Formicaleone

Lo strambo atelier di Alberto Giacometti

Viso da attore della dolce vita ma sguardo malinconico e magnetico, Alberto Giacometti nasce nel 1901 in Svizzera, praticamente al confine con la Lombardia. Casualmente elegante, sempre in giacca e cravatta, elegge Parigi come casa e città del cuore. È il non plus ultra della figura dell’artista, quello su cui l’immaginario collettivo fantastica quando ne immagina uno/a: un essere libero, tormentato, eccentrico, sregolato, magari un po’ pazzo. Insomma, un artista con la A maiuscola.
Figlio d’arte, cresciuto a pane e pittura, Giacometti si stabilisce nella ville lumière nel 1922 e l’associazione Parigi-povero bohémien è presto che fatta, soprattutto perché sceglierà come tana un minuscolo studio sgangherato al 46 di Rue Hippolyte-Maindron, nel quartiere di Montparnasse, in quegli anni teatro del fermento artistico della capitale. Parliamo dei cosiddetti “années folles”, come ce li descrive magnificamente Kiki de Montparnasse, modella e musa di Man Ray, nelle sue memorie:

A Montparnasse si beve e si danza. Si fuma e si fa l’amore […] Si scrive e si dipinge […] Cocaina, eroina, polvere bianca […] La si inietta oppure la si aspira col naso tenendola tra pollice e indice. La polizia chiude gli occhi […] Tutti e tutte vogliono vivere la loro vita […] Si reinventa l’amore, esattamente come si reinventano le dottrine estetiche o i modi di dipingere. Con lo stesso desiderio di rinnovarsi completamente […] Non si viveva bene che qui. Liberamente! Ecco la grande parola, la parola-chiave […] L’amore libero, l’arte libera.

In questo marasma fertile ed eccitante, Giacometti conosce Picasso, Miró, Arp, Masson, Calder, Breton, Aragon, Prévert, alcuni dei quali accolti nel suo cuore pulsante, in quello studio di 23 metri quadri, tutto gesso e sculture, un luogo che diventa quasi mitologico, con il tetto bucato, i pavimenti di cemento, sporco, spoglio, senza acqua corrente né un’illuminazione decente. Anche quando l’artista diventerà il Giacometti che conosciamo oggi, ricco e adorato, non rinuncerà ad esso, definendolo “il luogo più bello e umile di tutti”.

Lo scrittore americano James Lord, durante una visita, posando quale modello per un ritratto, lo descrisse come una specie di discarica che pareva tenuta insieme da qualche bastoncino e un paio di chewing gum. 
Simone de Buvoir invece ne parlò così: “In un grazioso giardinetto dimenticato, ha uno studio immerso nell’intonaco, e abita accanto a questo in una specie di capannone, vasto e freddo, senza mobili né cibo. Lavora molto duramente per quindici ore di seguito, soprattutto di notte: il freddo, le mani gelate. Non se ne accorge, lavora”.

Alexander Liberman, famosissimo editore e redattore di Vogue per decenni, lo avvertì come un luogo primitivo: “La luce che entra è grigia e spenta. L’impressione generale è di un grigio monocromatico. Le pareti sono graffiate e scarabocchiate, come se un pittore delle caverne avesse cercato di catturare immagini nella sua caverna. È strano che quest’uomo famoso viva così come crea”.

Jean Genet, drammaturgo e romanziere, invece commentò in modo quasi comico: “Questo studio al piano terra sta per crollare da un momento all’altro. È fatto di legno tarlato e polvere grigia. Tutto è macchiato e pronto per il cestino, tutto è precario e sta per crollare, tutto sta per dissolversi, tutto galleggia”.

Un luogo mistico allora, quasi magico, che respirò l’arte di Giacometti, ne assorbì l’essenza e, di rimando, concesse all’artista il fiato per poter alimentare il suo lavoro. In quell’atelier, avrebbe creato le sue sculture più rappresentative, alla costante ricerca di una vera raffigurazione della condizione umana, sculture longilinee, ridotte all’osso, frastagliate, commoventi, sintesi del surrealismo, degli insegnamenti del suo mentore Rodin, del simbolismo, del cubismo, delle maggiori correnti artistiche presenti in quegli anni a Parigi, e ritratti nervosi, scarabocchiati, frenetici, chimerici.
Le sue sculture umanoidi sono sottili come carta, quasi inesistenti, una metafora dell’agonia dell’uomo di trovare se stesso e di Giacometti stesso di rappresentare quest’agonia.

Oggi il suo atelier è diventato una casa privata, inaccessibile e non visitabile. Tuttavia, nel 2018, sempre a Montparnasse, all’interno di un edificio Art Déco, ne è stata riprodotta una ricostruzione fedele, comprensiva di pezzi originali, recuperarti e conservati miracolosamente da sua moglie Annette Arm subito dopo la sua morte, nel 1966.

 

Un viaggio, dunque, all’interno della mente di questo genio e delle sue opere.
Se si ha voglia di approfondire, esiste un documentario andato in onda su Sky Arte, diretto da Stanley Tucci (suo grande estimatore) proprio su Giacometti, il suo atelier e il rapporto con i suoi ospiti, e un film, sempre di Tucci, che ha come titolo “Final portrait”, il riassunto degli ultimi due anni di vita dell’artista alle prese con un ultimo ritratto, proprio quello dell’amico James Lord
Interessantissimo ed illuminante per capire il mondo giacomettiano.

“… io so che mi è assolutamente impossibile poter modellare, dipingere o disegnare una testa, ad esempio, così come la vedo, e tuttavia questa è la sola cosa che cerco di fare. Tutto ciò che saprò fare sarà sempre soltanto l’immagine sbiadita di quello che vedo e la mia riuscita sarà sempre inferiore allo scacco, o sarà, forse sempre pari ad esso. Io non so se lavoro per realizzare qualcosa oppure per scoprire il motivo per cui non riesco a fare ciò che vorrei”.
Alberto Giacometti


Bibliografia:
Kiki de Montparnasse, Souvenirs retrouvés, Corti, 2005.
Joachim Pissarro, Danielle Peterson Searls, Cecilia Braschi, Alberto Giacometti / Yves Klein: In Search of the Absolute, Rizzoli Intl Pubns; Slp edizione, 2017.
Jean Soldini, Alberto Giacometti. Lo spazio e la forza,Mimesis, 2016.

Sitografia
https://www.sothebys.com/en/
https://www.tate.org.uk/
www.fondation-giacometti.fr
https://style.corriere.it/


[In copertina: Alberto Giacometti alla 31a Mostra della Biennale d’arte a Venezia, 1962. (Foto di Archivio Cameraphoto Epoche / Getty Images)]

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