Formicaleone

“Contrario a ogni critica” di Daniele Bolognese

Gli faceva una strana impressione, da un po’ di giorni a quella parte, svegliarsi e constatare che sua moglie era ancora a letto, con le coperte fino al collo e l’espressione soddisfatta di chi si gode un buon sonno. Lì per lì la tentazione di svegliarla era forte, uno sguardo infastidito a cui si accompagnava una smorfia di disgusto, rapida e sincera. Poi però, dopo vari tentennamenti, si convinceva a lasciar perdere, scuoteva la testa e sbuffava con la consapevolezza che la sua insonnia non dipendeva certo da lei. E a quel punto, quasi fosse una sentenza, si limitava a dire con un tono alto «vado a fare il caffè», oppure «è tardi, sveglia» e si alzava sbattendo pesantemente i piedi.

Quando arrivò in cucina trovò il silenzio pesante, e restò alcuni secondi a bocca aperta, come se non fosse mai entrato prima d’ora in quella stanza. Era la più grande della casa, l’unica senza soffitto a volta e al posto del lampadario una lampadina da 60w pendeva da un filo di pochi centimetri. Una chiazza di umidità correva lungo il battiscopa, in prossimità del lavello. L’uomo agitò la vestaglia, bucata all’altezza di un gomito, e tossì. In quel momento avvertì il bisogno del suo caffè amaro e dei due biscotti secchi (non uno di più) che comprava dal forno vicino. Si accese poi una sigaretta e gettò uno sguardo al paesaggio. L’aria fredda che lo accolse appena aprì la finestra gli fece scuotere le spalle. Tutt’intorno c’era una nebbia bianca, fitta, come un’onda che investiva tutto, mossa da una leggera brezza impregnata di salsedine che la sospingeva verso l’alto. A stento si distingueva il profilo discontinuo dei caseggiati sulla costa da un lato, e un’interminabile macchia verde dall’altro. Sotto quel cielo plumbeo, d’un tratto iniziarono a fluttuare i rintocchi delle campane: un suono distante, che si mischiava al continuo chiocciare delle galline. 

«Vado a fare due passi» disse tra sé e sé e un sottile filo di fumo gli salì negli occhi. 

Indossò il suo vecchio maglione e prima di andare via i suoi occhi indugiarono sulla porta vicino al pollaio. Decise, al suo solito, di dare una rapida occhiata. Un odoraccio di muffa e vino e polvere proveniva dalla cantina. Sentiva tutti quegli odori che stavano fermi, parte di un ambiente buio, fatiscente, in cui filtrava poca luce. Si soffermò sulle damigiane e le accarezzò: il mosto fermentava e presto avrebbe festeggiato San Martino.  

Lungo il tragitto per arrivare al circolo bocciofilo i raggi di un timido sole non gli dispiacquero affatto. D’improvviso, dal vicoletto dietro la piazza, il suo nome urlato a gran voce gli procurò un brivido lungo la schiena. C’era un qualcosa di fastidioso in quel timbro nasale, troppo marcato e volgare secondo lui, che non gli era mai andato a genio. 

«Oronzo! Oronzo mi senti?». 

«Eh!». 

«Oronzo» ripeté il signore come in un sussurro e lo raggiunse. 

«Scusami, pensavo ad altro» confessò lui. 

«Tutto apposto?». 

«Sì».

«Ma quest’orlo ai pantaloni quando è pronto?». 

«Oggi non lavoro». 

«Vai a messa?». 

«No, faccio un salto al circolo». 

«Ti accompagno». 

Ad Oronzo scappò un suono ridicolo con la bocca, una specie di grugnito che cercò subito di reprimere. A quel senso di oppressione si associò anche la nausea e cominciò a deglutire a ritmo continuo, quasi non ne potesse fare a meno. 

«Io i pantaloni te li faccio, ma tu quando mi paghi gli altri lavori?» chiese Oronzo con l’aria della persona imbarazzata che chiede soldi. 

