Formicaleone

Un’isola che attrae e respinge

Leonardo Bonetti, artista poliedrico, già noto agli annali come autore di contributi critici, opere di narrativa, prose poetiche, raccolte di racconti, realizzazioni cinematografiche, nonché compositore e musicista underground, vede in queste prime settimane del 2021 l’uscita della sua ultima fatica letteraria, il romanzo L’isola che non c’era, per Il ramo e la foglia edizioni.

L’isola di cui si parla, ci fa capire da subito il narratore, non è un luogo certo né affidabile, e non compare «nei portolani, immaginosi resoconti redatti dagli equipaggi del secolo decimosesto». Sembra riemergere dalle profondità marine nella sua fisicità – fatta di vertiginose mulattiere, speroni selvaggi, ampie vallate molli d’erba, animali consueti e creature prodigiose – proprio quando si registra la scomparsa del chimerico volume che «a detta di alcuni, ne avrebbe descritto la nascita e il mito». 

Dunque, nell’esatto istante in cui rischiava trascuratezza e oblio, l’isola riprende a esistere, e ha ora una «separatezza» e una «necessità» costitutive, che ne fanno quasi un magnete, l’approdo naturale di un certo tipo di esseri umani, tra i quali il giovane Leo: un ragazzo ingenuo ma traditore, bello ma smunto, d’un tratto provato egli stesso dal tradimento da lui somministrato all’innamorata quasi come legge naturale; personaggio che evolve e si trasforma, partendo da una sofferenza che spesso tutti ci accomuna: il vuoto, l’assurdo e i numerosi falliti tentativi di realizzazione – lavorativa, sentimentale, identitaria – che «il continente» gli ha inflitto.

Leo scivola dapprima in una liberatoria atarassia: «In giro per la cittadella, quella sera, con la scritta chiuso applicata sul petto, fece la sua bella figura. I pochi passanti, dagli sguardi ostinati ma divertiti, sembrarono volergliene rendere merito prima di tirare diritti per la loro strada», poi parte alla volta dell’isola, dopo essersi appropriato, con la complicità di alcuni compagni maghrebini, di un peschereccio sotto sequestro. Questo nuovo approdo mostra da subito le sue stranezze, i suoi incantesimi: «La zona produce un campo magnetico che impedisce l’uso dei moderni sistemi di comunicazione, obbligando ad avvicinarvisi solo a motori spenti; né è previsto l’utilizzo di mezzi a propulsione o, men che meno, altre diavolerie atte all’automatismo. Ecco perché Leo da subito ha issato le vele con orgoglio sperando nel favore dei venti e dello spirito stesso del suo sogno» ed esibisce quell’aleatorietà, quella raggiungibilità selettiva, che evoca una realtà per iniziati, gravida di doni, grazie maliarde, precetti occulti, formule rituali.

L’isola come cerchio magico che attrae e respinge, che cattura e perde i suoi visitatori è una suggestione che pervade la letteratura da secoli: un altrove fatato, un grembo di delizie, che contiene però nel suo essere spazio altro, chiuso al mondo, un seme di inquietudine: suolo stregato, dalla natura lussureggiante, abitata da specie faunistiche policrome e clamorose, che danno spettacolo di sé nel loro essere mansuete e consolatorie, oppure aggressive in un modo altero, circense, selvatico.

Gli antecedenti del topos dell’isola sono innumerevoli, e assumono via via la connotazione della nostalgia e dell’eterna pulsione al ritorno (Itaca), del luogo che appare beato ma in realtà è irto di pericoli (l’Ebuda di Ariosto), che stordisce e pericolosamente seduce con l’oblio (l’isola dei lotofagi di Omero); ma l’isola è anche un non-luogo temporale, separato e protetto dalla storia, e dunque possibile sede di sperimentazione, dove si possono abbandonare le convenzioni cristallizzate, di natura familiare, politica, sociale, economica, per dare origine a una nuova realtà umana, che è ripartenza e ricerca, e dove tutto diviene utopicamente sovvertito, fresco e sorprendente; un teatro di esistenze dove la definizione di ogni individualità si polarizza in modo spontaneo sull’asse necessità-felicità, in piena armonia con la natura e gli altri esseri viventi.

