Formicaleone

I tormenti del signor Senzaterra

Non so dirvi se esista una precisa unità di misura del prurito, ma è certo che tutto ebbe inizio da lì. 
Intorno alle tre di una notte qualunque, il sonno anch’esso qualunque del signor Senzaterra fu interrotto bruscamente. A niente gli valse il tentativo di portare la mano dietro la schiena. Quel punto era così lontano dalle sue dita che per trovare sollievo dovette strofinarsi contro le lenzuola. Una volta, due, tre. Poi non resistette più e corse a specchiarsi in bagno. Accese tutte le luci e vide che non c’era niente oltre il rossore causato dallo strofinio. Incredulo pensò che potesse trattarsi della reazione allergica a qualche acaro. È vero che non ne aveva mai sofferto pur vivendo in una casa piena di polvere, però si ricordava bene quanto gli aveva detto un amico: “Dopo i cinquant’anni succede tutto quello che non è mai successo prima”. 
In effetti cinquant’anni li aveva compiuti una settimana addietro, ma per quanto fosse un tipo oramai abituato agli sgambetti della vita, non si sarebbe aspettato una puntualità del genere. Certamente avrebbe preferito ricevere qualche buona notizia, soprattutto per i suoi quadri che, tristi, rimanevano prigionieri di quella mansarda in mezzo al bosco. 
Ragionò allora sul fatto che una doccia calda avrebbe potuto spegnere quel desiderio di grattarsi. L’esperimento, piuttosto frettoloso, ebbe successo. 

La mattina dopo, ancora stravolto per la notte insonne, raccontò tutto alla vecchia madre che da sempre l’aveva incoraggiato a trovarsi una compagna. 
– Figlio mio, tu non mi ascolti mai! Se avessi avuto una moglie a quest’ora ti avrebbe grattato lei! –
– Ma che c’entra mamma, io non ho mai avuto un prurito così forte – 
– A me una volta è capitato, ma avevo tuo padre accanto – disse l’anziana donna con un velo di dolcezza negli occhi che però tradiva una profonda nostalgia. 

Senzaterra rimase a dipingere tutto il giorno. Nelle grandi tele, che lui stesso costruiva, riemergevano solo ritratti di donne. Un po’ colorate, un po’ scure, quelle sconosciute sembravano fargli compagnia; le vedeva innamorate e se da ciò poteva ricavarne un tenue conforto, le sue giornate al contrario trascorrevano tutte uguali, cucite una dopo l’altra senza particolari emozioni. 

Una settimana dopo tornò il prurito, più forte e violento di prima. E non se ne andò più. 
Ogni notte il signor Senzaterra scontava la sua pena. Gridava e sudava come un indemoniato. Le ripetute docce servivano ormai a poco quando si accorse che gli era spuntato un puntino nero in mezzo alla schiena. Dapprima lo vide di sfuggita, voltandosi, finché non gli piantò lo sguardo come un chiodo. Quel neo, volendolo chiamare così, era circondato da una corona di pelle biancastra.  Un atollo al centro di un oceano di pori, asciutto e piatto. 
Il timore di una brutta malattia gli mise addosso tanta di quell’angoscia che, a un certo punto, non sentì più il prurito. L’ansia però fece cessare ogni sua forma di creatività. L’unico pensiero era starsene davanti allo specchio per vedere se quella macchiolina aumentasse di dimensioni. Dimenticava persino di mangiare e nel giro di qualche mese dimagrì paurosamente. 
Quando finalmente decise di consultare un dottore lo fece soltanto per non vedere più piangere la madre. 
– … A occhio non vedo lesioni particolari che possano far temere patologie di una certa gravità. Credo tuttavia che un esame dei tessuti possa sciogliere ogni dubbio. Venga, basterà una piccolissima incisione – disse lo specialista. 

Passarono quindici giorni. Dalla sala referti, dove tre su quattro uscivano malati, Senzaterra seppe di non avere nulla. Si sentì felice come un bambino appena promosso ma, nonostante le rassicurazioni dei medici e le pacche sulle spalle, il prurito tornò di nuovo. 

Una sera, quel suo amico dei cinquant’anni, gli consigliò di rivolgersi a un dermatologo poco conosciuto.
– Dicono che sia uno bravo, vive appartato certo, però io un tentativo lo farei, tanto cos’hai da perdere? –  
– Beh, sai, quadri in questo periodo se ne vendono pochi … – 
– Ho capito, hai bisogno di un prestito. Va bene, facciamo una cosa: io ti do i soldi per la visita. Se risolvi il problema mi regali un quadro, altrimenti li puoi tenere. D’accordo? – 
Senzaterra prese quel denaro con grande pudore e promise all’amico di mantenere il patto. 
Giunto nel salottino d’attesa del medico si ritrovò insieme ad altre persone. Avevano sguardi pallidi e spenti. Indossavano abiti grigi e dismessi, un po’ antichi e di qualche taglia in meno, tenevano la testa abbassata e le mani conserte sulle ginocchia. Entravano a turno, ma alla fine della visita uscivano da una porta secondaria. 

Senzaterra fu l’ultimo di quel giorno. 

