Formicaleone

“Due facce” di Ilaria Salvatori

Questa è la storia di Due facce, di come andarono le cose in quella notte del 1869.
Me la raccontò all’orecchio la vecchia Peg, sussurrandomi tutta la vicenda con lo stesso pathos che si confà a un macabro racconto dell’orrore. Tuttavia, sollazzato dagli oppiacei che ero solito fumare appena dopo una delle sue eccellenti fellatio, mi addormentai e tutt’ora non sono sicuro dell’attendibilità dei miei ricordi.

Due facce, erede della parìa britannica, viveva in solitudine nell’antico appartamento di famiglia a Brichester, vicino il Langdmore Bridge e certamente più delle sue finanze, che costituivano una notevole attrattiva per uomini di malaffare, lo precedevano i pettegolezzi circa una presunta malformazione fisica: la presenza di un secondo volto posto sulla nuca.  Il volto posteriore, per quanto impossibilitato a mangiare o a parlare, era in grado di ridere o piangere, atteggiandosi in varie smorfie, interpretate dai più come dispetti di cattivo gusto che infondevano sentimenti di ansia e disgusto. In circostanze normali sarebbero bastate queste bizzarre dicerie a risparmiargli le attenzioni di certa gente di cui vado a raccontare, se non che in alcune nottate di fine autunno, perfino il riparo in una polverosa e lugubre abitazione come quella in Wormhole Street, era da paragonarsi a un tesoro di notevoli proporzioni. In realtà, Due Facce non solo godeva di una salute piuttosto cagionevole, ma era cresciuto passando diversi periodi di spaventosa depressione dovuti per lo più all’odio e al disprezzo della comunità, in quanto figlio illegittimo della contessa di Darlington, sposata in seconde nozze a suo padre. 
Quella notte del 1869, non fosse stato per la nebbia e il freddo pungente, la visita che Salvatore Russo, Ezra Kritchevsky e Diego Sousa ebbero in progetto di fare al povero Due facce, sarebbe stata manchevole. Il ponte di Langdmore era illuminato da un malevolo pallore lunare e qualcuno giurò negli anni avvenire, di aver visto i tre signori vagabondare nei dintorni in preda a una specie di euforia guascona, dovuta agli effetti del vino scolatoalla malfamata locanda del Votapozzo.  In una di quelle strade apparve rumorosamente una carrozza male in arnese, con un aspetto tra il funereo e il cavalleresco. Quando lo sportello si aprì, uscì lentamente Due facce avvolto da una palandrana cremisi e stivali neri tirati a lucido. Il suo aspetto era nobile e inquietante. Aveva capelli lunghi e ondulati coperti da un cappello a cilindro, barba folta, viso pallidissimo e occhi di un’indistinguibile tonalità spenta. Perfino il vetturino al momento di farsi pagare, ne ebbe un rispettoso timore, e non cercò di imbrogliarlo sul prezzo della corsa. Dopotutto, chiunque si fosse aggirato da quelle parti, vedendolo scendere dalla carrozza, avrebbe preferito non averci a che fare; ma Salvatore Russo, Ezra Kritchevsky e Diego Sousa non erano gente di Brichester. Appartenevano a quel nuovo ed eterogeneo mucchio di esotici fuoriusciti che s’era riversato intorno ai confini della Nuova Inghilterra con il loro folklore, le loro speranze, e vedevano nello sventurato Due Facce solo un giovane, sfortunato di cui neppure Dio aveva avuto pietà. Così, se è vero che gli affari sono affari, per un ladro che abbia a cuore la sua perizia, un giovanotto che paga la corsa in carrozza con monete d’oro, rappresenta un’attrattiva e una sfida.
Non prima di essere passato in mezzo al terzetto come un fantasma trapassa le pareti, il giovane rincasò dal freddo della strada nel calore denso e maleodorante del suo appartamento.
Tutti e tre lo guardarono con curiosità, senza accennare uno scherno, o un commento ironico. 
– Avete sentito qualcosa? – chiese Kritchevsky.
– Solo le nostre ossa che scricchiolano per il freddo – rispose Russo.
– Quello non ha niente dietro alla testa, ve lo dico io. Solo le maledizioni di questa gente meschina. 
Kritchevsky sputò a terra e subito dopo, portando le mani a coppa in prossimità della bocca, fece uscire un alito tiepido per scaldarsele. 
– Diavolo, ha tanti di quei soldi e li tiene tutti per sé, alleggeriamogli le casse. – concluse Sousa.
Così il risultato di una breve adunanza tenuta negli istanti successivi, stabilì che Russo e Sousa avrebbero intrattenuto il gentiluomo, mentre Kritchevsky li avrebbe aspettati carichi del presumibile fardello monetario in un angolo in Wormhole Street, vicino al cancello che interrompeva l’alto muro posteriore dell’appartamento. 
– Stanotte queste chiappe meticcie andiamo a scaldarle in qualche bordello! 
I tre avventurieri risero sonoramente dandosi di gomito e com’era stabilito si avviarono separatamente. I signori Russo e Sousa si posizionarono vicino alla porta principale dell’appartamento e sebbene non gradissero l’ombra che producevano i raggi di luna sui i rami spogli degli alberi contorti, avevano cose più importanti a cui pensare che inutili e sciocche proiezioni fantasmagoriche.
Nel prendere posto rifletterono su come sarebbe stata impresa assai ardua costringere Due facce ad aprire la porta a due come loro e a sbottonarsi sul nascondiglio delle monete d’oro, ma restava comunque il fatto che era debole e solo e che loro erano in due. Russo e Sousa erano esperti nell’arte di rendere loquaci gli indecisi e conoscevano alcuni modi per far sì che le urla di un povero storpio come Due facce potessero passare facilmente inosservate. Si diressero quindi verso l’unica finestra illuminata e sentirono il giovane che si lamentava come un bambino con le testa tra le mani; una volta indossate le maschere attesero educatamente davanti alla porta di quercia macchiata dalle intemperie. Al signor Kritchevsky, che aspettava impaziente sul retro della casa, in Wormohole Street, l’attesa sembrò lunghissima. Era il più scaltro dei tre e non gli piacquero affatto i rumori molesti che si levarono dalla casa poco dopo l’ora prevista per l’impresa. Non aveva forse raccomandato, ai due colleghi, di essere più silenziosi e rapidi che potevano? 
Guardando nervosamente lo stretto cancello di metallo che s’apriva nel muro posteriore dell’appartamento e consultando spesso l’orologio da taschino, astutamente sottratto a un ufficiale della marina britannica, si domandò il perché del ritardo. Forse Due facce era morto prima di rivelare il nascondiglio, rendendo necessaria una lunga caccia al bottino?
Poco dopo avvertì un debole passo, e forse un chiacchiericcio bambinesco indistinto, nel vialetto oltre il muro, seguito dal rumore di un chiavistello che girava. Il cancello si stava aprendo verso l’interno. Nella pallida luce dei lampioni stradali aguzzò gli occhi per vedere che cosa avessero portato i colleghi dall’appartamento che torreggiava alle sue spalle, ma non era quello che s’aspettava. Al posto dei colleghi, infatti, c’era Due Facce con il volto bagnato di lacrime come prova inconfutabile del fatto che aveva pianto. Ezra Kritchevsky non aveva mai fatto caso al colore dei suoi occhi, ma ora vide che erano gialli. D’improvviso Due facce, appena dopo aver borbottato un sommesso e concitato Mi dispiace, si girò di scatto lasciando che le fattezze demoniache del secondo volto portassero a termine lo scempio di cui tutti di lì a poco avrebbero spettegolato.

