’anni. Come ricorda la Roma del dopoguerra?
Una città dura. «Roma tutta di polvere e rancore». Da Monte Sacro, dove abitavo, Roma mi sembrava irraggiungibile. Bisognava risalire al Tufello, che era poi il quartiere fatto costruire da Mussolini nel ’38, quando si preparava alla guerra. Per lavorare al Tufello, Mussolini fece rimpatriare molti immigrati dalla Francia, parecchi dei quali politici, nel senso almeno che se ne erano andati perché non tolleravano il fascismo. Nei cantieri del Tufello si sentiva parlare ostentatamente francese.

E poi cosa è accaduto?
Poi sono stato assunto da Olivetti. Ero stanco di vivere a Roma, di lavorare all’Usis, avevo un rapporto con mio padre molto pesante. Ricordo ancora il viaggio per arrivare a Ivrea, nel 1956: era un inverno di gran freddo, 18 gradi sottozero. Lì c’erano tanti intellettuali (poi la cosa è diventata fin troppo mitica); c’era della gente che leggeva cose diverse; c’era il primo impatto con le scienze umane e sociali.

Lei ha vissuto in maniera diversa questa esperienza. Molti hanno avuto responsabilità manageriali. La sua era una condizione di anonimato.
Assolutamente anonima. Ero un emigrante in cerca di lavoro, volevo unicamente uno stipendio. Dovevo fare il giornale per gli operai; l’ho detto il secondo giorno a Pampaloni che di tutto quell’affare non credevo a nulla. Si trattava semplicemente di far uscire il giornale ogni settimana.

Altri la pensavano diversamente, erano impegnati, ci credevano…
Pensi al caso parallelo di me e del mio amico Paolo Volponi. Io facevo il mio lavoro ed ero abbastanza contento perché mi era concessa la possibilità di sbarcare la vita senza essere sfruttato. Paolo era ai vertici dell’azienda, ricercato da tutti. E un giorno quasi infuriato, con quella sua sovrastruttura di ruvidezza, di retoricami disse: «Ma tu non mi chiedi mai niente». «Cosa vuoi che ti debba chiedere?». «Non so, ti posso dare un milione a titolo di prestito congelato». E infatti mi diede quella somma.

Intanto aveva cominciato a scrivere…
Cominciavo ad averne la forza. Lo facevo nei giorni liberi, la sera, tante volte in ufficio durante il giorno. La maggior parte delle ore della mia vita le ho trascorse da solo, fisicamente. La compagnia più assidua è stata la macchina da scrivere. Anche cinque o sei ore al giorno. In quel periodo scrissi Anch’io.

Dice: «ti cullo il bambino perché/anch’io sono un bambino –ma è assurdo./ Non può avere la voce uno che non è qui/ né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta». C’era di mezzo la figura di suo padre…
Registravo un fallimento. Avevo un atteggiamento di disprezzo verso mio padre, lo accusavo di non aver fatto nulla nella vita! Perché? Io cosa avevo combinato di più? Ero in uno stato di grande disarmo anche ideologico. E un tema come quello era abbastanza inconsueto in poesia. Imparavo a scrivere sui fatti che mi capitavano, cercavo di riflettere sulle cose che toccavano la mia vita e avrebbero potuto toccare anche quella di altre persone.

In ciò c’è un’opportunità allargata, indefinita, di riuso.
Evidentemente. E dipende dalla possibilità di altri di riconoscersi nella tua esperienza. Che può essere anche soltanto un’esperienza astratta: di ritmi, di forme, di pura fantasia.

Era, comunque, una scelta di campo assai precisa. Lei stesso lo ha spesso scritto: no alla poesia basata «sull’ego verticale rispetto al piano della scrittura».
Mah, la poesia rappresenta ancora un atto di fiducia nelle capacità auto liberatorie del linguaggio. Parla di sé, arriva da sé. Chi la fa è semplicemente un tramite. Il rapporto con ciò che si scrive dovrebbe essere molto cauto, senza falsi passi. Come in amore, come nella danza.

Tutto ciò ha portato una certa attenzione ai toni «bassi» del linguaggio. Anzi, per esser precisi: la sua lingua è una lingua media da classe media, che non sembra decidersi tra l’alto e il basso.
Questo non lo so. A me piacerebbe essere un grande poeta tragico, come Manzoni. Ma è difficile, non ho modelli. Mi piace adoperare parole molto normali che ho imparato anche attraverso l’esercizio del lavoro di traduzione. Tu metti insieme cinque parole assolutamente normali e per ragioni di suono e ritmo, di significato puro e semplice, esse fanno una poesia. E non c’è alcuna priorità del poeta: io, per esempio, mi diverto a dire che credo nell’ispirazione, che sono un poeta romantico nel senso che mi piacerebbe scrivere versi che possano subito coinvolgere i sentimenti di altre persone.

