Formicaleone

“Riunione straordinaria al Circolo Dumbleton” di Arianna Cislacchi

L’aria era così calda che si respirava a stento. S’attendeva ormai da ore l’arrivo degli ospiti. Io giunsi per primo. Di tutto punto, elegante, impomatato, che s’era detto fosse una riunione della massima urgenza. Aprii la porta ed entrai affannato temendo il ritardo. La signora, carissima amica d’infanzia, mi guardò e sembrò felice. Ma era una strana felicità la sua, di certo non quella che t’aspetti dopo mesi di assenza. Senza troppi complimenti, mi fece cenno di accomodarmi accanto a lei; nel sedermi, strinse forte il braccio con gesto innocente e chinò il capo abbassando la voce.
“Avete preso pioggia?”
“Sia mai, son giunto in carrozza, come sempre.”
La donna sembrò assorta, sviò gli occhi truccati altrove, posandoli severamente sui maggiordomi che si destreggiavano intorno in una danza armoniosa di piatti e posate d’argento: la tavola sul lato, soverchiata da un’audace fila di quadri di famiglia, era colma di pietanze e vini pregiati.
“E dunque, avete saputo?”
“Come?”
La signora scivolò quasi addosso, sulla spalla e potei sentire le labbra gonfie sull’orecchio. 
“Ma si, che avete inteso. Sapete perchè siamo qui?”
Io la fissai senza ben capire. Lei fece una risatina sciocca delle sue e ammiccò.
“Andiamo, non siate modesto. Vogliono darvi la medaglia ad Honorem. Per i vostri studi, sapete. Non avete ricevuto nessuna lettera?”
Rimasi a guardarla interdetto. Strofinai nervosamente le dita sui braccioli.
“Nessuna lettera.”
La padrona di casa diventò paonazza. Attorcigliò il pendente che aveva al collo tra le dita.
“Cielo, forse ho rovinato una sorpresa. Tant’è, fingete di non aver udito.”
Sistemai la cravatta e sospirai; aprii la bocca, ma lei scosse violentemente la testa e i ricci scivolarono sul volto.
“Shh! Che Jeremy sente.”
Ma chi era Jeremy? Lei tornò a sedersi comoda e attese, incrociando le mani sul ventre panciuto. Mi ignorò qualche minuto, come se non ci fossimo mai visti prima d’ora. 
Improvvisamente si sentì bussare: marito e moglie si fecero largo e apparvero vicino alla porta; una coppia stramba, di bassa statura, tarchiata e coloratissima. Si recarono verso le poltrone facendosi il segno della croce e in silenzio, come fossero in chiesa, senza rivolgerci la parola.
“Sono i coniugi Mortimers.”
“Mh?”
Girai il capo; la donna stava impalata, affondando nella stoffa come una nave incagliata sugli scogli.
“E chi sareb…”
Non feci in tempo; si alzò di scatto e andò verso l’ingresso gioiosa, battendo le mani e lanciando gridolini d’apprezzamento: vidi che accolse una fanciulla dalla bellezza antica e spietata. Io rimasi impietrito, e fui preso da assurde visioni. Questa la baciò sulla guancia, e sorrise, d’un sorriso che pugnala dritto allo stomaco; lo gettò proprio verso di me, accompagnato da uno sguardo civettuolo di quelli che non hanno bisogno di parlare. Mi salutò con un cenno e se ne andò vicino ai coniugi Mortimers. La signora tornò da me e sorrise.
“La figlia dei Mortimers. Bellezza rara, quella. Sedici anni, su per giù. Già pare che batta alla vecchia locanda.”
Diventai rosso in volto, e sentii l’aria bollente. Strofinai il fazzoletto sulla fronte, senza smettere di guardare la ragazzina di sottecchi.
“Cosa??”
“Shh, niente niente. Sciupatela, ma solo con occhi e sorrisi, qua non voglio scandali, che siete un uomo illustre, nonché mio carissimo amico.”
