Formicaleone

Contaminazioni #4

Banchetti letterari

Avete idea di quanti pranzi, spuntini e cene, di quante pietanze, ingredienti, sapori e profumi riempiano le pagine della letteratura di tutti i tempi? Un menù con portate interminabili, semplici o ricercate, consumate in solitudine o in contesti conviviali; espressioni di stati d’animo, di culture e tradizioni, di manie e ossessioni. Dal frutto proibito della Genesi e dal piatto di lenticchie che Esaù dà al fratello Giacobbe in cambio della primogenitura, ai formaggi «di cui erano carichi i graticci» della grotta di Polifemo nell’Odissea; dalla simbologia boccaccesca, fino alla carestia dei Promessi Sposi, il cibo o la sua mancanza rappresentano snodi narrativi essenziali nella letteratura e nella poesia di tutti i tempi. Lo stretto legame fra cibo e cultura, oltre a sottolineare che nutrirsi è un atto fondamentale della vita, come nascere e morire, ci permette di leggere anche attraverso i sapori e gli odori e di utilizzare uno sguardo laterale rivelatoredegli ingredienti nascosti negli autori e nei personaggi. Sì, perché i piatti descritti sono il più delle volte collegati a esperienze biografiche e contengono tracce di vissuti personali e collettivi. Ad esempio, i romantici mangiavano poco, i veristi consumavano cibo rustico e legato alla terra di origine, i decadenti erano schizzinosi e preferivano cibo raffinato e ricercato. In queste contaminazioni assaggeremo pietanze disseminate qua e là, come se fossimo gli invitati di un nuovo pranzo di Babette.

Le abitudini gastronomiche e il modo di cucinare e conservare i cibi rivelano appartenenze sociali, etniche, religiose e culturali.

The King Drinks, 1638 – Jacob Jordaens

Nel romanzo I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, uscito nel 1901, Thomas Mann narra le vicende di una famiglia della ricca borghesia commerciale di Lubecca nel corso del XIX secolo: nel susseguirsi di quattro generazioni assistiamo alla progressiva caduta delle certezze del Positivismo ottocentesco e alla nascita di un’interiorità complessa e inquieta. Già nelle prime pagine dell’opera l’autore dispone il lettore alla conoscenza dei vari componenti della famiglia attraverso una cena.

«Tutti i miei complimenti, ripeto, Buddenbrook!» la voce poderosa del signor Köppen soverchiò la conversazione generale, quando la cameriera con le nude braccia rosse, il pesante abito a righe, la cuffietta bianca sulla nuca, aiutata dalla signora Jungmann e dalla cameriera della moglie del console, ebbe servito la bollente zuppa di erbaggi con il pane abbrustolito e cautamente si cominciarono a usare i cucchiai. […] I piatti furono cambiati di nuovo. Comparve un enorme prosciutto dalla crosta impanata, rosso mattone, affumicato e cotto, con salsa di scalogno bruna e aspretta e con una tale quantità di legumi che da un solo piatto tutti si sarebbero potuti saziare. […] Fu servito anche il capolavoro della moglie del console, la “terrina russa”, una composta di varia frutta conservata sotto spirito e piccante.»

Ne Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, l’opulenza dei banchetti nobiliari denota e differenzia la classe nobile dalle altre. Basti pensare alla descrizione del “torreggiante timballo di maccheroni” servito a Donnafugata in casa Salina, quando l’involucro di pasta dorata che racchiude un ricchissimo ripieno, rappresenta il trionfale prodotto di secoli e secoli di gastronomia siciliana e di ingiustizie sociali. L’autore vuole farci notare che non ha importanza solo il sapore dei cibi, ma anche il loro aspetto e la loro presentazione, collegandoci idealmente all’importanza data a «l’impiattamento» nei talent show dei giorni nostri.

«L’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.»

Il cibo, o meglio il modo di approcciarvisi, rivela la vera natura delle persone. Le golose di Guido Gozzano è un componimento del 1907 che racconta i desideri di signore della piccola borghesia intente ad assumere atteggiamenti tipici della classe nobiliare, smascherati però dai loro comportamenti davanti ai dolcetti di una pasticceria.

