Formicaleone

“Tre secondi, tre momenti” di Michele Luciano

Primo secondo, primo momento
Quando Luigino Malapena aprì la porta vetrata dell’autogrill, uscendo sulla strada e ridendo tra sé e sé per il gusto che già avvertiva in bocca della rustichella appena comprata e che teneva salda in mano, non si aspettava di vivere un malessere così forte. Non si aspettava di ritrovarsi di fronte ad un’emozione che per anni aveva tenuto a bada e che riteneva per questo lontana e incapace di attaccarlo. L’aveva relegata nella parte più oscura della sua mente: l’aveva legata, l’aveva afferrata con entrambe le mani, aveva aperto la porta dello sgabuzzino del suo cervello e l’aveva sbattuta dentro, al buio, curandosi di serrare la porta con doppia mandata. Come aveva fatto dunque tale emozione a ripresentarsi così all’improvviso? Come era riuscita, da sola, a disserrare la porta e a sgattaiolare? La risposta era lì, di fronte a lui.
Luigino, aprendo la porta, aveva casualmente lanciato un’occhiata vicino all’entrata che conduceva ai bagni dell’autogrill e aveva visto, appoggiati al muro, due ragazzi abbracciati stretti stretti avvinghiati che si baciavano senza alcun pudore, con tanto di lingua e di palpatine, di mani che si muovevano senza sosta tra culo, schiena e capelli. 
Che cosa aveva provato Luigino alla vista di cotanto scempio? Che cosa lo aveva condotto a fermarsi con un piede a mezz’aria nell’incedere convinto e spinto dalla fame proprio vicino al cestino della spazzatura? 
Invidia: pura e semplice invidia. 
Ma la sensazione, in un solo secondo, gli aveva acceso fiamme così alte e grosse, così forti e pericolose che sembravano frutto di un’esplosione localizzata all’altezza dello stomaco e che si diramava in ogni dove: verso il basso, sotto il ventre, tra il pene e i testicoli, tra le cosce, le gambe e i piedi; verso l’alto, fino in gola, sulla lingua e tra le labbra, nelle orecchie, negli occhi e nel cervello.

Secondo secondo, secondo momento
L’immagine appena vista aveva portato Luigino Malapena a vecchi dolori, a rifiuti e ad umiliazioni passate e adolescenziali causate dal desiderio di possedere e avere per sé tutto ciò che gli altri avevano e che lui non avrebbe mai avuto. Si rivedeva ragazzino a immaginare di assaggiare labbra che non avrebbe mai provato, di abbracciare ragazze che non lo avrebbero mai toccato, a vedere altri maschi belli e convinti dell’amore che potevano e sapevano ricevere e si ricordò subito della convinzione che aveva maturato dentro di sé: la scelta obbligata di una solitudine autoinflitta, un rifugio, che solo con anni e anni avrebbe imparato ad accettare. Si era convinto che non avrebbe mai più provato desiderio alcuno nei confronti di una donna e tutto ciò solo per colpa di una capricciosa e ingestibile invidia.
Luigino non era mai stato educato all’invidia, non aveva mai imparato a gestirla e per questo malediceva i genitori e i nonni, la famiglia e la Chiesa, la scuola e la società intera. Non sapeva come comportarsi ogni volta che la provava. E se in passato si era esercitato, cercando di assecondarla, viverla, perfino assaporarla, era giunto poi alla conclusione che si trattava di una semplice punizione per lui che, sfortunato com’era, non avrebbe mai potuto avere nulla nella vita.
L’invidia lo aveva spinto alla nausea.
Luigino guardò la rustichella che ormai gli bruciava in mano.
A testa bassa, insieme all’immagine appena vista, lasciò scivolare il suo pranzo nel cestino.

Terzo secondo, terzo momento
Dove cazzo era la macchina?
Mentre la rustichella precipitava tra i rifiuti, Luigino alzò lo sguardo per cercarla ma, come lo aveva colto di sorpresa due secondi prima l’immagine disgustosa dei due amanti, allo stesso modo mai si sarebbe aspettato di vedere ciò che vide in quel momento. Una donna – una bellissima donna – lo stava fissando e gli sorrideva con tenera comprensione.
Chi è questa dea? Perché mi sorride?
Luigino non ebbe il tempo di pensare perché, in un solo secondo, in un solo momento, era riuscito a fotografare nella sua testa ogni dettaglio del corpo della donna che gli stava di fronte. Non sapeva chi fosse, non la conosceva di certo, eppure – se avesse dovuto dire – avrebbe saputo fin da subito descriverne i dettagli più minuti del volto e del corpo, soffermandosi ovviamente sulle più acute sensazioni che gli avevano suscitato.
Tale vista ebbe l’effetto che può avere l’uso di un idrante su un incendio pericoloso: l’attrazione improvvisa, la folgorazione inaspettata avevano cancellato la nausea e il disgusto, il fastidio e il malumore che Luigino aveva provato solo due secondi prima.
Luigino aveva dimenticato la sua macchina e aveva già dimenticato la sua invidia. Quant’è potente il sorriso di un essere umano!
E quanto sa essere veloce la mente di un uomo!
Che la vita avesse riservato un amore anche per lui?
Dov’erano le impressioni di un secondo prima? Quanto si sarebbe sentito stupido Luigino Malapena se si fosse accorto di desiderare – in quel momento – esattamente ciò che due secondi prima l’aveva spinto alla nausea? Se avesse potuto sminuzzare quel secondo in più parti, avrebbe ritrovato dentro una consequenzialità di sensazioni – sorpresa, imbarazzo, affascinamento, desiderio, vergogna – fin troppo rapide e intense da poter gestire e comprendere in un solo momento. 
Eppure erano tutte tutte lì, dentro di lui.

Luigino Malapena sorrise al sorriso.
Si sentiva confuso, si sentiva stupido e intontito. 
Avrebbe tanto voluto recuperare la rustichella dal cestino.


(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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