– La stavo aspettando, prego, si accomodi – disse il dottore, una donna col camice bianco che pareva accendersi di una luce abbagliante. 
Trovarsi di fronte a quella figura fu certamente una sorpresa per il signor Senzaterra; era sicuro che il suo amico avesse parlato di un uomo. Aveva anche detto: “uno bravo, uno che vive appartato”. 
– Eh beh, non vorrà rimanere tutto il tempo in piedi! – disse ancora la donna. 
Sdraiatosi sul lettino l’uomo raccontò del prurito che lo affliggeva insistentemente ormai da cinque mesi. 
– È un tormento, mi creda, non ce la faccio più! –
– Non ha bisogno di convincermi… –
– Crede che potrà fare qualcosa? –
– Non certo con la sua fretta… –
– Io non ce la faccio più… –
– Sa dirmi cos’è questo? – 
– Non saprei … –
– È un microscopio speciale, permette di vedere cosa c’è davvero sulla sua pelle. Attraverso il monitor che le ho messo davanti potrà farsi un’idea anche lei. Le hanno già fatto la biopsia, immagino –  
– Sì … – 
– Non serviva a quanto pare … – 

Mentre la dottoressa avvicinava il beccuccio del macchinario sul neo del paziente, egli non credeva ai suoi occhi. Le immagini che passavano sul piccolo monitor sembravano uno scherzo. Attorno a una voragine si estendeva una città brulicante di automobili, gas di scarico, ciminiere e piccoli omini frenetici. 
– Ha visto qual è la causa del suo prurito? – 
– Dottoressa lei mi sta prendendo in giro; io non posso credere di avere una città sulla mia schiena –
– Dovrebbe crederci, invece! Le posso fare una domanda? –
– Non prima di sapere se tutto questo è uno scherzo! – rispose alzando la voce.
– Temo che non lo sia! –
– Non è possibile, lei è pazza! –
– Che brutta opinione si è fatto di me… – 
– Basta! Mi vesto e vado via… mi mancava pure questa – 
– Un attimo, un attimo: lei crede in Dio? – 
A quella domanda l’uomo ebbe come un turbamento. Nessuno mai gli aveva chiesto una cosa del genere, gli sembrava così scontata e banale che sentirselo ripetere fu una novità capace di metterlo in crisi. Così, prima di una decisa affermazione indugiò qualche secondo. 
– Sì! –
– Allora avrà sicuramente sentito parlare della teoria del “minus in major”… Secondo questo pensiero l’infinitamente piccolo è contenuto in qualcosa di infinitamente grande che a sua volta è infinitamente piccolo per qualcosa di infinitamente più grande. Questo complesso sistema prende il nome di universo, e l’universo è Dio. Io e lei siamo Dio, e sono Dio gli uomini che le camminano in quel puntino dietro la schiena, e sono Dio i pruriti di quegli uomini che a loro volta portano altri uomini sulle spalle. – 
– Dottoressa lei ha una grande fantasia, ma questo non spiega l’origine delle mie sofferenze –
– Direi che invece ci siamo molto vicini; sa perché lei ha questo prurito? –
– Penso di avere il diritto di saperlo … – rispose l’uomo con tono sarcastico mentre si era già rivestito e s’avviava verso l’uscita. 
– Perché non accetta di essere in Dio. Lei lo tiene altrove pensando di potersi bastare. I suoi quadri sono bellissimi, ma mancano di Dio … – 
– Come fa a sapere dei miei quadri? – 
– A quel punto il signor Senzaterra si convinse che c’era davvero qualcosa di strano nelle parole di quella donna. Non l’aveva mai vista prima eppure pareva che sapesse tutto di lui. 
– Chi è in Dio conosce tutte le cose. Guardi, guardi bene cosa sta succedendo sulla sua pelle. – 

L’immagine si ingrandì fino a inquadrare un quartiere pieno di case e di cemento. Gli uomini si uccidevano l’un con l’altro e poi i corpi venivano accatastati sui marciapiedi e già c’erano quelli che cominciavano a decomporsi. Sulla pelle di Senzaterra non c’era neppure un albero, un prato, neppure un timido fiore. Ogni cosa era stata divorata dalle fabbriche e da una coltre di sabbia grigia. 
– Non c’è dubbio che lei sia un artista ma manca di amore verso l’arte di cui è stato dotato. Ha capito perché non riesce mai a vendere un quadro? Lei così sta uccidendo il suo talento … –
– Mi faccia guardare un altro po’… Questa voragine è la conseguenza della biopsia? – 
– No, è conseguenza del suo inganno … – 
L’uomo rimase sconvolto. Quel puntino nero in mezzo alla schiena era il teatro di un massacro. Corpi di bambini mutilati pendevano da ringhiere sporche di sangue, madri senza voce si disperavano dietro finestre bagnate dal pianto, uomini senza pace si infilavano le dita negli occhi e si accecavano per non vedere più quegli orrori. 
– È ancora in tempo, può farcela – disse la dottoressa con fiducia. 

Si risvegliò di colpo. Fuori aveva appena smesso di piovere. Un timido sole si affacciava all’orizzonte stretto fra due nuvole scolpite nel cielo come marmo. L’aroma del caffè che risaliva dal piano di sotto lo riportava velocemente all’infanzia, in quel posto lontano dove sentiva di aver lasciato qualcosa. Afferrò la tavolozza dei colori e cominciò a dipingere un cielo azzurro intorno al neo. Poi disegnò un prato verde, gli alberi, i fiori, il mare. Vennero le stelle e i bambini, le montagne con la neve e gli innamorati. Dopo qualche settimana il neo scomparve e con esso il prurito. I nuovi quadri andarono a ruba. Una mattina, mentre passeggiava per i boschi che si aprivano di fronte alla sua casa, gli venne di grattarsi alle labbra; fece allora per avvicinare la mano, ma fu sorpreso da una donna che gli coprì gli occhi con un fazzoletto profumato. Ci fu un bacio. E poi ancora un altro. In fondo aveva sempre avuto ragione quel suo amico: “dopo i cinquant’anni può succedere di tutto”. 


(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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