C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma. […]

Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

Proprio come Il Gattopardo, anche un altro celebre romanzo del Novecento ha goduto di una fortunata trasposizione cinematografica: si tratta de Il pranzo di Babette scritto nel 1950 da Karen Blixen. È nota la storia dell’ex cuoca francese fuggita dalla sua patria perché accusata di essere una rivoluzionaria e accolta come governante da due sorelle in un piccolissimo paese norvegese. Babette deciderà, come segno di riconoscenza verso chi l’ha ospitata, di investire i 10.000 franchi vinti in una lotteria nella preparazione di un pranzo per i dodici abitanti del villaggio, seguaci di un rigido protestantesimo. Il pranzo è sontuosissimo, a dispetto della sobrietà nella quale sono vissute le sorelle e i loro compaesani, e richiede giorni di preparazione e ingredienti selezionatissimi che Babette si fa mandare dalla Francia. Il pranzo diventa un luogo quasi catartico dove si affrontano i problemi esistenziali di un’intera comunità.

«Il generale Loewenhielm, […] quando fu servita una nuova pietanza rimase in silenzio. “Inaudito!” disse a se stesso, “questo è Blinis Demidoff!” Si guardò intorno, osservò i suoi compagni di tavola. Mangiavano tutti calmi calmi il loro Blinis Demidoff, senza dar mai segno di stupore o di approvazione, come se lo avessero mangiato ogni giorno per trent’anni di fila […] Il generale Loewenhielm posò di nuovo il bicchiere, si rivolse al suo vicino di destra e gli disse: “Ma questo è certamente un Veuve Cliquot 1860!” Il vicino lo guardò cortesemente, gli sorrise e fece un’osservazione sul tempo.»

Bauernhochzeit, 1568 – Pieter Bruegel

Grazia Deledda in Chiaroscuro accosta il cibo, sempre descritto in piena coerenza con il senso di appartenenza alla propria terra, a un significato di rivalsa e di coesione sociale.

«Per la festa di Sant’Anastasio le famiglie anche le meno abbienti del villaggio, anche quelle che eran cariche di debiti o che avevano i figli agli studi, apparecchiavano la tavola, vi mettevan su mucchi di focacce, taglieri colmi di carne arrostita allo spiedo, formaggio, giuncata, vino e miele e aprivan la porta a chi voleva entrare a banchettare. Gli ospiti venuti dai paesi vicini, i poveri e i monelli del villaggio accorrevan come mosche: […]. Intere giovenche e colonne di focacce venivano distribuite a porzioni eguali […] agli ospiti e ai poveri che così portavano a casa, ai vecchi invalidi, agli infermi, alle donne vergognose, la cena e anche il pranzo per l’indomani.»

Altri scrittori inseriscono racconti di cucina all’interno delle loro opere per legarli alla memoria.L’esempio più celebre è quello che possiamo leggere nella Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: il sapore di un piccolo dolce, la madeleine inzuppata in un infuso di tiglio, risveglia nell’autore una serie di ricordi legati al passato.

«E come in quel gioco, che piace ai Giapponesi, che consiste nell’immergere in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fino allora indistinti che, appena bagnati si distendono, si rigirano, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili; così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole case e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto questo che sta prendendo forma e solidità, è emerso, città e giardini, dalla mia tazza di tè.»

Il Novecento è anche il secolo delle avanguardie e della loro forza dirompente e dissacrante. Nel Manifesto della cucina futurista pubblicato nel 1931 sulla rivista «Comoedia», Filippo Tommaso Marinetti sfida la tradizione attaccando il piatto nazionale.

«Crediamo anzitutto necessaria: a) L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana. Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo.»

Kitchen Still Life, 1605-1610 – Frans Snyders

Il cibo diventa elemento caratterizzante di un personaggio, come in Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez: quando Rebecca è in preda alla disperazione si nutre di terra umida e di calcinacci. Oppure diventa angoscia, come nella Metamorfosi di Kafka: il protagonista trasformato in scarafaggio comincia a rifiutare i cibi freschi e prediligere quelli avariati, ed è questo che gli fa prendere coscienza della sua trasformazione. Oppure diventa simbolo di miseria e disperazione, come in Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro, come i fagioli e le patate de La luna e i falò di Cesare Pavese o la fame delle periferie urbane raccontata da Alberto Moravia in Romolo e Remo dei Racconti romani.

Le associazioni fra pasti e letteratura hanno generato un numero infinito di operazioni: sono stati scritti saggi, analizzati i testi di poeti e romanzieri antichi e moderni, sono stati condotti studi interdisciplinari e realizzati ricettari che ricostruiscono i noti e meno noti banchetti letterari.

