Formicaleone

“Impluvium” di Beatrice Masi

Quando apro la finestra sono sicura di sentirlo: l’odore della pioggia. A guardare il cielo non si direbbe, è limpido e omogeneo, nessuna nuvola all’orizzonte. Quello che mi allarma però, è l’assenza quasi totale di uccelli, la mancanza assoluta di cinguettii. Tolgo tutti i panni stesi e tiro dentro le due piante di fiori gialli e viola che tengo sul davanzale. Mi vesto, afferro un impermeabile blu, il mio cappello nero e poi, proprio prima di uscire prendo gli ombrelli. Ne prendo due, come faccio ormai da anni, perché tra le molte cose che io e lui abbiamo imparato a fare in tutto questo tempo, non siamo mai riusciti a stare sotto uno stesso ombrello; e non importa quanto fosse grande o solido, proprio non ci siamo mai riusciti, e uno dei due si è sempre ritrovato a camminare sotto la pioggia. Una volta c’è stata una tempesta così forte e ventosa che le stecche dei nostri due ombrelli si sono rotte e siamo corsi fino a casa nel temporale e poi in bagno ci siamo asciugati i capelli a vicenda. Passo sul prato davanti casa mia, attraverso il piccolo ruscello e seguo la strada che porta in paese. Dopo dieci minuti, sono al viale alberato. Il sole balugina tra i rami, ma io so che è solo apparenza, e che tra poco le chiome dovranno proteggermi dall’acqua. Dal giorno in cui l’ho conosciuto non sono mai riuscita a liberarmi della pioggia, e ormai ho imparato a riconoscerla.

Da una parte del viale c’è un hotel abbandonato, e di fronte una collina boscosa che poi scende a valle, dove gli alberi si diradano fino a svanire nel tessuto urbano. Un soffio di vento mi sposta il cappello e mi toglie ogni dubbio: tra poco cadranno le prime gocce. Dopo il viale c’è un accumulo di case che termina in un ponte; case liberty con gli intonaci rosso mattone o giallo chiaro e alcune con un giardinetto sul davanti. C’è chi fa un barbecue, bambini che giocano a palla e vecchietti che passeggiano o leggono un giornale seduti al tavolo di un bar. Anche qui nessuno sembra accorgersi dell’avvicinarsi della tempesta e qualcuno guarda i miei due ombrelli con perplessità. 

Alcune volte mi sono domandata da dove venga un temporale, se prima di rovesciarsi sulle nostre teste si sia scaricato un po’ più in là, magari vicino al mare, abbia fatto agitare le onde e mandato a casa i bagnanti; o se per caso si rintani da qualche parte tra le montagne e spinto da una scossa terrestre vada a cercare un altro rifugio. Se questo è il caso sono sicura che alcuni temporali trovino un altro cantuccio dove riposare, mentre altri, quelli più deboli, non ce la fanno e consumano tutte le riserve d’acqua durante la ricerca. 

Una volta io e lui ci siamo salutati e non ci siamo visti per un anno. Anche quel giorno pioveva, ne tirava giù a secchiate e ci siamo salutati sotto la tettoia di un bar. Poi sono andata a prendere l’autobus e lui ha girato l’angolo con la testa bassa per coprirsi il volto dalle gocce. Nessuno dei due aveva un ombrello e la sera ci siamo asciugati i capelli da soli. È stato un anno torrido, quello. Spezzato qua e là da qualche tempesta furiosa, arrabbiata e malinconica. Poi ci siamo rivisti, in una giornata uggiosa, ed è caduta una pioggerellina così fitta e rarefatta che sembrava una carezza.

Superato il ponte arrivo al centro del paese e guardo la piazza. Ci siamo seduti lì la prima volta che è venuto a trovarmi: abbiamo preso una birra e un panino e abbiamo mangiato su una panchina. Era un pomeriggio afoso, e lui sfregava l’aria tra il pollice e l’indice per testarne l’umidità; ha detto che sarebbe venuto a piovere, e poco dopo il cielo ha cominciato a fare le ugge. Abbiamo abbandonato i panini e le birre sulle panchine e siamo corsi indietro, siamo saliti sulla collina e ci siamo rintanati nel sottobosco, distesi tra i cespugli bassi e umidicci e abbiamo fatto l’amore fino a che il cielo non si è richiuso.

Mentre cammino sull’ultimo ponte sento una gocciolina infrangersi sulla mia tempia e scivolarmi sulle labbra. Il cielo si è scurito, delle nuvole grigie hanno coperto il sole e poco dopo, goccia dopo goccia inizia a piovere. Avanzo a passo svelto, guardo le macchine che sfrecciano sulla strada con i tergicristalli in funzione, le mamme che scappano dal parco tenendo i bambini per mano, persone di ogni età che si coprono la testa con mezzi di fortuna: un giornale, una busta della spesa, un foulard. Io non apro l’ombrello e mi lascio pian piano inghiottire dal temporale, mentre il lieve e sommesso ticchettio iniziale si va trasformando in un denso, tellurico scroscio.