Rimasi senza fiato. Mi alzai di fretta e cercai ristoro al tavolo imbandito. Bevvi tre lunghi sorsi d’acqua, tremando. La sala cominciò a riempirsi.
Arrivò Lorenzis, banchiere del centro città, seguito in coda da Paolinda, donna d’alto borgo, figlia di spagnoli e adottata dallo stesso Lorenzis per affari esteri – e per altri osceni motivi che non menzionerò. Poi toccò a Rosmunda, balia fedele dei piccoli Smith, bambini gemelli e viziati, viziatissimi, carichi d’ornamenti e giocattoli costosi, con le braghe sempre a terra; appresso i genitori, anzi la genitrice, la freschissima vedova Theodora, bruttezza sublime, che nemmeno la matta del paese poteva vincere contro di lei. Arrivarono uno dietro l’altro, ed io che mai l’avevo confessato soffrivo di una strana fobia, che mi faceva odiar il caldo, i luoghi stretti e le persone. Trovai nuovamente posto, ma non più dov’ero prima, che la mia poltrona se l’era fregata uno dei mocciosi. Cercai di mimetizzarmi tra la folla, fingendo di studiare un ritratto appeso sopra la mia testa. Sperai che nessuno avesse voglia di rivolgermi la parola. Non amavo mettermi in mostra, tanto meno ricever complimenti da un branco di sciocchi altolocati. 

Un cane si fece strada nel mucchio e mi passò accanto senza fretta. Odiavo i cani. Soprattutto quelli che parevano topi di fogna. Ed eccone lì uno: barboncino, minuscolo, nero come la pece, che pisciò nel mezzo della sala. Vidi la padrona sorridere e gesticolare stupidamente, ridendo del proprio danno. Dio mi perdoni se lo menziono, che il più delle volte non lo faccio certamente con pietà, ma quanto, quanto è pusillanime la tua gente? Li hai fatti a tua immagine e somiglianza, privati d’ogni sensibilità, assorbiti dall’apparenza e la mondanità. Guardala lì, una delle tue più accorte serve, piuttosto che litigar con la contessa, si fa rovinar tappeti da migliaia di dollari. Sospirai ancora, così grottescamente che i gemelli si voltarono e mi fecero il verso. Li avrei sistemati volentieri con uno sculaccione. I miei occhi accarezzarono la sala intera: il Circolo Dumbleton era quasi al completo, mancava solo Norbert. Mi accigliai poi, nel sentire a pochi passi da me, una strana e morbosa conversazione.
“Dove sarà finito?”
“Voi dite che verrà alla fine?”
“Beh, deve venire per forza.”
“Se saltasse tutto sarebbe un disastro… Al dottore non lo becchiamo più, poi.” 
Perplesso e divorato dall’inquietudine, origliavo discussioni che mi facevano estraneo e protagonista al contempo; la signora s’era fatta sfuggire la sorpresa e ora dovevo fingere a mia volta di non sapere. Non riuscivo a smettere d’esser nervoso. Cercai di distrarmi e la mia attenzione cadde inevitabilmente su di lei: la più sublime degli angeli. Macché anzi, il peccato in persona, grazioso, sensuale. Dio mio! Caro Onnipotente, stanotte credo ti nominerò invano e più volte ancora. Che se nemmeno tu hai messo gli occhi addosso su di lei, allora non ne capisci niente, di donne.
Mi venne una gran voglia di parlarle, per un istante. Uno solo, ne chiedevo. Che mai poteva esserci di male? Cos’erano trent’anni di differenza, in fondo? Il vostro Giuseppe non prese ormai vecchio e stanco, una bambina vergine con sé? 