Alexandre Dumas, noto buongustaio e ancor più noto gaudente, dedica un monumentoalla cucina francese nella sua ultima opera Il Grande Dizionario di Cucina (prima edizione italiana, Ibis 2002), capolavoro dell’arte culinaria, dove raccoglie migliaia di ricette, imperdibili consigli gastronomici, legando ogni piatto a racconti e aneddoti. Appassionato di dolci, Dumas padre dedica  Il girone dei golosi alla preparazione delle prelibatezze che chiudono i grandi pranzi.

E a proposito di dolci, nel 1954 esce in i America The Alice B. Toklas Cook Book, in Italia con il titolo I biscotti di Baudelaire (Bollati Boringhieri, 2013). Il libro è una raccolta di ricette derivate dalle esperienze conviviali e culinarie fatte da Alice Toklas e Gertrude Stein nel loro salotto letterario e artistico molto frequentato, nel periodo fra le due guerre, da personaggi del calibro di Picasso, Picabia, Matisse, Braque, Hemingway, Fitzgerald. Un ricettario colto e raffinato nel quale le descrizioni del branzino di Picasso decorato con uova sode, del caffè di James Jojce o della crema di Josephine Baker, si alternano a considerazioni sull’arte e al racconto di aneddoti storici.

Non è da meno la produzione letteraria contemporanea dove il tema del cibo è presente tanto che in molti casi possiamo parlare di racconti-ricettari, quasi un sottogenere inaugurato con molto successo nel 1989 da Laura Esquivel con Dolce come il cioccolato dove l’amore è raccontato attraverso i manicaretti che lei prepara con cura.

«In quel momento capì perfettamente ciò che prova una frittella quando entra a contatto con l’olio bollente.»

Così Isabel Allende in Afrodita.

« Forse per questo,
arrivata alla cinquantina,
medito sul mio rapporto
con il cibo e l’erotismo,
le debolezze della carne,
che più mi tentano,
anche se, a ben guardare, non sono quelle
che più ho praticato.»

Anche Carvalho e Montalbano, mentre risolvono casi e si districano fra conquiste amorose, preparano o gustano pietanze che il lettore potrà riproporre.
Manuel Vasquez Montalban, ideatore del dective Pepe Carvalho, infarcisce a tal punto i suoi romanzi di ricette, che verranno poi raccolte in veri e proprie operette: Le ricette di Pepe Carvalho e Le ricette immorali. Quest’ultima riunisce 62 piatti, alcuni elaborati e dalla lunga preparazione, altri semplici come pane e pomodoro. Non è un libro di cucina, ma Montalban utilizza il cibo come pretesto per un discorso che abbraccia gli aspetti sensuali della vita: l’obiettivo è la ricerca di un’ amante perfetta con cui condividere anche i piaceri della tavola.

«È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell’alimentazione umana.»

Andrea Camilleri fa del suo Montalbano un cultore della buona cucina: per il commissario il pasto è un momento di pausa dall’impegno investigativo, da consumare in religioso silenzio e che si conclude spesso con la “passiata a ripa di mare”.

«Raprì il frigo e fece un nitrito di pura felicità. La cammarera Adelina gli aveva fatto trovare due sauri imperiali con la cipollata, cena con la quale avrebbe certamente passato la nottata intera a discuterci, ma ne valeva la pena. Per quartiarsi le spalle, prima di principiare a mangiare volle assicurarsi se in cucina c’era il pacchetto del bicarbonato, mano santa, mano biniditta. Assittato sulla verandina, si sbafò coscienziosamente tutto, nel piatto restarono le resche e le teste dei pesci così puliziate da parere reperti fossili.» (La gita a Tindari)

Dancing couple, 1663 – Jan Steen

Estasi culinarie è il primo romanzo di Muriel Barbery, autrice de L’eleganza del riccio, ambientato nello stesso palazzo signorile di rue de Gremelle. La storia è quella di monsieur Arthens, grande critico gastronomico, noto per la sua bravura ma anche per la sua arroganza. Il romanzo comincia col protagonista che, in punto di morte, ha solo poche ore di vita per ricordare un unico sapore, il più sublime, che vorrebbe di nuovo provare prima di andarsene per sempre. Non riuscirà a farlo, ma avrà il pretesto per ricordare le esperienze vissute e i luoghi visitati sparsi per il mondo. La Barbery dipinge con la scrittura il ritratto di un uomo, delle sue vittorie professionali e delle miserie sul piano umano e relazionale. 

Le assagiatrici, vincitore del Premio Campiello 2018 è il romanzo di Rosella Postorino, ispirato alla vera storia di Margot Wolk, che insieme ad altre ragazze, aveva il compito di assaggiare i pasti destinati ad Adolf Hitler per controllare che non fossero avvelenati. La descrizione del cibo accompagna l’autrice a ricostruire i passi salienti di un periodo sul quale è stato scritto di tutto, con intelligenza e garbo, senza mai sfiorare la banalità.

Immaginiamo di poter cogliere, attraverso ogni boccone del nostro cibo, le emozioni provate da chi lo ha preparato: è quanto accade a Rose Edelstein, la protagonista de L’incondondibile tristezza della torta al limone di Aimée Bender. Il giorno del suo nono compleanno, mentre assapora una fetta di torta, la bimba fa questa scoperta che la cambierà per sempre, mettendola in contatto con la molteplicità delle emozioni umane. L’autrice parla delle apparenze, dei rapporti umani e degli universi che ognuno di noi si trascina dentro, quasi sempre all’insaputa degli altri.

Fresco di stampa è Abbi cura di te (Ianieri, 2021), di Maristella Lippolis. Nei 15 racconti che compongono la raccolta, l’autrice lega le storie delle protagoniste attraverso un elemento ricorrente: il prendersi cura di sé o delle persone che si amano, che passa anche attraverso la preparazione di pietanze. Nell’appendice al libro, ampliata nel suo sito internet (www.maristellalippolis.it), la Lippolis raccoglie le ricette preparate in ogni racconto, le stesse conosciute nella sua terra d’adozione, l’Abruzzo, o legate alla Liguria, sua regione nativa. L’arte culinaria fa dunque parte della cura di sé, oltre a costituire un piacere. La condivisione del cibo con la propria famiglia o con le persone amiche, rende complici, introduce nella stessa comunità, rende partecipi della stessa cultura, rinnova consuetudini. Il cibo, per la scrittrice, crea un ponte fra noi e gli altri e stabilisce connessioni con la memoria, con il richiamo alla magia alchemica della preparazione e alla ritualità che ne è alla base.

Anche Kate Young ha affidato al suo blog, The Little Library Café, (http://thelittlelibrarycafe.com) la pubblicazione di ricette che traggono ispirazione proprio dai capolavori della letteratura, oppure ispirate all’epoca in cui le vicende dei romanzi piùfamosisono ambientate. Così il lettore può preparare la zuppa di pesce come la fa Herman Melville in Moby Dick, la pasta con le sarde del commissario Montalbano o i dolcetti che Hermione prepara nel secondo libro della saga di Harry Potter.

Doverose, a fine lettura, due citazioni. La prima, sulla bruschetta, è di Nick Harkaway, tratta da Il mondo dopo la fine del mondo.

«Ho voglia di bruschetta (una bella fetta di ciabatta croccante con olio d’oliva e condita con pomodoro fresco e basilico). Va sempre in pezzi appena la addenti e l’olio ti cola sul mento, ma è una squisitezza, molto fisica e deliziosamente indecorosa, e una donna che sa mangiare la bruschetta è una donna da amare e che saprà amarti. Una che la rifiuta per paura di sporcarsi non riderà mai insieme a te, ormai senza denti, nel soggiorno del cottage dove trascorrerete la vecchiaia, né riuscirà a tirarti fuori dal sesto infarto con la sola forza del suo amore. Non ce la farà mai. L’unica che può farcela è una donna che non ha paura di ungersi la faccia di olio di oliva), vino Nobile di Montepulciano, vista sulle colline e tutti gli annessi e connessi.»

L’altra è di Pepe Carvalho, che senza tirare in ballo il rapporto con le donne, fa una considerazione dal valore universale: «non mi fido di persone che parlano a stomaco vuoto.» E, d’altra parte, sarete d’accordo che «nessun essere indifferente al cibo è degno di fiducia


(In copertina: particolare da “Il Trionfo della Virtù” (o Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù) di Andrea Mantegna, completato nel 1502 e conservato oggi al Louvre di Parigi.)

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