Anche casa nostra d’inverno si riempie del rumore della pioggia, e il ruscello in passato si gonfiava così tanto e scorreva così prepotentemente che il suono di notte ci cullava mentre ci addormentavamo infreddoliti sotto le coperte. D’estate, invece, si riduceva a un timido rigagnolo, tanto innocuo che noi risalivamo fino alla fonte scalzi per rinfrescarci dall’afa. Erano sempre le nuvole di fine agosto a riportarlo in vita e le piogge settembrine, che si risvegliano dalle montagne o migrano dal mare per riprendersi ciò che è loro. Lo scorso settembre, però, è stato un mese secco e afoso, e ha prosciugato quel che l’estate aveva risparmiato del fiumiciattolo. 

Il cimitero nei giorni di pioggia è vuoto, il custode abbandona i fiori che stava sistemando su qualche tomba dimenticata da tempo e spera che sia l’acqua a riportare in vita quelli già morti e secchi, e a ripulire le foto dalla polvere e dalla terra. Ma la pioggia in questo caso non fa altro che far galleggiare i crisantemi nei vasi, inermi, e riempire di ruggine le cornici delle foto scolorite. Arrivo al cimitero e la donna del chiosco di fiori sta tirando giù la saracinesca. L’unica cosa che ha lasciato fuori sono dei piccoli mazzolini di fiori gialli e io ne prendo uno. Entro dalla porta principale del cimitero, con ai lati due grosse colonne che ti introducono in un viale costeggiato da pini altissimi che mi riparano dalla pioggia. La tomba di Francesco si trova più giù del mausoleo, e prima delle lapidi antiche. Tolgo i fiori secchi dal vaso, metto quelli nuovi e mi siedo; solo adesso apro gli ombrelli, ne metto uno sulla lapide, appena sopra la foto e tengo l’altro sulla mia testa. Accarezzo il marmo e resto in silenzio. Negli ultimi anni, a casa nostra, rimanevamo in silenzio abbracciati davanti la stufa ad ascoltare la pioggia e a stringerci forte come se dovessimo proteggerci da un fato imminente. Ma era la pioggia d’autunno quella che ci piaceva di più, che faceva scricchiolare le foglie secche sotto il tiglio che avevamo in giardino, e il rumore si mischiava alle nostre parole e allo scoppiettare delle caldarroste nel forno, come se la minaccia fosse sparita.

Forse non è un caso che lo scorso settembre insieme alla pioggia sia andato via anche lui, senza dirmi nulla, in una notte senza nuvole, di luna piena, accanto a me. La pioggia è tornata a ottobre, e quel giorno è stato il primo in cui sono riuscita a venire qui, come un pellegrinaggio, rincorrendo la pioggia come se fosse il suo spirito a trainarmi perché aveva bisogno di qualcuno che gli stesse vicino sotto quella tempesta furiosa, o semplicemente qualcuno con cui ascoltare il rumore della pioggia per l’ultima volta, un’altra volta ancora.


Beatrice Masi ha ventisei anni ed è nata ai Castelli Romani, è laureata all’università di Bologna in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali e di mestiere fa la traduttrice. Nel 2019 è uscita la sua traduzione della raccolta di racconti “I racconti di Rainwater Pond” di Billy Roche, con la quale ha vinto il premio Excellentissimus dell’associazione Eureka nell’ambito della manifestazione Cattedrali Letterarie Europee. Alcuni suoi racconti, interviste, poesie e recensioni si possono trovare qua e là.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

7 commenti su ““Impluvium” di Beatrice Masi”

  1. Parole profonde…che vanno oltre l immaginario di chi le legge, sfiorando l’ anima del lettore..Complimenti!

  2. Silvia Monesi

    La” pioggia” che generalmente viene a portar via simbolicamente i ricordi meno piacevoli, in questo racconto invece aiuta la protagonista a mantenere vivi i momenti belli passati con il suo amore. Complimenti!

  3. Stupendo!! Coinvolgente, emozionante, ti accompagna fino alla fine con il rumore della pioggia! Complimenti davvero, un racconto bellissimo.

  4. Un racconto dove ancora una volta la natura fa da cassa di risonanza ai sentimenti piu’ profondi dell’essere umano. A fine lettura ho percepito una sensazione di disperazione dignitosa e di vuoto incolmabile tra l’umida’ degli occhi e della terra.Notevole Complimenti

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