Nell’Utopia di Thomas More il territorio insulare naturale diveniva cornice di un ambiente urbano ideale, pervaso dal principio razionale di organizzazione, che finiva per ordinare ogni particolare della vita quotidiana dei suoi abitanti; ma è questa la parte nevralgica in cui l’ambiente utopico mostra da sempre le prime incrinature, nella paura del decadimento dovuto alla contaminazione, nella chiusura a un mondo esterno (o a un mondo interno di intima, individuale ribellione) con cui è in dialettica ostile, perché esso incombe sull’ordine, ed è minaccia cui ci si può opporre solo con una rigida regolamentazione.

E ancora, di isole incantate – nell’accezione bipolare del termine: incanto e pericolo, meraviglia e perdizione, libertà e coercizione – ci hanno parlato con sincero afflato etico o con ironia, a volte persino con i toni del dramma sociale o filosofico i bravi Defoe, Swift, Melville, Golding, Ortese, Morante fino a Umberto Eco e innumerevoli altri. Isole immaginarie, irraggiungibili, apparentemente disabitate o abitate da creature mai esperite, dove tutto è a portata di mano o dove tutto è negato, dove un nuovo assetto rende tutti migliori o peggiori.

Bonetti non si distacca da questa tradizione, ma anzi riunisce molti di questi elementi, e ci regala un lungo racconto variegato, iridescente, popolato di numerosi personaggi astrusi, ambigui, sibillini; a volte teneri, più spesso spietati nel loro aver compreso tutto senza voler veramente dire o spiegare al nuovo arrivato; perché, come sempre accade, non è con la parola che una verità può essere trasmessa, ma solo con l’esperienza alchemica dello stupore, dell’enigma, del percorso. L’esperienza del protagonista Leo –l’omonimia pare evocare un alter ego dell’autore, ma questa è pura illazione – è viaggio surreale e metafisico, intriso di misteri e di domande, in cui modi e toni cambiano nel corso della narrazione, e la prosa via via si infittisce sempre più verso il simbolismo e la speculazione filosofica.

L’isola è reale, questo è senza dubbio, piena di stimoli sensoriali e di bellezze quotidiane, sincere:

«C’è un gran movimento, lì, e uno sferragliare di carriole con sacchi di tela grezza colmi fino all’inverosimile. E un odore di caffè, di spezie, di mercato; in ogni luogo un’ombra che si muove, un colore fuggevole, una macchia prima rossa, poi verde, morente in un barbaglio sotto al sole. I bambini, schiamazzando, corrono dietro gli angoli e per i vicoli; le donne, pazienti, li guardano dalla soglia di casa con un sorriso indulgente; hanno facce di porcellana, forti come piatti. Poi il piccolo gruppo sale per uno stradello dal lastricato irregolare, fatto di pietre scabre e scanalate».

Ma è anche un luogo la cui esistenza dipende da una particolare disposizione, accettazione, propensione all’abbandono del razionale:

«…finalmente l’isola. Ed è proprio allora che, di fronte agli scogli affioranti sul mare, egli avverte per la prima volta un sentimento sconosciuto, a metà tra l’affetto risorgente e una memoria dimenticata.
L’isola esisteva anche prima, va dicendo a sé il nostro Leo, sebbene sia chiaro che nessuno ne mostri consapevolezza. In fondo basta un piccolo sforzo e ciò che appare lontano diventa di nuovo vicino, vivissimo, immortale come una cosa che sembrava persa per sempre. È l’uomo a non avere memoria dell’isola, immagina Leo; mentre l’isola, invece, non fa che attendere un suo pensiero come chi ha vissuto tutta la vita nell’incertezza […]. L’isola è vissuta nell’attesa d’essere riconosciuta, canticchia ora contro il rumore del mare, ed è sempre pronta a passare dall’immortalità al tempo più breve del suo destino […] Perché Leo è personaggio finora più di ogni altro docile a tutto tranne che alla propria verità. E forse è giunto sin qui proprio per questo».

