Formicaleone

“L’inutilità delle leggi” di Giulio Papadia

Quando il conte William Pitt Amherst fu insignito del rango di governatore generale dell’India, credeva che avrebbe avuto rapidamente ragione degli incolti abitanti del subcontinente. Era stato ministro inglese presso il Regno di Sicilia, ambasciatore alla corte della dinastia Qing, aveva aperto la strada a relazioni commerciali solidissime, dunque non poteva nutrire timore per il nuovo incarico, qualsiasi cosa gli riservasse.

Il governatore era in errore, perché sotto di lui l’India dovette fronteggiare prodigi, piaghe e calamità naturali degni del libro dell’Esodo. In particolare il distretto di Delhi conobbe una crescita esponenziale della popolazione dei cobra, in proporzioni mai viste prima. Trovatisi bene in quell’ambiente umido e caldo, i viscidoni s’erano moltiplicati, e i loro figli e i figli dei loro figli si fecero pasciuti e possenti, così che tutta la regione fu piena di essi. Quanto più li si affliggeva, tanto più crescevano di numero, come l’idra al quale si taglia la testa per vederne immediatamente spuntare due uguali e altrettanto minacciose. Per quanto gli indiani tentassero di farli vivere in amaritudine, ciò non bastava a tenerli a bada o a controllarne il proliferare.

La metropoli pullulava di rettili, che sgusciavano ovunque causando spavento e cibandosi di animali da cortile. Amherst ritenne che fosse compito dello stato farsi carico di una situazione così critica, ma qualsiasi intervento guidato dalla ragione si sarebbe rivelato velleitario. Il suo consigliere personale, perfettamente bilingue e più addentro alle dinamiche indiane, gli suggerì di interpellare l’indovino, giacché spesso la soluzione alle cose degli uomini risiede nei segni disseminati dalla natura. Anche se poco convinto, visto come tendeva a dubitare di ciò che sfiora i territori del magico, il conte acconsentì. Il pittoresco Rajendra, avvolto da afrori speziati, rotolò stancamente fino al suo ampio studio, mostrò con modi sgraziati il suo rispetto, e poi cominciò. Bruciò visceri di pollo, stese la mano grassoccia sui carboni ardenti e scrutò tra i fumi pungenti. Annusati infine i carboni, chiuse gli occhi e salmodiò: Se non troveremo un metodo per estirparli, a breve i cobra ricopriranno tutta la superficie della regione, così che non sarà più possibile vedere il suolo. Divoreranno il poco che i nubifragi lasciano a noi e alle nostre bestie, divoreranno anche le nostre bestie. Riempiranno tutte le case e i palazzi, si annideranno nelle camere dei tuoi ministri, insidieranno il calcagno tuo e delle tue amanti. Né mio padre, né il padre di mio padre, né alcun indiano ha mai visto cose simili. Contro di te, contro il tuo popolo e contro i tuoi ministri sortiranno fuori quando meno te lo aspetti.

Fu dopo quel sinistro vaticinio che il conte Amherst, per quanto dubitasse dell’oracolo, palesò un certo atterrimento. Per non lasciare nulla di intentato, provò una strada estrema: decretò, con efficacia immediata, che sui rettili fosse posta una taglia, come per i delinquenti matricolati, di modo che i cittadini fossero naturalmente incentivati a cacciarli. Mentre pronunciava le parole che i suoi segretari vergavano su cartapecora e papiro in tutti gli innumerevoli dialetti del luogo, si fregava le mani immaginando quali complimenti e onori gli avrebbe elargito Giorgio IV. Riuscire a occuparsi di quella faccenda di difficile soluzione poteva essere l’occasione per avere un incarico più comodo e prestigioso, un ritorno in patria, oppure una luogotenenza in territori meno selvaggi e ostili dell’impero britannico. Nelle prime settimane in cui il decreto fu in vigore pareva funzionare, e i nemici velenosi sembravano sul punto di essere ricacciati ai margini della città. Fra i burocrati era palpabile un certo ottimismo, e Amherst ormai attendeva solo che la missiva regia recante l’encomio gli fosse recapitata.

Ma si sa, gli indiani sono avidi e svelti, e scovarono una falla nel decreto. La taglia – il legislatore non aveva precisato altrimenti – poteva essere incamerata senza dare necessariamente la caccia alle bestie. I cobra, in altri termini, si potevano persino allevare a centinaia, o a migliaia, per poi ucciderli, esemplari di ogni dimensione stipati in gabbie luride, pronti a essere decapitati e smembrati, prima di essere convertiti in moneta sonante. Fuori città, nei sobborghi marcescenti, negli scantinati più fetidi e impenetrabili, nei cortili più ascosi, migliaia di uomini senza arte né parte si dedicarono all’allevamento dei cobra. Poiché erano merce ambita e con un cambio fisso in oro, nacque dal nulla un mercato che il governatore non aveva nessuna intenzione di creare.

Nei mesi seguenti, senza che nessuno si preoccupasse di verificare la provenienza delle pelli, delle carcasse, degli sfilacci e delle teste mozze, alla presenza del governatore fu portato un quantitativo di serpenti che nessun uomo avrebbe mai immaginato di poter vedere in vita sua. I cacciatori avevano sempre le stesse facce, cotte dal sole e smangiate dal monsone, e ciò cominciò a dare adito a sospetti: o erano particolarmente abili, tanto da meritare un encomio statale sotto forma di vitalizio, oppure stavano defraudando Sua Maestà. Fu presto chiaro che i furfanti li avevano raggirati e l’ordinanza era stata un salasso per le casse della Corona. Il disappunto degli alti papaveri della corte inglese fu enorme e travolse anche Amherst, che con imbarazzo dovette ammettere di aver fallito. I serpenti avevano proliferato ulteriormente, il provvedimento su cui si era giocato la sua carriera diplomatica fu revocato.Quando gli allevatori, che con quel commercio viscido avevano comprato palazzi e monili in tempo brevissimo, lo seppero, si vendicarono nel modo più immediato e tremendo. Aprirono le gabbie, incoraggiarono i cobra a razziare la città, e infestarono Delhi mille volte più di prima.


Giulio Papadia (1994) è salentino. Redattore del blog Mangialibri, collabora con La Balena Bianca. Ha pubblicato recensioni e saggi su riviste accademiche come «Oblio» e «Sinestesieonline», ma anche su Il Rifugio dell’Ircocervo. Suoi racconti sono apparsi su Spore, Malgrado le mosche, Blam, Coye, altri usciranno su Pastrengo e Specularia. Ha fondato la rivista letteraria Salmace.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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