Formicaleone

L’ITALIA DALL’UNITÀ ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE NEL “CAFFÈ AMARO” DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY

Da diverso tempo nei romanzi italiani scritti da mano femminile si è affermata una
tendenza peculiare che prevede il raccontare la vita di una donna fotografata a più riprese
sullo sfondo di un’Italia mutevole in balia della Storia. Lo hanno fatto Elsa Morante e
Dacia Maraini in passato, lo ha fatto Elena Ferrante in tempi più recenti. “Caffè amaro”
(Feltrinelli, 2016) di Simonetta Agnello Hornby segue pedissequamente tale scia, ponendo
il suo contenuto in una posizione tanto attraente quanto interessante da analizzare.
“Maria… Maria…’ ripeté Pietro. Si girò verso Ignazio. Tirò il fiato, si drizzò tutto e chiese: ‘Me la dareste?’”

Comincia così l’opera, con uomo che chiede in sposa una donna, come se fosse un oggetto,
perché così si usava fare in un certo tempo, in un determinato luogo. E al centro dell’opera
c’è proprio lei, Maria, una ragazza siciliana data in sposa a Pietro, uomo ricco e amante dei
viaggi. Maria è spinta, ma non costretta al matrimonio. Tutt’altro: sua madre – nonostante
un tiepido e velato contrasto di intenzioni contro il marito, nonostante la dichiarata
tendenza sociale – vuole solo che sua figlia sia felice. Maria è indecisa, riflette, pondera
bene i suoi sentimenti, ma non riesce a scrollarsi di dosso il peso delle aspettative altrui: è
così che la donna viene presentata in una fase storica di passaggio, in un affascinante
chiaroscuro che denota rari guizzi di dovuta dignità.
Maria decide: si sposa. È felice. Ma così come l’Italia sposa la sua identità di nazione e si
adagia sul Bene assoluto che si aspetta dal futuro non presagendo le insidie del nuovo
secolo, allo stesso modo Maria resta ingannata e delusa dal suo matrimonio. Pietro è
inaffidabile, sperpera tutti i suoi averi nel gioco, si droga e costringe sua moglie a prendere
le redini della famiglia.
Da questo momento in poi il romanzo si trasforma: l’opera ci mostra una donna – moglie e
madre – intimorita ma estremamente capace di destreggiarsi, sola, tra le insidie che la
famiglia, la società (meridionale) e la Storia continuamente le pongono davanti.

“Maria non poteva contare su suo marito. Avrebbe dovuto sostenerli lei, i figli, e occuparsi dei beni di famiglia, lei sola, esattamente come le aveva detto il suocero, che conosceva il figlio meglio di tutti. Era sola.”

Nonostante la convinta solitudine, nell’intero romanzo, figura un’unica certezza costante:
la figura di Giosuè. Orfano, presente nella famiglia di Maria fin da bambino, quasi per
caso, Giosuè vive una vita che sembra in perfetta simbiosi con quella della neonata Italia.
Cresce, si fortifica, si illude, si inganna, crolla e si rialza.
Il romanzo, attraverso i personaggi principali, rivela lucide analisi politiche e sociali che
escono spesso dalla bocca di ciascuno. La scrittrice, ad esempio, si sofferma sui
cambiamenti radicali della fine dell’Ottocento, del travaglio che la Sicilia ha dovuto
affrontare dopo l’Unità.

“Noi viviamo in una realtà in cui il divario tra ricchi e poveri è incolmabile: lo Stato è
considerato il nemico, l’ordine pubblico è mantenuto dalla mafia, attraverso il sopruso e la violenza. […] I poveri, sfruttati dai padroni e dalla mafia stessa, soffrono la fame; la loro salvezza è l’emigrazione.”

I siciliani sono arrabbiati, tristi, usurpati e sfruttati: la questione meridionale è già visibile
ampiamente a chi la vive e, purtroppo, la subisce.
Ma l’opera di Simonetta Agnello Hornby non è solo questo. Spesso la scrittrice mostra
anche il lato oscuro dei personaggi, senza sottoporli alla gogna del giudizio. Viene messa
nero su bianco, ad esempio, l’evoluzione progressiva di una coscienza scioccante: la
consapevolezza dell’inganno del fascismo. Lo stesso Giosuè si lascia affascinare da
Mussolini e lo sostiene, convinto di potersi aggrappare ad un sostegno (labile), ma
trascinato da un vento (effimero) che in realtà lo travolgerà come un tornado improvviso
spingendolo verso la direzione opposta. Soltanto Maria sembra essere conscia del male.
Non lo esprime facilmente, ma analizza criticamente gli eventi, li denuda grazie alla lente
dello scetticismo.

“Maria considerava le manovre della Valle del Belice l’apice dell’entusiasmo dei siciliani
per il fascismo, ma non di tutti i siciliani. Tra questi c’era lei, Maria Marra, che aveva cercato di sentirsi genuinamente fascista e non c’era riuscita.”

Nel corso dell’opera, si avverte un leggero richiamo alla dicotomia creata dal contrasto tra
guerra e pace, frutto del medesimo contesto storico. Eppure, nel caso di Caf è amaro, più
si procede con la lettura, più ci si rende conto che tale dicotomia si trasforma a ben vedere
in un vero e proprio inscindibile binomio. La vita di Maria, infatti, trascorre sempre
assoggettata ad un velo di malinconia: si illude lei di essere felice, eppure la sua
condizione è, di fatto, sempre un caffè amaro. La maturità di Maria, il momento in cui la
donna si sente pronta col suo bagaglio di esperienze ad avviarsi dignitosamente lungo il
cammino della vecchiaia combacia con la sua consapevolezza di essere – e di essere stata
– parte integrante della Storia.

“Bastava voltarsi indietro e la sequenza dell’accadere rivelava gli eventi in prospettiva
come volti in un’infilata di specchi. Era questo, come sentiva dire in giro appartenere alla Storia, la Storia con la esse maiuscola?”

La vera protagonista del romanzo è, dunque, proprio l’Italia: una nazione devastata,
soggiogata, prudente ed irresponsabile, vittima e carnefice, passionale, delusa, ma pur
sempre viva, madre di figli pronti a guardare al futuro, consapevoli di avere dentro di sé
frammenti indelebili di Storia.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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