Formicaleone

Viaggio nei i paesi, eros in fuga

Quando chiedo se ci sono gay o coppie di lesbiche in un paese, la risposta arriva dopo parecchi secondi di silenzio. No, non ce ne sono. Anzi, credo uno, ma se n’è andato, abita a Bologna o a Firenze o a Milano. I paesi che frequento sono molto piccoli, nell’ordine delle migliaia di abitanti, fino a quelli minuscoli che non sono nemmeno mappati. Non ricordo di avere mai incontrato o frequentato un ragazzo o una ragazza lesbica, trans, bisessuale in un paese. Sarò stata sfortunata, non si può dire che non ce ne sono, né che non ce ne siano mai stati. Comunque non ne ho incontrati. Ogni weekend con il mio migliore amico, dato che in questo periodo è tutto chiuso e non possiamo andare da nessuna parte, facciamo il giro delle librerie. Guardiamo le ultime uscite, commentiamo i libri, mettiamo in vetrina quelli che ci piacciono, senza farci vedere dai commessi. Quest’ultima volta siamo andati in una storica libreria per bambini, adolescenti e ragazzi, i libri più belli e più interessanti si trovano qui. Ma soprattutto quelli più “evolutivi”, che parlano di ambiente, scienze, astronomia, e di consapevolezza. Questo libro è gay di Juno Dawson, Sonda editore, è un libro stupendo. Affronta temi come l’omofobia, la transfobia, gli stereotipi di genere ed è una piccola guida al desiderio sessuale per adolescenti ma anche per adulti.

I paesi non sono luoghi sicuri perché bisogna controllare continuamente di esistere, se sei una donna, una trans, o gay.

A me continuano a venire i brividi, quando sento dire che sono avamposti di futuro, luoghi d’innovazione, quando invece si consumano le peggiori vessazioni nella coercizione dei ruoli. Sono luoghi iperconservatori, assoluti, binari, tradizionalisti, raccontati secondo quello che ci si aspetta che accada, e non per quello che succede a chi li abita. Ci si preoccupa più della sopravvivenza dei paesi che del benessere dei suoi cittadini. La perenne rassicurazione che i paesi esistono, rappresenta il timore della solitudine e del loro abbandono, ma non sono la via per accogliere le diverse soggettività che li abitano. Si trascurano gli abitanti, le fasce più deboli e chi non ha strumenti si arrangia, secondo un atavico sistema delle disuguaglianze ed esclusioni. Non tutte le ragazze hanno avuto la fortuna di avere dei riferimenti di riscatto, o hanno gli strumenti psichici e il linguaggio per ribellarsi, nei paesi dell’entroterra italiano. Spesso saper rispondere e usare le parole nel giusto modo può aiutare. Non si può costruire la propria vita in un luogo che ti annienta perché sei donna, e non hai la stessa libertà di azione e di determinazione di un uomo. Se si ha la possibilità è meglio andarsene, sarebbe una vita tremenda, mutilata.

Esserci. Ciò che stiamo leggendo sui paesi, in questo periodo in cui aziende che fino a pochi mesi fa si occupavano di packaging etico, di educazione alimentare dentro stand arredati con piante di plastica e reti per galline, oggi cavalcano l’onda del ritorno nei paesi. Copiando male ciò che è stato già discusso, proponendoci una carrellata patetica di solitudini paesane. Anche loro, cercano di raccontarci il paese per stereotipi, associando luoghi comuni e cliché in base a quello che serve. Come se questo argomento fosse una palette di colori con una cromaticità da rispettare.

Non si parla di violenza di genere, omotransfobia, di disoccupazione, di mancanza di servizi, di controllo sociale, di atteggiamenti paternalistici e opprimenti, di realtà paludate e in mano ad anziani, o a giovani travestiti da anziani. Spaccati tra ideologia e rappresentazione, impantanati in una narrazione che non trova riscontro nella realtà. Un racconto fittizio, artefatto, una scenografia della provincia piena di risentimento, in cui non si diventa mai grandi. O si è bambini o si è anziani. Tutto ciò che ti accade oltre il paese, nella crescita lavorativa, nella realizzazione personale, nella nuova consapevolezza, non verrà rendicontato, né visto. E’ un lavoro per sottrazione. Esserci nella pienezza è scomodo. Come se tutto, tornando in paese, tendesse a ridimensionarti, a rimpicciolirti, a non osare, né manifestare la parte creativa e libera. In alcuni paesi del sud, per le donne, una volta tornate da eventuali esperienze formative che le hanno fatte crescere, è come se gli si creasse un deficit. Vanno accompagnate, controllate a vista, chiesto chi frequentano e dove vanno. Come se scivolassero da una compiuta integrità, alla dimensione di un piccolo fiorellino di campo da proteggere. Non è cura, né amore. E’ solo controllo e svalutazione, come se fosse all’improvviso un’impedita.

Ho pensato al valore civile del citizen journalism, dei blog, o delle radio locali che potrebbero essere un salvataggio per far emergere questo horror vacui. Del giornalismo partecipativo, che potrebbe essere un riferimento per chi vuole trasferirsi per conoscere le prospettive pericolose di eventuali traslochi, dove i sogni collettivi che hanno preso il nome di “esodo”, “la grande fuga dalle città” hanno un sapore di propaganda per sognare ad occhi aperti, all’occorrenza modificabile.

Nei paesi bisogna viverci, perché la fame e la fuga li hanno spopolati per mancanza di prospettive e di vita dignitosa. La natura, il paesaggio, l’acqua buona non bastano.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *