Formicaleone

Diario di un viaggio sulle coste della Patagonia (terza parte)

Diario di un viaggio verso la costa della Patagonia per individuare le zone in cui stabilire insediamenti, con una descrizione della natura dei territori, dei loro prodotti e degli abitanti; dal porto di Santa Elena fino all’entrata dello Stretto di Magellano.

A cura di Marino Magliani con le traduzioni di Riccardo Ferrazzi.


INTRODUZIONE AL DIARIO DI VIEDMA

La colonia della Bahia de San Julian, che forma l’oggetto di questo resoconto, ebbe uno svolgimento abbastanza simile. Con un po’ più di fortuna, il nome di Viedma sarebbe rimasto nella storia della Patagonia come quello di Cecrope in Attica. Tre uomini con lo stesso cognome, Andres, Antonio e Francisco, vennero in America nel 1778 per assumere il comando dei nuovi insediamenti che dovevano essere fondati nel sud di questa Provincia. Fra questi, il primo rimase per qualche tempo come sovrintendente nella Bahia de San Julian, da cui dovette ritirarsi per sopraggiunta demenza. Gli successe il fratello, don Antonio, che era venuto con lui con l’incarico di tesoriere; in seguito don Francisco, dopo aver rimpiazzato Piedra nell’amministrazione del Rio Negro, fu promosso Intendente della provincia di Cochabamba, dove ricevette la notizia della morte dei suoi fratelli, che erano rientrati in Spagna.

il nome di Viedma sarebbe rimasto nella storia della Patagonia come quello di Cecrope in Attica. Tre uomini con lo stesso cognome, Andres, Antonio e Francisco, vennero in America nel 1778 per assumere il comando dei nuovi insediamenti

Nel suo breve soggiorno a San Julian don Antonio si preoccupò di perlustrare la zona e di stabilire i contatti con gli indios. Inoltre esplorò personalmente il Rio de Santa Cruz, che vide uscire da una laguna dai contorni irregolari, distesa alle falde delle Ande da nordovest a sudovest. Il suo corso è il seguente:

Dalle installazioni di San Julian a Galala:2 leghe
a Yela:3
a Atepes: 3
a Lael: 5
a Camoé: 2
a Castra: 3
a Oenna: 4
a Rio Chico, che esce da un’altra laguna e sbocca nella Bahia di Santa Cruz: 4
a Tapù: 4
a Rio Chalìa, anch’esso nasce da una laguna e confluisce nel Rio de Santa Cruz:10
a Quesanexes, sulla sponda del Rio Chalia. (C’è un masso simile a una torre. Gli indios lo chiamano Quesanexes. Questo luogo si trova a 50° 11’)8
alla laguna di cui è emissario il Rio Santa Cruz, facendo tappa a Capar: 8
Totale del percorso di questa escursione: 55 leghe

I dettagli di questa escursione, per quanto spiccioli, non sono da disdegnarsi, dato che gettano un po’ di luce su una delle parti più neglette del continente americano. Merita pure di essere studiata la descrizione di come vivono i Patagoni e l’elenco dei loro vocaboli, così diverso da quello pubblicato da Pigafetta nella sua relazione del viaggio di Magellano. È da notarsi l’eterogeneità di questi piccoli glossari, non soltanto tra di loro, ma anche in confronto a quelli degli Araucani, che furono i primi a popolare queste zone. E non si tratta della sola differenza tra queste tribù: sono anche molto diversi i loro connotati, mentre sono identici gli usi e costumi e perfino la loro fede.

L’indio Cileno è magnanimo, attivo, intelligente, e il suo profilo regolare, la carnagione chiara, gli occhi cerulei denotano punti di contatto con la razza malaya, dalla quale probabilmente discendono queste tribù che, con nomi diversi, popolano la parte australe dell’America. Invece l’indio Pampa ha la faccia schiacciata, la pelle olivastra, il naso camuso, la bocca larga, labbra tumide, denti bianchissimi, corporatura massiccia, barba quasi inesistente, capelli neri, irti e duri. La loro vita si svolge prevalentemente a cavallo, cosa che contribuisce a rammollire e incurvare le gambe, e dà ai loro piedi, piccoli di natura, una postura convergente. Non così è l’indio Ranquel che per l’aspetto ignobile, i capelli crespi e il colorito scuro, ha tutti i segni di una razza degenerata. Quelli che si discostano meno dall’aspetto originario sono i tehuelches o Patagoni, la cui origine araucana è evidente nei loro tratti così come nei loro usi e costumi, salvo per la barba: gli altri indios se la strappano, loro la lasciano crescere. Sono loro che, secondo un’antica tradizione, e per esplicite dichiarazioni di tanti viaggiatori, sono stati presi per giganti mentre in realtà non eccedono le normali misure della specie umana, anche se sono di una taglia superiore rispetto agli indios Pampa.

In tutte queste tribù è quasi generalmente diffusa l’abitudine di deformare la forma del cranio degli infanti legandoli alla culla con dei legacci in modo da produrre una concavità nell’osso occipitale, proprio dove Gall e Spurzheim situano l’organo della filoprogenitura. La compressione si estende anche agli organi laterali (adesionismo) e se la loro parziale o completa obliterazione avesse l’effetto che nell’uomo produce la perdita dei genitali, insieme ai sentimenti di paternità dovrebbero ridursi o venir meno anche quelli di amore per qualunque altro oggetto, cosa che risulta invece smentita dai fatti perché tutte queste razze mantengono un grande attaccamento alla famiglia, alle armi, ai cavalli e alle poche cose che possiedono.

…Per non essere troppo prolissi ci limiteremo ad alcuni esempi. Nello stretto di Magellano, Sarmiento scoprì una baia che gli indios chiamavano Pucha-chailgua, che in dialetto araucano significa pesce piccolo

In mezzo a tante anomalie, se l’identità degli usi e costumi bastasse a provare l’origine comune, sarebbe impossibile negarla. Sia in pubblico che in privato, sia che si riuniscano a parlamento o che celebrino nozze, nascite, funerali, tutti osservano le stesse abitudini come se appartenessero alla stessa famiglia. Persino nelle loro lingue, a prima vista molto diverse l’una dall’altra, si scoprono certe sinonimie che non possono derivare da casi fortuiti. Per non essere troppo prolissi ci limiteremo ad alcuni esempi. Nello stretto di Magellano, Sarmiento scoprì una baia che gli indios chiamavano Pucha-chailgua, che in dialetto araucano significa pesce piccolo. I nordamericani Armsy Coan, che trascorsero alcuni mesi presso gli indios della Bahia de San Gregorio, li sentirono chiamare hodle l’ago con cui cuciono il cuoio, e fra gli araucani hodumn significa bucherellare, e le è una posposizione che aggiunta ai verbi conferisce attualità all’azione che esprimono. Ancor più evidente è l’etimologia cilena della maggior parte dei nomi raccolti da Viedma nel suo viaggio al Rio de Santa Cruz. GalalaGhalghal sono funghi che crescono sulle querce, lael è la vedova, tapù la foglia, chalichallua il pesce, capar la metà di qualcosa, etc.

Quasi tutti i cacicchi con cui quel comandante ebbe a che fare avevano nomi araucani. Gorgonagoygoin significa rumore, chaiguas o chaibue un cestello per colare il grasso o per vagliare la farina, ulqui-queque o ulgin-queñque è una porta cieca o sbarrata, camelocamel è l’anno scorso, onosoñom ciò che si mette dietro a un altro. Queste analogie, e molte altre che abbiamo omesso, confermano l’origine transandina di questi indios che, secondo calcoli recenti e probabili, sono molto pochi nel vasto spazio compreso fra il Rio Negro e lo Stretto di Magellano, dalle coste dell’Oceano fino alle falde orientali delle Ande.


(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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