L’atmosfera, va detto, è a tratti inquietante, per la distonia tra gli eventi e lo spirito che li anima: l’abbattimento del grande olmo ha qualcosa di dionisiaco, un senso di necessità inspiegato, una festa sfrenata, ridente, che inneggia alla vita e alla morte insieme:

«Quale taglio è mai questo?, si chiede Leo. Perché colpire l’albero da ogni lato sperando che Aldina si sfili prima della caduta? E se venisse giù proprio da quella parte per una strana legge della fisica?, immagina con raccapriccio. Ma Aldina ama il suo albero tra gli altri più terribili, ed è per questo che accompagna ogni colpo con un riso cristallino».

La natura sull’isola sembra animata da presenze intrise di sortilegio, di incanto-disincanto, richiama quel sapore che Buzzati aveva dato al suo Bosco vecchio, pieno di geni, alberi viventi e animali parlanti; allo stesso tempo si sente il sapore del percorso sofferto di formazione tra arcani aggrovigliati e penose delusioni, che Morante aveva trasfuso nell’Isola di Arturo, e la malia allucinatoria dell’Iguana di Ortese viene richiamata in modo evidentemente intenzionale – non si può davvero pensare altrimenti – nella indocile Isolina, ospite dei bizzarri e anziani coniugi Poyka: creatura preistorica e ipnotica che spasima d’amore per Leo dal  suo rettilario d vetro «posto in mezzo allo stagno dove un’infinità di carpe, ninfee e germani fanno da corte variopinta».

Il protagonista sull’isola va incontro alla sua sofferta iniziazione: tutti conoscono misteri che aleggiano come evidenze allegoriche nell’aria, ma che nessuno può spiegargli con chiarezza, secondo un linguaggio terrestre: il Dottor timido e il pudore di essere umano, la vergogna della parola e dello specchiarsi, la strana usanza di sapore tribale secondo la quale ogni madre cede il suo nuovo nato alla compagna successiva del padre, affidandogliene la tenerezza, la compagnia, l’educazione; il pozzo d’avorio, i tesori segreti, le farfalle, la metafora della discesa dentro sé, nei propri anfratti bui e stagnanti, fino a recuperare il senso e la bellezza di tutto. E ancora le riflessioni su governo e ribellione, l’immagine sfuggente della mongolfiera fantasma, gli sforzi di comprensione, la casamatta, il necrolario, i piccoli paesi nella vallata. Ogni personaggio, ogni luogo ha qualcosa da raccontare e da trasmettere, secondo un messaggio cifrato che porta Leo vicino a una verità meno idilliaca di quella che all’inizio, tra paesaggi tersi e suggestioni edeniche, gli era parso. L’eroe dovrà fare un percorso solitario, in salita, dove gli verranno concessi solo ammiccamenti, strane delicatezze, racconti giocosi ma pieni di malizia cui si alternano saggezze improvvise e corrucciate, inappellabili serietà bambine, enigmatici sorrisi, imperturbabili mutismi dietro serenità olimpiche.

Avvicinandosi infine all’inafferrabile verità dell’isola, iniziando a scorgere chiaroscuri e fenditure che prima non vedeva, Leo avverte il nascere di una nuova consapevolezza, cui fa da controcanto un’opacità che odora di incantesimo, secondo le più radicate tradizioni della fiaba popolare.

L’isola che non c’era è una narrazione originale, inaspettata, che sfugge alle classificazioni di genere: non è utopia né distopia, non è un libro d’avventura né di pura introspezione; è piuttosto una riflessione inquieta, intrisa di tensione filosofica e di faticosa ascesi, in cui la meditazione antropologica si fa ricca di pietà e indulgenza, perché conscia della ferita primigenia della specie: la comune – spesso vana – ricerca della speranza; è così che il racconto diviene fiaba metafisica, profondamente allusiva, in cui i personaggi sembrano tarocchi, e i paesaggi il sipario cangiante di un teatro allegorico.


(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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