«Hai ragione». 

«La ragione si da ai fessi. Sono già passati mesi».

«Ti pago quando ritiro i pantaloni». 

«E dalli! Sempre così dici ». 

Il circolo era in un capannone prefabbricato in cemento armato, poco luminoso nonostante un lucernario e due grossi finestroni. Subito dopo l’ingresso c’era un angolo bar abbastanza arrangiato, con una vecchia macchina da caffè a tre gruppi e un paio di bottiglie d’amaro, mentre il campo di bocce si componeva di uno spiazzo rettangolare lungo quasi 30 metri. Oronzo sentiva come un pizzico alla gola ogni volta che metteva piede lì, e non sapeva darsi una ragione. 

«Buongiorno a tutti». 

«Eh Oronzo! Beato a chi ti vede». 

«Giorno». 

«Guarda te, c’è pure Gino». 

«Pensavamo avessi fatto la fine di Alfredo».

«Alfredo chi?» domandò Oronzo.

«Come chi! Alfredo il pescatore». 

«E che fine ha fatto». 

«È già una settimana che lo hanno chiuso in una clinica. È uscito matto poverino, le figlie erano disperate».

«Quello è già nato matto secondo me» sentenziò Gino. «Sempre zitto, a fissarti, non parlava mai».   

«E va be’, che ci posso fare! Non ne sapevo proprio niente».  

«Non sai mai niente tu». 

Per un po’ Oronzo rimase a fissare l’intonaco screpolato della parete. A lato c’era anche una foto rovinata, messa in una polverosa cornice fatta di conchiglie, con uomini sorridenti che sollevavano delle bocce. Assorto nei suoi pensieri, ignorò Gino che gli chiedeva una sigaretta e si diresse, con tutta la rapidità che la sua anca dolente gli permetteva, a prendere un caffè. 

«Oronzo una partita te la fai?» domandò un uomo alto, robusto con un naso carnoso e dei folti baffi grigi. 

«Rosario non ho tanta voglia».

«Dai, giusto una partitella visto che sei qui». 

«None, non mi va».

«Non insisto, ho capito. Senti, la giacca me l’hai finita?». 

«Martedì». 

Sebbene di solito sedesse al tavolo di plastica addossato al muro, questa volta Oronzo preferì stare in piedi per fumare una sigaretta. Rimise quindi l’accendino in tasca e guardò la sua immagine riflessa nell’unico specchio della sala. Il naso era straordinariamente sottile, appuntito, poche rughe malgrado l’età e aveva delle borse sotto gli occhi che nel complesso esaltavano l’immagine di un uomo severo ed inflessibile. Due signori gli fecero cenno di avvicinarsi. Lui si voltò quasi in automatico ma pareva che non ascoltasse il loro invito. 

«Oronzo ci sei?».

«Ou! Ma ascolti?».

«Dite a me?».

«Certo, e a chi se no! Al Padreterno». 

Oronzo annuì e alzò il sopracciglio nell’atto di ragionare. Si unì poi a loro ma senza affrettarsi e appariva a tratti scocciato. 

«Be’! Per San Martino come stiamo messi?» chiese uno dei signori. 

«E come stiamo messi. Bene, ecco come stiamo». 

«Abbiamo ordinato la carne. Legna per arrostire ne abbiamo a volontà».

«Immagino». 

«Il vino? Qua aspettiamo quello nuovo».

«Non preoccupatevi, ci penso io al vino» disse Oronzo con un tono serio, come se recitasse a memoria un passo della Bibbia. 

Al suo fianco, dopo pochi minuti, arrivò l’uomo con i baffi grigi che sollevò le spalle e con il mignolo si grattò il mento. Sul suo viso si disegnò un’espressione dubbiosa che accompagnò uno sbuffo prolungato.

«Mah!» esclamò Rosario e incrociò le braccia al petto. «Speriamo non sia come quello dello scorso anno». 

«Scusa che hai detto?».

