Formicaleone

Elisa Bordin risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Caro John,
i tempi sono bui, lo vediamo. La bellezza tutta ne risente. È toccato a chi si occupa del corpo – parrucchieri, barbieri, ristoranti e discoteche – ma anche per chi vive di un’arte diversa – cinema, teatro, musica – il tempo lascia poca speranza. E se l’idea di stare rinchiusa a leggere libri non può che creare in me sensazioni di calore umano, capisco la difficoltà altrui di pensare al futuro. Scrivi Johnnie, scrivi. Anche Hollywood riprenderà e allora sarai lì, nei suoi studios, a prendere soldi a vagonate. 
È proprio come dici tu, ora ci tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Ma non serve pur questo nell’attività dello scrittore? Ricordo quando diciasettenne leggevo Schopenhauer. Il male, la tristezza, creano un vuoto; ma chi è in grado di sopportare quell’acquitrino di dolore lo vedrà riempito di acque cristalline d’amore. 
Chi si occupa di scrittura è fortunato in questo frangente storico, perché la scrittura, per quanto il lavoro finito sia collettivo, parte come atto solitario che spesso si consuma singolarmente, senza bisogno di un pubblico, dell’altro. E questo sebbene sia una forma d’arte che moltissimo si occupa degli altri, delle forme del vivere umano e della sua comprensione. Da lettrice mi sento di essere riempita d’umanità anche nella solitudine della stanza dove mi trovo a leggere. Che arte ambigua, che mentre ti confina ti proietta pure nel mondo, mediandolo e restituendo una dimensione che a volte sembra più veritiera della realtà stessa. Della realtà forzatamente virtuale che viviamo penso allora a questa prima forma di mediazione, che mi fa dialogare con te, distanti kilometri e decenni.

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

È vero, scrivere è arte, ma è anche tecnica – bisogna provare, riprovare, cambiare, girare frasi, esercitarsi con la punteggiatura, capire la funzione dei paragrafi. Me ne accorgo quando correggo le tesi dei miei studenti: le idee sono quasi sempre buone, i concetti non sono sbagliati, ma la scrittura è da rifinire. Lo so, è capitato tante volte anche a me. D’altronde, la lingua che si scrive non è quella che si parla, soprattutto per noi che ci muoviamo nell’accademia. Ricordo il primo scoglio postomi dalla scrittura. Ero in prima elementare. La maestra diceva una parola, noi dovevamo scriverla e poi fargliela vedere. Ci esercitavamo con le doppie e io non riuscivo a scrivere stellastalla. Allora ho sbirciato il quaderno della mia vicina di banco Erika: sapevo che stavo copiando, sapevo che non si faceva, ma sapevo pure che non conoscevo bene quelle parole. Venivo dal Veneto profondo, della campagna, dove l’italiano esisteva solo alla TV o a scuola, e a sei anni sapevo di non avere una competenza completa della lingua e mi vergognavo. Figurarsi scriverlo! Parlo degli anni Ottanta del Novecento, non del Regno d’Italia. Ma era così. 
Crescendo lo studio della letteratura è diventato una costante della mia vita. Una dedizione non facile da tenere viva. 
Ora che leggo i miei studenti mi rendo conto di quanto sia rinchiuso in una scelta lessicale e quanto poco ci fermiamo a capirne le scelte, quanto diamo per scontato nel processo di comunicazione scritta.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Il problema di cui parli, caro John, è la frenesia di Hollywood, che in quanto industria è sì interessata al prodotto che produce, ma ancor di più al consumo di questo. Con te, a Hollywood, ci sono scrittori di primo calibro: Fitzgerald, Faulkner. I ‘valori’ della scrittura fanno davvero la differenza nel mondo delle immagini in movimento? Io, che ti scrivo a distanza di anni, devo dirti che quel connubio scrittura-cinema si è saldato ancor di più. Poco tempo fa vedevo la serie True Detective, suggeritami da uno studente – loro non hanno figli e si guardano molto intorno. È scritta da un giovane scrittore italoamericano come te, Nic Pizzolatto, nato povero e cattolico eppur fattosi strada. Essere donna, madre e lavoratrice non mi lascia molto tempo per le esplorazioni gratuite, e di questo me ne dolgo, perché è lì, in quei viaggi gratuiti, che si rintracciano e confermano valori. Ma una stagione sono riuscita a vederla e poi mi sono andata a vedere altre cose di Pizzolatto. Non tutto il male vien per nuocere; ci sono cose diverse al mondo, come un film o un romanzo. Saper passare in mondo efficace da un modo all’altro fa parte dell’abilità di uno scrittore. Ricordo le parole in un’intervista di Chris Abani, autore nigeriano-britannico-americano. Un ‘global Igbo’, come lui si definisce. Come emerge dai suoi lavori e come spesso ribadisce ai suoi intervistatori, Silver Surfer, James Baldwin, Ralph Ellison e o i romanzi dell’Onitsha Market tutti convivono uno accanto all’altro, in un continuo, senza distinzione di prestigio. E volenteroso Abani scrive delle tragedie della guerra del Biafra come nel poetico Canzone per la notte (Song for Night2007) ma pure corregge e scrive sceneggiature.
Capisco però quel che vuoi dire. La lentezza del pensiero, della cura, della scrittura sembra non esistere più. Non dirlo a me: in università siamo giudicati in base a quanto ‘produciamo’. Come se il sapere fosse una produzione e non una costante riflessione. 
Il mio compagno vorrebbe trasferirsi; sogna una vita thoreauviana, ai margini di qualche lago Pond in cui si fa meno ma, idealmente, si ha il tempo per godere di aspetti minori della vita. Ma come faccio a raggiungere i miei studenti? Un valore non condiviso che risonanza ha?