Nei quartieri di una grande città basta un niente a scatenare l’eccitazione generale, e questa è la ragione per cui gli abitanti di Brichester parlarono per tutta la primavera successiva della scomparsa di Due facce e dei tre corpi inidentificabili rinvenuti nel suo appartamento in Wormhole Street, sfigurati da quelli che sembravano morsi di una qualche bestia affamata, maciullati come dai calci di crudelissimi stivali. Alcuni si soffermarono su particolari banali come l’orologio da taschino con lo stemma della marina britannica abbandonato in prossimità del cancello posteriore ma a nessuno sembrò importare davvero della sorte che poteva essere toccata a Due facce. Neppure alle autorità che archiviarono il caso.
Tuttavia la gente dimentica presto i pettegolezzi del quartiere, riservati per natura a prostitute civettuole e vecchi frequentatori di locande, ragion per cui a Brichester, che pure doveva aver visto cose molto più emozionanti, un macabro ritrovamento come quello avvenuto in Wormhole Street e la scomparsa di Due facce, rappresentavano certamente due macchie da cancellare. 

Se avete appena finito di leggere questa storia, spero di essere già morto. 
Ho cercato con tutte le mie forze di non ascoltare quello che mi suggeriva di fare la voce mefistofelica di Due facce quella notte. Non ci riuscii per quanto la fede, non vi nascondo, mi diede una grossa mano. Ho vissuto nell’ombra fino ad ora e il senso di colpa ha consumato le mie povere membra giorno dopo giorno; probabilmente se stasera vi troverete a passeggiare al chiaro di luna potrete vedermi penzolare sotto il ponte di Langdmore. 
Ho deciso di porre fine a un’esistenza miserabile, così come ho fatto con quei tre signori.

Edward Mordake,
Due facce.

Ilaria Salvatori è laureata in Cinema e arti della visione presso l’Università degli studi di Roma Tre. Difficilmente si separa dal suo pc e dai libri dei suoi autori preferiti. Ha scritto altri racconti comparsi, o in procinto di essere pubblicati, sulle riviste letterarie Carie letterarieCrack RivistaGrande Kalma. Nel 2016 ha vinto il Premio HOMBRES itinerante classificandosi prima nella sezione racconti.


(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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