Formicaleone

La fine dei paesi, la rottura di una tradizione.

La fine della pandemia segnerà la fine di molti paesi e frazioni. Luoghi che vivono in un lockdown da sempre, evaporeranno. Chi rimane, verrà assorbito dalla loro fusione, rimanendo un abitante satellite di tanti luoghi testimoni. 

Paesi che hanno vissuto nell’oblio, nella trascuratezza, nel pubblico scandalo di amministrazioni corrotte, commissariate, sciolte per mafia, fallimentari, dove hanno prevalso la clientela, atteggiamenti privatistici e l’indifferenza, costelleranno le cronache locali con comunicati sull’impoverimento delle economie locali, esenti da colpe.

Sul decadimento di questi paesi, abbandonati nell’incuria, nessuno vuole prendersi delle responsabilità. E in questa incertezza, in questa indeterminatezza planano gli avvoltoi, che sfruttano copie di copie di una narrazione turistica aneddotica, che non ha nessuna funzione informativa, ma oblativa.

 È in questo vuoto che nascono fantomatici istituti di ricerca, enti, associazioni, laboratori, scuole, hub d’innovazione, media center, che come saprofiti si stanno approfittando della sedia vacante, del nulla istituzionale, per inventarsi ruoli, e autoproclamarsi “salvatori di comunità”.  Riconoscendo il potenziale emotivo e forse economico dell’argomento, attraverso lavori descrittivi e statici, legittimano la sospensione di ogni metodo, analizzando il contesto attraverso la propria biografia. Si usa la tradizione come un feticcio, in cerca del meraviglioso per nascondere l’arretratezza. Una modalità estrattiva di questo patrimonio culturale e paesaggistico che ha un atteggiamento coloniale. 

Si oggettiva un argomento, enorme, senza avere contezza che dietro i termini che si usano, ci sono le vite delle persone. Il loro reale quotidiano, e non un panel. Per alcuni, i paesi sono luoghi di elezione, alcuni relatori ne parlano come “fortunati” perché stanno assistendo a una rivoluzione. A me sembra molto più spesso, che ci siano persone che hanno avuto la disgrazia di nascere e crescere in un paese popolato da anziani, che non offre nessuna prospettiva dignitosa. 

Un contesto sociale animato da una mentalità retrograda e attardata, con tradizionali forme di asservimento delle donne, e sulla loro progressiva esclusione, pesa l’onta pubblica, nell’eventualità che scelgano di lavorare e fare qualcosa per il paese. I paesi sono i crisi. I paesi descritti in maniera neorealista sono una sceneggiatura. Che si voglia o no, molti paesi scompariranno, perché finora sono trappole del sottosviluppo. L’urgenza era quindici, vent’anni fa.

Questi paesi hanno avuto davvero tante possibilità. Dagli sport outdoor, alla concessione degli spazi dismessi ai più giovani, ai programmi europei di scambio internazionale, al riuso degli stazzi e dei rifugi, ai festival, alle attività culturali. Quando si parla di energie endogene, sono queste. Le giovani energie voraci, che avrebbero potuto riattivare e riabitare paesi, che oggi sembrano grandi case di riposo all’aperto. I paesi sono luoghi di disuguaglianze ataviche. Non esiste l’idea di “riscatto personale”. Sono tradizionalmente luoghi iperconservatori, dove le gerarchie di dominio, si tramandano anche post mortem. 

Dopo aver fatto fuori generazioni di ragazzi, di adolescenti visionari, adesso, ci ritroviamo con sindaci e amministratori che abbracciano il corporativismo delle federazioni dei borghi, con patacche da appendere come distintivi di bellezza. Le vittime sono i paesani, che vedono sfigurare il proprio patrimonio, in cambio di una cena, o di una sponsorizzazione turistica. Rimanendo esclusi dalle scelte, dalle modalità e dalla programmazione. 