Vuole sottolineare una certa ingenuità, un certo automatismo?
Diciamo che serve essere aggrediti da certe verità che gravitano intorno, in una zona che, convenzionalmente, chiamiamo extrasensoriale, irrazionale, ma che non è né extrasensoriale né irrazionale. Appartiene semplicemente a zone di sensorietà e di razionalità che la nostra cultura ci ha portato ad atrofizzare, di cui sussistono solo barlumi.

No, insomma, alla tradizione dell’artifex, del poeta che ti dice: adesso ti faccio vedere cosa faccio!
Non puoi puntare sul rumore, ma sul silenzio. Non credo molto ai tentativi di autopromozione, di autopubblicità: la poesia è meglio che uno la coltivi come una virtù clandestina, poi il resto sarà dato in sovrappiù. Tempo fa ho sentito dei poeti, o poetastri, in tv, che dicevano: «Dobbiamo essere pagati come cantanti». Ma perché, che senso ha?

No, anche a ogni forma di protagonismo, allora.
Non si deve per forza aspirare a essere celebri. Anche se può far piacere, la notorietà è un miraggio fuorviante. La biografia di un poeta non deve essere un film a colori, piuttosto un bianco e nero: se possibile, un bianco e grigio. Più irrilevante è la vita esterna, maggiori sono le probabilità che sia intensa la vita interiore. Io spero che nessuno mai possa raccontare un aneddoto su di me. E se uno li racconta, sono cose che si possono dire di una qualsiasi persona. La blusa gialla di Majakovskij non serve più: oggi ognuno porta la sua blusa gialla. È meglio che il proprio viso lo si faccia vedere il meno possibile.

Niente televisione, allora? Molti suoi colleghi la chiedono.
Io ci vado pochissimo. Ti usano, sei sempre usato. Meglio stare a casa. Una volta feci una cosa che mi piacque abbastanza: ma non parlavo di me, parlavo di piazza Fontana.

Ci saranno pure dei riconoscimenti cui aspira?
Non voglio nessuna corona di alloro. Non ci faccio niente. L’alloro si mette nel fegato trifolato, è un ingrediente da cucina.

Ma il parere di altri letterati o poeti non la lusinga, non lo ricerca?
Faccio un esempio. Da Fortini ho imparato tante cose, posso dire che se ho studiato un po’ lo devo a lui. Con questa idea del catechismo che ho in testa, se uno mi dice di fare una cosa io la faccio. Così se Fortini mi diceva di leggere i manoscritti del ’44 di Marx io li leggevo. E mi piacevano pure …Ora, però, i nostri rapporti sono pessimi. Sere fa, l’ho incontrato e mi ha detto: «Ma come non hai ricevuto il mio bigliettino in cui dicevo che la tua poesia era veramente bella?». E io: «Sì». «E non ti sei commosso?». E io: «Mi ha fatto piacere, non più di tanto». Non per presunzione, ma perché aspiro ad altro. A un riconoscimento di tipo umano. Penso che ogni persona debba aspirarvi: non è che io voglio che tu mi voglia bene perché sono poeta, mi devo voler bene perché sono un uomo, un poveretto come te. Perché pensi che abbia qualche virtù, qualche valore umano. Perché sono gentile, ad esempio».

Un’ultima domanda un po’ ingenua: ma tante volte, così, si sfondano porte non proprio aperte. Chi è, come si immagina il suo lettore: quello presente e anche quello futuro?
Non so, preferisco non pensarci. Non me lo immagino proprio. Poi ci ripensa: «Sa cosa diceva Sienkiewicz, l’autore di Quo vadis, uno che solitamente viene giudicato scrittore di mezza tacca e forse a ragione? Diceva: «Scrivo per confortare il cuore dei miei compatrioti». Si alza di scatto, va verso la libreria che ci sta di fronte, prende un libro, sono le poesie di Machado, il suo preferito. «Potrei dirle che l’altra sera ero molto triste, molto stanco. Ero abbattuto, non avevo voglia di fare niente. Allora mi sono messo a leggere questi versi con il sentimentalismo di una serva e poi sono andato a dormire. Come immagino il mio lettore? Così: uno che come me va a leggere, per disperazione e, poi, riesce a dormire. Sì, questo vecchio don Antonio, morto nel 1939, l’altra sera mi ha salvato. Se riesci a confortare il cuore di una sola persona è già abbastanza. Sei uscito dai confini di te stesso».

Guarderò indietro
Guarderò indietro, non avrò più paura.
Dimenticare amici, dimenticare sventura
o ventura, non serve, cambiare accento,
sapere tutte le giuste notizie,
dunque, non serve. Se è da rifare il mondo,
datemi la mia parte, fissatemi il tempo,
controllatemi, lavorerò… Ma qui un po’ di vento
già mi sbalestra, mi scopro se mi nascondo,
mi coglie in fallo: basta un niente a tradirti,
e sbagliare da soli non dà esperienza.
Cominceremo daccapo, ma qui è già sabato sera,
credo che il Diavolo esiste, volevo dirti.
 
Da La vita in versi


Questa conversazione con Giovanni Giudici è contenuta nel libro “La promessa della notte” Donzelli 2011.

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

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