Formicaleone

Cinque poesie di George Popescu

vado e grido e scruto 
vado e grido e scruto 
nella sola parola dimenticata nel bicchiere
limite non più sento non esisto più
ti do in prestito le dita e
ascolto con esse la sordità dell’acqua
non son morto impigliato in un pensiero 
senza sera 

vacuità
rapire una vita mai tua
mai per te
niente non impedisce il vento
se il petalo ha un nome
se la pioggia arriva in tempo
se l’angelo sospende il Natale

io ho concluso l’ultima pena
io ho concluso l’ultima pena
col cielo sulle spalle 
col cielo grondante sulle brutte gambe
di santi orfani
io compio l’ultimo patto
con un’erba bizzarra
come un cane 

intermezzo con figurine di cera
non ha la vocazione dello scriba 
qualche secolo fa ha perso la mano destra 
in un duello con gigli gialli di gelosia 
e la poesia non è una vacca da mungere
l’ha imparato solo quando ha dovuto sostituire
la prima metafora con una metonimia nel legno
del resto la collina è vicina
la croce dovrebbe essere levigata ancor di più
deve splendere per il dolore prenatale
è là pronto per il sacrificio
la sillaba si attarda al banchetto principesco
del shabbat?
sarò là – dice 
saranno là – dicono –
ma non per penitenza
non per vendetta
non per un obolo
non per la redenzione
ma per la misericordia e per la fine che ha concluso
il lavoro del Verbo
il suo lavoro sul Verbo
e lo scriba (monco e gobbo da dismisure
e incantesimi permessi solo ai visitatori)
piangerà tenue il fremito della calligrafia dell’altro
di nessuno
infatti…

ho visto la corda
ho visto la corda
vuota
sotto il cielo bagnato e solo
Io ho visto la corda
e ho guardato la corda 
– nell’aria pavimentata dalla speranza in minuetto
la chiara corda verso la pianura vedova di morte
ma l’impiccato No – da nessuna parte
né la sedia né il sapone
niente
di quelle cose utili in questi momenti:
né il sangue né il verdastro della paura
o
l’ombra alta della sentenza 
e
l’impiccato da nessuna parte
come se nulla fosse accaduto
di ciò che stava per succedere
(o forse non è mai successo)
ma il mare obbligato a un rifugio colpevole
(per un secolo, starà in riflusso)
si sistemava i denti!
soltanto
in un angolo per erbe vuote di senso
una pietra
e d’improvviso annerita dalla vergogna
una pietra
e bruscamente sono trasalito
timoroso che qualcuno degli investigatori
mi vedesse la faccia
e illuminato sono uscito furtivo dal cancello
del giovane e bianco crimine


GEORGE POPESCU. Nato nel paesino Georocu-Mare, nel sud della Romania, vicino a Danubio. Frequenta il Liceo umanistico “Carol I” di Craiova, la Facoltà di Lettere dell’Università di Craiova e si laurea con una tesi su Lucian Blaga . Più tardi conseguirà anche il dottorato su “Lucian Blaga și paradigma gândirii europene / Lucian blaga e il paradigma del pensiero europeo” all’Università di Bucarest. Ha lavorato per anni come giornalista culturale, ha fondato e coordinato riviste e pubblicazioni di vario livello, ed ha insegnato da titolare di Letteratura italiana moderna per più di 15 anni all’Università di Craiova presso Facolta di Lettere.
Come poeta ha pubblicato Desprinderea de brumă / Lo scatto da brina, 1983, Știința veselă / La
gaia scienza
 , 1993, Magna impuritas, 1997, Scrisori către lady Di / Lettere a lady Di, 2003, Sine
nomine. Fluturi orbi / Farfalle cieche
, edizione bilingua, 2006, Casă singură așteptând în picioare
/ Casa sola aspettando in piedi
, 2019.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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