Formicaleone

Comunità e territorio

Il rapporto tra una comunità e il territorio è complesso, formato da fattori variegati e di non facile intuizione, almeno a una prima analisi. Perché, se è vero che oggi tanti paesi dell’entroterra hanno bisogno di essere ripopolati, di nuove energie per emergere e riappropriarsi di un futuro, è pur vero che nel passato, chi ha potuto, da questi territori se n’è andato. Non appena le energie fisiche, emozionali e spesso economiche lo hanno abbandonato, quel qualcuno è fuggito.
Senza nemmeno guardarsi indietro a volte, dimenticando case, terreni e proprietà.
Una vera e propria fuga, un «si salvi chi può» generalizzato e generazionale. Erano tempi differenti, non ci sono dubbi; si sopravviveva tra povertà e fatica.
Da quel mondo si fuggiva.

… è un fatto, che i paesi si sono spopolati e che la causa va ricercata nella storia e nelle motivazioni delle persone che se ne sono andate …

Da persone attente non possiamo perciò sottrarci dal riflettere su questo incontrovertibile dato di fatto. Oltre alla povertà, alla miseria, quali altri fattori hanno spinto le persone prima e intere famiglie poi, ad abbandonare la campagna e la montagna per raggiungere la città? Quali condizionamenti hanno agito sulla mente e i cuori di quelle persone? La possibilità di arricchirsi? Di costruire un futuro migliore per i propri figli? Un lavoro meno duro? Una poetica delle città affascinante, ammaliante?

Sono fattori importanti, determinanti presi singolarmente, ancor di più se sommati. Ma quali possono essere i primi se si immaginasse un’ipotetica classifica? Sta di fatto, anzi è un fatto, che i paesi si sono spopolati e che la causa va ricercata nella storia e nelle motivazioni delle persone che se ne sono andate. Intercettare i motivi, sviscerare i singoli fattori, ricostruire il passato, potrebbe essere determinante per tracciare una politica capace di creare le condizioni ideali per un ritorno. Consapevole e partecipato, né imposto né basato su premesse errate e fuorvianti.

Perché, è evidente, la fascinazione della grande città, le infinite possibilità, le innumerevoli strade percorribili, gli infiniti futuri immaginati, esercitino ancora oggi un richiamo non trascurabile per le persone. Se così non fosse molte di quelle costrette a vivere di espedienti, schiacciate da una vita difficile, al limite delle proprie risorse economiche e fisiche, potrebbero tentare la via del ritorno – seppur cosparsa di rimpianti e di un senso di sconfitta spesso difficile da accettare – e accettare una nuova partenza nel paese di origine, se lo hanno, oppure in un qualsiasi altro luogo.

Invece non succede quasi mai e, se accade, non viene raccontato. Non si parla mai di qualcuno tornato perché sconfitto dalla città; la retorica comunicativa preferisce porre attenzione alle storie di giovani «cittadini» insoddisfatti, forti abbastanza per lasciare un posto di lavoro ben retribuito e ricercare, in montagna o in posti semi abbandonati, un diverso modo di vivere, fatto di turismo o produzioni particolari ed ecosostenibili. Niente di male, sono storie che aiutano, misurano il cambiamento, aprono delle vie e forse, per alcuni, sono spunto di riflessione e di riscatto.

… la retorica comunicativa preferisce porre attenzione alle storie di giovani «cittadini» insoddisfatti, forti abbastanza per lasciare un posto di lavoro ben retribuito e ricercare, in montagna o in posti semi abbandonati, un diverso modo di vivere …

Però, a dirla tutta, non servono o servono a poco.
Perché raccontano solo una piccola porzione, non sempre vera, del vivere le aree interne.
Servirebbero storie di «cittadini» perdenti, di persone che hanno abbandonato la città perché non più in grado di viverci, perché in difficoltà economica, perché incapaci di costruire un futuro per sé e per i figli e che, pur di dare dignità alla propria esistenza, hanno deciso di ricostruire una vita da un’altra parte. Servirebbe a creare un’immagine delle aree interne completamente diversa, lontana dal luccichio delle storie di copertina, ma per questo assai più vera ed efficace.

Ricostruire la poetica dell’Appennino e delle aree interne scrivendo un messaggio condivisibile, veritiero che sia capace di sottolineare gli evidenti problemi legati alla mancanza di alcuni servizi, alla lontananza da altri, ma al contempo in grado di marcare gli altrettanti pregi di cui approfittare e godere. Non è solo una questione di paesaggio, di panorami, di aree incontaminate; è una questione di stile di vita, di obbiettivi da realizzare, di capacità di fissare il modo e il mondo in cui crescere e far crescere.

E per migliorare quel mondo, molto si potrebbe fare: pensiamo alla tecnologia grazie alla quale si potrebbero ottimizzare i consumi nei piccoli centri rendendo meno oneroso per comuni e società di servizi mantenere un alto standard nella fornitura e contenendo i costi. Un piccolo esempio di come, volendo, si potrebbe intervenire migliorando gli standard di vita delle aree interne. Ed è quel «volere» che, nonostante il grande fermento attuale, il tanto parlarne, non sembra trasformarsi in «potere» e in decisioni di fatto.

Perciò, fino a quando questo stato di cose non verrà cambiato – e temo che i tempi saranno tutto fuorché brevi – la narrazione di vita degli Appennini e delle aree interne dovrà essere quanto più onesta possibile. Solo così riusciremo a creare un’immagine efficace, difendibile e condivisibile. Ci sono dei limiti a vivere a certe altitudini e lontani dal «centro»? Si, è chiaro. Bene! Raccontiamolo, senza mezzi termini, senza vergogna o paura di essere poco originali. Raccontiamo i problemi, le difficoltà quotidiane e le mancanze. Perché così facendo, chi andrà o tornerà a vivere in quei paesi, lo farà consapevole dei tanti limiti a cui dovrà sopperire. Lo farà con la certezza di doversi adattare, di doversi impegnare, consumare tempo ed energie per accedere a servizi che in città aveva vicino a casa. 

E quella consapevolezza farà la differenza nei momenti più difficili.

la narrazione di vita degli Appennini e delle aree interne dovrà essere quanto più onesta possibile. Solo così riusciremo a creare un’immagine efficace, difendibile e condivisibile


(Foto di Oreste Verrini)

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