I paesi in fissa con i costumi locali, quelli che non riescono a raccontarsi se non con un abito tradizionale che si indossava cento o cinquant’anni fa, come se non avessero realizzato null’altro nella propria storia creativa, li farei diventare avamposti della cultura Queer. Luoghi di creazione e laboratori di moda. Trasformerei i negozi chiusi in atelier temporanei di abiti, cosmetici, trucchi teatrali, parrucchieri, negozi di scarpe e farei dei mercati di costumi, di stoffe, di piume e pelletteria e organizzerei dei festival di moda. Farei delle feste e dei cortei stupendi, in modo che anche gli uomini che hanno sempre voluto indossare il costume tradizionale femminile possano farlo liberamente. Non si può sentire che un uomo a ottant’anni nasconde ancora il fidanzato, suo coetaneo, che vive nel paese accanto. “La morale sessuale è uno degli aspetti per cui la nostra civiltà è progredita meno”, come dice Edoardo Lombardi Vallauri, linguista, in Ancora bigotti. Gli italiani e la morale sessuale, per Einaudi. Il prezzo che stiamo pagando, è troppo alto, se analizziamo il numero delle violenze che subiscono le categorie LGBTQ nei paesi demoliti dalla noia. In cui l’unico metodo canonizzato è la violenza, declinata in ogni sua forma. Replicata e ripresa con i telefonini, denunciata e mai definitivamente condannata. La parte fascista e punitrice, gode di queste riprese, rimedio e cura di qualcosa che oggi è pubblico, mentre prima veniva “riparato” privatamente. 

Finalmente eviteremo di oggettificare il corpo delle donne, che in alcuni eventi fieristici, vengono trasformate in manichini. Donne mute, abbigliate da spose, con costumi tradizionali che si indossavano cento anni fa. Ferme, sorridenti, accanto ai tavoli dei relatori, o all’ingresso tipo pianta ornamentale. Senza contestualizzare la loro presenza, ma puri oggetti di arredamento.  Questo accade agli organizzatori con l’hobby della storia, dell’archeologia, delle tradizioni locali. La vera ricerca storica, la fanno i collezionisti dei costumi regionali che si tengono ben lontani dalla mediocrità di alcuni paesani. 

Quando sentiamo dire agli avvoltoi che planano sui paesi, che stanno assistendo a una rivoluzione, stanno in realtà, assistendo alla rottura di una tradizione. Il problema non sono i paesi che si spopolano, le comunità che si trasformano, l’emigrazione interna, o la perdita dei passaggi  di conoscenze intergenerazionali. Il dramma è l’approssimazione e il doversi occupare di argomenti molto complessi, anche faticosi, che hanno a che fare con il sistema delle responsabilità. 

Lo spopolamento non è uno scandalo, il paesano a volte è un sopravvissuto, testimone dell’incuria, delle mancanze e del visibile decadimento del paesi, quindi egli stesso vittima. 

In un tempo di progettualità effimere, di strategie tautologiche, di accademici riciclati in aree tematiche di cui non sono competenti, di innovatori  fuori syncro, che nel dubbio cercano di cogliere l’attimo per accaparrarsi l’ennesimo bando che gli legittimerà la residenza al sud. La conquista delle aree interne, attraversate dal paternalismo e dalla mancanza di responsabilità da parte delle amministrazioni, coincide con la loro fine. 


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

1 commento su “La fine dei paesi, la rottura di una tradizione.”

  1. Gentile Anna Rizzo, condivido gran parte delle tue riflessioni sui paesi interni e montani, non l’assemblaggio di tante tematiche che hanno percorsi storici e culturali differenziati. Il mio apprezzamento per la lucidità dell’analisi, non per il finale destino di condanna a cui saremmo destinati. Parlo anche a nome del Movimento difesa della zone interne. Il nostro contributo alla giustificazione del nostro diritto ad insistere e resistere nei luoghi dove siamo nati è meglio narrato in http://www.internoeoltre.altervista.org ma alche fb internoeoltre. Ci piacerebbe un confronto in diretta interattiva, se ritieni che valga la pena. Buona giornata. Domenicangelo Litterio.

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