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Com’è difficile stare sulle due sponde dell’oceano.
Eppure, in questi giorni freddi in cui sto scrivendo, anch’io nutro sentimenti dolci per i miei ricordi d’America – del tempo quando si poteva viaggiare, quando era tutto un programmare. Qualche anno fa, a New York, la città non m’era piaciuta. Era il primo viaggio importante, da sola, dopo 2 anni di pura maternità. Due figli di seguito, a 15 mesi di distanza e con una condizione lavorativa precaria possono essere un’esperienza estraniante. Ma ad un certo punto, dopo averli svezzati entrambi, sono riuscita ad allontanarmi. A novembre me ne stavo lì, a New York; non faceva ancora freddissimo, ma abbastanza per farmi battere i denti. Stavo in un quartiere periferico perché non avevo i soldi per essere più centrale, in un appartamento sbilenco a rimpiangere la doccia di casa. La padrona di casa non mi parlava e si rinchiudeva nella sua stanza. Le uniche che mi rivolgevano la parola erano le donne ispaniche alla fermata della metro.


Elisa Bordin insegna Letterature e culture nordamericane presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. I suoi campi di ricerca riguardano il genere western, a cui ha dedicato la monografia Masculinity & Westerns: Regenerations at the Turn of the Millennium (2014); la letteratura delle minoranze e della migrazione, con particolare attenzione alla letteratura italoamericana e chicana; gli studi critici di razza, con specifico riferimento al lascito culturale della schiavitù nel presente. Su quest’argomento, ha curato il volume Transatlantic Memories of Slavery: Remembering the Past, Changing the Future (2015, con A. Scacchi) e A fior di pelle. Bianchezza, nerezza, visualità (2017, con S. Bosco). Nel 2019 ha pubblicato la monografia Un’etnicità complessa. Negoziazioni indetitarie nelle opere di John Fante; attualmente sta lavorando a un volume a quattro mani sull’autore igbo-nigeriano-americano Chris Abani e, più in generale, sulla nuova diaspora africana negli Stati Uniti. Fa parte della redazione di Acoma (www.acoma.it), Iperstoria (www.iperstoria.it) e From the European South (europeansouth.postcolonialitalia.it)

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