Formicaleone

Crnjanski, uno scrittore jugoslavo da scoprire e il suo “Romanzo di Londra”.

a cura di ANDREA RAPINO

D’acchito “Romanzo di Londra” viene da definirlo una sorta di ponte che unisce la letteratura jugoslava a quella russa. In questo libro di Miloš Crnjanski, scrittore serbo vissuto tra il 1893 e il 1977, si ritrova qualcosa dei grandi narratori russi dell’Ottocento. Un po’ anche per le dimensioni del volume, in Italia pubblicato da Mimesis nel 2019. Poi ci sono i tormenti interiori del protagonista, Nikolaj Rodionovič Repnin, che riportano alla mente quelli dei personaggi di Dostoevskij. Repnin, ex ufficiale zarista che ha riparato a Londra con la moglie Nadja, viene inoltre accompagnato costantemente da riflessioni storiche caratterizzate da un’idiosincrasia per Napoleone che evoca la verve antinapoleonica del Tolstoj di “Guerra e pace”.

Ma pur con tinte “russe”, lo stile e l’atmosfera narrativa di “Romanzo di Londra” sono balcaniche. Fanno sentire il sapore di grandi autori come Ivo Andrić, l’autore jugoslavo più noto e tradotto in Italia. Ma anche l’ugualmente meno conosciuto Miroslav Krleza o Meša Selimović: autori che come Crnjanski sono sì eccellenze della letteratura degli slavi del Sud, ma che probabilmente meriterebbero maggiore fortuna e notorietà per il loro valore nel contesto della narrativa europea del Novecento.

Crnjanski, poco gradito nella Jugoslavia socialista, scrive “Romanzo di Londra” durante il suo lungo soggiorno-esilio in Inghilterra. Scrive un romanzo sull’esilio, nel quale il filo conduttore è l’incapacità di adattarsi a un mondo nel quale non può più esserci nulla di proprio. Crnjanski affronta il tema riproponendo il legame panslavo con la “grande madre Russia” che già caratterizza il suo capolavoro “Migrazioni” (in Italia edito da Adelphi), dove il filo conduttore è la seduzione del sogno russo dei protagonisti, serbi nella Vojvodina del Settecento, ossessionati dall’attrazione per la Russia ortodossa e slava in un impero asburgico cattolico e germanico che gli sta stretto.

In questa Londra del Dopoguerra il protagonista è invece pienamente russo. Repnin, originariamente “bianco”, è sempre più ex zarista, e tende costantemente ad allontanarsi dalla visione nostalgica dei circoli antisovietici, a lungo il legame principale con la madre patria. Pur di ascendenze nobili, Repnin scopre un’inaspettata attrazione per l’Armata Rossa che, al di là della connotazione politica e della Guerra Fredda che incalza, resta un esercito essenzialmente russo.

Al fianco del principe c’è la moglie Nadja, con la quale continua inossidabile la storia d’amore nata con la fuga dalla Russia, e consolidata nel peregrinare tra Portogallo, Francia, Italia. La vita dei due prosegue tra alterne vicende, ma con più bassi che alti, soprattutto di ordine economico.

Repnin è poliglotta, ben educato e cresciuto con il mito inglese trasmessogli dallo zio anglofilo, ex componente della Duma. Nell’Inghilterra del Dopoguerra però vive una costante condizione di esiliato. È straniero in terra straniera, e ai margini di una società nella quale non è in grado di integrarsi per mentalità e costumi, mentre allo stesso tempo sbiadisce l’empatia con la diaspora russa. Può accettare la condizione di proletario e di precario, come pure la classe sociale alla quale la condizione economica lo assegna, ma ciò che lo circonda resta sempre a lui fondamentalmente estraneo. E questo pone in una ulteriore condizione di esilio interiore Repnin, già esiliato senza rimedio perché non ha e non avrà più una patria russa, né quella zarista scomparsa né quella sovietica che non lo accoglierà mai.

Nikolaj Rodionovič si aggrappa all’amore, ampiamente contraccambiato, per la sua Nadja, e all’ossessione del benessere di lei. Il loro rapporto non è mai in discussione. Da un lato però lei sogna e progetta, programma di raggiungere la zia emigrata in America, vive con relativa serenità il lavoro poco remunerativo con cui tira avanti. Lui, anche quando riesce a guadagnare meglio, non trova sollievo. Estremizza ogni cosa e antepone il bene di lei a tutto e a qualsiasi costo, foss’anche l’abbandonarla per consentirle la felicità. Si infligge così una sorta di esilio autolesionista anche dal legame con la compagna di vita. È terrorizzato dall’idea di vedere Nadja invecchiare nella povertà e nella sofferenza, in un lento ma costante crescendo di tensione che va avanti in una Londra che, prima che ostile, gli è indifferente, e nella quale matura il drammatico proposito di farla finita, che non sarà mai scontato fino alla fine.


(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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