Non trovavo occasione, nonostante ci provassi; era sempre abbracciata da figure alte e vecchie gobbe. Ed ora quel maledetto cagnaccio fra le braccia. Presi coraggio e cercai di addentrarmi nei discorsi tra lei e la cozzaglia fetida; con un colpo di tosse, da galantuomo. L’orgoglio premeva sul mio petto, lo sentivo esplodere. O forse, era qualcos’altro di cui non m’ero ancora avveduto. Feci due passi e pensai al premio che avrei ricevuto, all’impressione su di lei, l’ammirazione, il suo sguardo azzurrino goduto solo per me. A quel pensiero mi piacque assai l’idea d’esser al centro di dell’attenzione. Quando tutti mi videro avanzare tuttavia, si zittirono. Occhi che si scornavano con occhi, bocche che sussurravano e si storcevano, ventagli a nascondere i visi. Poi, come nulla fosse, tornarono ai loro discorsi dandomi le spalle. Ero fuori dai giochi. Forse era protetta da quante più facce credessi. Stavo per andarmene a bere, quando qualcuno mi afferrò per il frac.
“Siete stato coraggioso a venire fin qui, signore.”
La voce melodiosa che mi urtò il cuore la riconobbi come familiare e calda, seppur fosse la prima volta in assoluto. Forse, era la prima di tante volte vissute, chi può sapere cosa ci attende dopo la morte, se una vita da scarafaggio, da topo, da pianta grassa o il nulla. Di certo, io quella voce, la conoscevo già. Non so perché mi venne in mente il viaggio a Londra. Quando vidi la figlia dei Mortimers, mi sentii mancare. La creatura senza nome, meravigliosa, mi osservava con quegli occhi da gatta ammaliatrice, il diavolo in persona mi metteva alla prova. Provai uno strano tremore alle gambe e poco più sopra. Tolsi il cappello dalla testa e lo feci elegantemente scivolare davanti, in basso.
“Non comprendo, mia cara. Di che coraggio si parla?”
La ragazza si morse il labbro e abbassò lo sguardo, cercandosi i piedi sotto al vestito giallo e pomposo. La mano che prima m’afferrò, improvvisamente scese in una carezza e strinse la mia con forza; preso alla sprovvista la feci fare. Dio santo, quella pelle morbida e delicata. Mi portò in un angolo; quando fummo ben nascosti – questa mi parve l’intenzione – in volto divenne seria e smise di far la civetta. I suoi occhi così profondi e severi, avevano una luce nuova e questo mi fece una gran paura.
“Possibile che fingiate?”
La giovane si guardò attorno. Con più confidenza, si avvicinò e le sue labbra mormorarono qualcosa che subito non capii: riuscivo solo a sentirne il profumo sublime.
“Avete capito o no?”
No, non avevo capito niente. Scossi la testa, in forte imbarazzo. Lei s’accorse del sudore sulla fronte e l’asciugò per nulla stizzita con la manica del vestito.
“Possibile che non mi abbiate riconosciuta? Gli occhi son quelli. Immaginatemi rossa e di nero vestita. Sforzatevi.”
La guardai disorientato, ma a che impiccio mai andavo incontro?
“Coraggio, dottore. Io e lei ci siamo già visti. Ma è bene che adesso filiate via da qui. Trovate una scusa, recatevi alla toilette, qualsiasi invenzione purché usciate da qui prima che arrivi il signor Norbert.”
Improvvisamente, ebbi un’illuminazione; presi anche l’altra sua mano e mi mancò il fiato, il cuore mi esplose, quasi piansi dalla gioia di averla lì di fronte a me. 
“Voi, voi siete la ragazza che mi portò quella lettera a…” 
Mi tappò veloce la bocca. Io strinsi con le mie dita le sue e le baciai una ad una disperatamente; mi accorsi che non riuscivo a lasciarne la mano.
“Ma perché ora e qui? E come avete fatto, poi… Che storia è questa? Che ci fate qui? Ma ora non pensiamoci, stasera mi consegneranno una medaglia di inestimabile valore. Fuggiamo via, andiamocene da qui e con quella medaglia vi offrirò tutti i servigi che meritate.” 
Lei mi osservò come fossi un idiota, come se guardasse un bambino piccolo che non vuol capire le regole.
“Pover’uomo. Che sciocchezze mai vi siete bevuto, e alla vostra età! Vogliono arrestarvi, signore. È per questo che son qui. In incognito, chiaro.”