«Non aveva, che dire… un sapore proprio buono. Era…, era tipo inacidito, ecco. Lascialo fermentare ancora, travasalo più tardi». 

«Guardo che faccio tutto nei modi in cui si deve fare» confidò piano Oronzo, come se lo volesse spiegare principalmente a se stesso. «Senti questo, senti!». 

«Non ne dubito». 

«Il mio vino è ottimo». 

C’era stato un tempo, anni fa, dove avrebbe trovato assurda una sparata del genere. Nessuno si era mai lamentato del suo vino, così come sul suo lavoro da sarto. Aveva sempre riscosso lodi e complimenti e di questo ne andava fiero. Ora invece riceveva delle critiche e, in un lampo, sentì la rabbia impadronirsi del suo corpo. Lo sgomento non era aveva ancora abbandonato il suo viso, che l’altro riprese a parlare con l’impazienza di finire il prima possibile.

«Prova con le pastiglie, quelle fruttate. Migliorano la qualità e sono…».

«È arrivato il genio. Che ne capisci tu» replicò Oronzo. Aveva impressa sulla faccia la fermezza a respingere ogni consiglio.

«Non te la prendere». 

«Non me la prendo». 

«Era solo un’idea». 

«Lo sai che ti dico? Che lo porti tu il vino». 

«E dai, non fare l’offeso». 

«Vero Oronzo, non ti incazzare» s’intromise di punto in bianco Gino.

«E tu che vuoi?».

Oronzo prese a tormentarsi l’orecchio, quasi ricercasse con quel gesto un modo per recuperare la calma. La stizza gli dava un aspetto sinistro, e si esibì in un sogghigno nel quale dimostrava la sua determinazione a non ricevere più obiezioni. 

«Vado via meglio».

«Oronzo non ti si può dire niente» confidò sottovoce Gino, quasi stesse sussurrando un segreto. 

«Parli ancora tu?». 

«Non fare così, a te e il vino».

«Faccio che voglio. Anzi, se non mi va neanche lo festeggio San Martino». 

Oronzo volse freddamente lo sguardo verso i presenti e agitò la mano, in un misto di disprezzo e irritazione. Un ciuffo di capelli gli scivolò sulla fronte, coprendo la cicatrice sul sopracciglio. Si accese infine una sigaretta e andò via, lasciandosi una scia di fumo. 

«Ma andate a fare in culo» borbottò intanto che usciva.

Appena giunse a casa, trovò la moglie in cucina che faceva colazione. Non poté fare a meno di restare sull’uscio e osservarla incredulo, quasi si fosse imbattuto in un’estranea. 

«Buongiorno» salutò lei. 

«Ti sembra normale svegliarsi adesso?». 

«Lo sai che non dipende da me». 

«Tutte scuse». 

«È per gli antidolorifici. Non riesco mai a svegliarmi presto». 

«Certo, come no». 

«A proposito, la gonna che mi avevi sistemato mi si è scucita». 

«E che cazzo! Oggi siete tutti contro di me».

«Ma che ti prende».

La moglie con molta fatica si tirò indietro con la sedia. Irrigidì il collo e un’ombra di dolore si impresse sul viso. Pian piano si sollevò e le braccia si mossero nervose verso le stampelle, posate al bordo del tavolo. Ansimava leggermente mentre provava a chiamare il marito e le guance divennero rosse per lo sforzo. Lui però non le dava retta: era già sceso in cantina, sbattendosi la porta alle spalle.     


Daniele Bolognese, nato ad Anzio (Roma) il 31/08/1986. Laureato in archeologia presso La Sapienza di Roma, ha conseguito presso la stessa università un diploma di specializzazione in beni culturali. Ha pubblicato due romanzi (Apologia per un modesto spacciatore, Galassia Arte; Come un piccolo ragno nero, Edizioni La Gru), oltre ad alcuni racconti su vari blog e riviste letterarie online (La Voce del Verbo, L’Irrequieto, Spore).

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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