E la sua voce si fece un sibilo di serpente. “Vi accusano di cospirazione. Che siete dalla parte dei londinesi. Una spia del Circolo White. Vi hanno scoperto, dobbiamo andarcene da qui.”
Io impallidii e feci un passo indietro, ma lei mi trattenne. Possibile? Che questa ragazza mentisse? E a che scopo? Osai afferrarla per le spalle. Tutti dunque, facevano la faccia buona? Persino la mia vecchia amica, bronzea e cagna fedele, che con la fedeltà si puliva i pavimenti a quanto pare. Come faceva questa ragazzina a sapere di me? E se non fosse stata una semplice messaggera quella volta all’osteria…?
“Impossibile, no… Io…”
A quel punto ella scivolò e s’appese, come una rondine in cerca del suo nido. Rifugiata tra le braccia, sapiente della mia presa, finse di svenire e con un occhio a sbirciare ammiccò.
“Portatemi in salvo, via da qui. Che io so far bene l’ammalata.”
Forse era lei stessa una trappola. Ma ormai tutto apparve così folle, che crederle non sarebbe stato da meno. Però, però ecco… Ella voleva qualcosa. Stavo facendo un patto col diavolo, ne ero certo.
“Perché mi aiutate, che volete in cambio, che volete?”
“Voi.”
Fu un sussurro malizioso cui non feci in tempo a ribattere; seguii un verso, esamine, un soffio di piuma che cadde definitivamente sul petto, ansimando soccorsi. Sentivo il profumo dolce e inebriante del suo collo, dei capelli ondulati, biondissimi. In quel momento, avrei potuto morire con lei e ne sarebbe valsa la pena.
Tutti si voltarono verso di noi, i coniugi Mortimers gridarono atterriti. 
“Figlia mia! Che accade?” 
Io schiarii la voce.
“Un mancamento. Sali, servono sali, acqua, un letto su cui stenderla.”
“Veloce, fateli passare!” 
Come sul palco di un’opera, la gente mosse all’unisono i piedi, fece un varco e indietreggiò, con occhi spaventati. Ma per quanto quella divinità fosse giunta a me in salvezza, ancora non avevo capito le parti di questa recita; avanzammo, lei dal peso morto col sorriso sulle labbra trattenuto a stento, il rossore sulle gote, ed io che impazzivo di desiderio e di terrore. Ancora poco, pochissimo. La porta s’aprì improvvisamente: la mia bocca tremò, ma ne uscì solo un colpo di tosse, un risucchio d’aria vibrante. La stilettata finì dritta sul fianco. La giovane, svegliatasi dal torpore gridò atterrita e si mise avanti per proteggere un corpo che ormai aveva il destino già scritto; la vidi accasciarsi con me. Un’altra stilettata. Perché sciocca fanciulla, hai spezzato le tue ali così presto? Il tuo corpo non era ancora pronto. E nemmeno l’anima. Che farà il tuo Dio adesso? Gli occhi son stanchi, non avevo più voglia di pensare. Sentii delle voci, e qualcuno mi domandò chi fossi veramente. Sentii le parole “cospirazione”, “Londra”, “tradimento”, “la puttana”. Poveri stolti. Alzai il viso per un istante e vidi Norbert. 
“Dicci dove si nascondono i White, bastardo. O te, o la tua baldracca.”
Gli sputai in faccia saliva e sangue. Sorrisi e godetti nel morire sul pavimento senza mai rispondere.


Arianna Cislacchi è nata ad Albenga nel 1991. Vive a Torino ed è laureata in Scienze dell’educazione; nel tempo libero scrive articoli per una rivista ambientale, dipinge e gioca a d&d. Ama Murakami e i romanzi russi. Alcuni suoi racconti sono apparsi o appariranno su: “Racconti dal Piemonte 2020” edita Historica Edizioni, Voce del Verbo, Spore, Narrandom, Cedro Mag, Il Fuco, Mirino, Tremila Battute, Sguardindiretti, Malgrado le Mosche e La Seppia.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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