Formicaleone

“Luminosa” di Gilda Manso: una storia di destini incrociati.

Recandomi in libreria per procurarmi l’ultimo libro di Gilda Manso, ho chiesto al libraio-editore di darmi una copia di “Miracolosa”. “Luminosa! Si intitola Luminosa!”. Al momento ho sorriso, ho chiesto scusa e ho attribuito l’errore alla stanchezza, ma quando ho portato il volumetto a casa e ne ho consumato voracemente le pagine ho capito che un po’ di ragione ce l’avevo anch’io, perché la storia appena letta intrecciava in maniera miracolosa ordinario e straordinario, e teneva il lettore così connesso alla vicenda narrata al punto da renderne difficile la separazione. E così il libro è rimasto sul comodino, e poiché le riflessioni si moltiplicavano e mi impedivano di passare al titolo successivo, ho trovato la pace immergendomi in una seconda lettura, ancora più appagante, ancora più luminosa

Luminosa di Gilda Manso – scrittrice e giornalista argentina di Lanùs – è la terza pubblicazione della collana “Orso Nero” che la casa editrice Wojtek dedica alla narrativa straniera. Antonella Di Nobile traduce in modo impeccabile questo romanzo breve e avvincente, aggiungendo alle novanta pagine della storia una postfazione che aiuta il lettore a riordinare i numerosi spunti di riflessione, e nello stesso tempo offre una chiave interpretativa utile a riconoscere e a sistemare gli elementi simbolici disseminati in quella che si presenta come un’opera allegorica di grande attualità e quindi estremamente preziosa.

Attraverso nove capitoli, che fluiscono agevolmente verso la soluzione dell’intreccio pur tornando continuamente al passato della protagonista, il lettore incontra Fausta, imprenditrice argentina di quarantatré anni dal carattere forte e con una tormentata vita affettiva, e i suoi amici Victoria e Cristóbal, coinvolti dalla donna in un’avventura straordinaria, che nell’arco di sole quarantotto ore segnerà irrimediabilmente il destino di Fausta, e farà emergere con prepotenza e con una certa urgenza una serie di questioni a lungo taciute e soffocate dalle esigenze di una quotidianità  serrata e indifferente agli spasimi del cuore.

A innescare lo stravolgimento dell’esistenza di Fausta è l’inatteso arrivo di una bambina di dieci mesi, lasciata sullo zerbino di casa alle prime luci del giorno, da una madre giovane e inadeguata, che individua nella nota imprenditrice una possibilità di vita migliore oltre che una madre più degna per la sua Marisol: se tutti conoscono Fausta per le sue indiscusse doti imprenditoriali che garantiscono il lavoro a numerose famiglie della città, María de los Ángeles per puro caso – ma vedremo bene come nulla in questa vicenda sembra rispondere alle regole del Caso, a partire dagli  stessi nomi di tutti i personaggi coinvolti – conosce la causa della più grande e intima sofferenza della donna, e cioè la mancata maternità.

E il tema della maternità, centrale nel romanzo, apre la strada a una serie di problematiche che percorrono l’intero tessuto narrativo e affondano le radici nel territorio dell’irrisolto della società odierna, argentina e non, a partire dalla tematica dell’aborto, che nel Paese del Sol de Mayo, e in altre nazioni dell’America Latina, vede contrapposte la fazione conservatrice della ola azul e la marea verde a favore dell’aborto sicuro e legale, passando per l’ingerenza della Chiesa Cattolica nella vita  di molti Stati, fino ad allargare lo sguardo alla considerazione della condizione femminile nei suoi molteplici aspetti e risvolti. 

In Fausta l’idea di maternità è sorta prematuramente e in riferimento a un pregiudizio radicato già nella sua famiglia, che assegna alla donna un ruolo di responsabilità pressoché totale rispetto ai figli e che in quel ruolo imprigiona e limita la donna stessa. Fausta ha così prima negato a se stessa la possibilità di diventare madre, poi l’ha procrastinata nel tempo – mentre era impegnata a perseguire obiettivi lavorativi e ad allontanare da sé relazioni sentimentali potenzialmente contrastanti con quegli stessi scopi – infine ha dovuto fare i conti con impedimenti di carattere biologico. E così, mentre cerca di combattere con tutte le sue forze contro i pregiudizi che limitano le libertà della donna, Fausta reprime il suo personale desiderio di maternità. Allontana da sé la possibilità di generare vita mentre la sua esistenza è investita dalla inesorabilità della Morte, che in un sol colpo le sottrae entrambi i genitori – coloro che le hanno dato vita e che hanno rappresentato fino a quel momento la stabilità affettiva, diversamente dalle relazioni amorose, destinate a mostrare la loro contingenza dinanzi alle scelte personali della protagonista – con i quali aveva costruito rapporti assai diversi: di grande intesa con il padre, conflittuale con la madre. Quello della Morte è senza dubbio l’altro grande tema del romanzo, trattato con profondità e con estrema lucidità, polo antitetico e necessario a disegnare la grandiosità della Vita, con la quale spesso pure convive. Del resto il romanzo si snoda su una serie di coppie antitetiche che percorrono la vicenda dall’inizio alla fine: luce/ombra, giorno/notte, presenza/assenza, pienezza/vuoto, istinto/ragione, legalità/illegalità: è attraverso questi poli opposti che si affrontano numerose tematiche, di respiro più o meno largo, e pertinenti alle più varie sfere della vita dell’uomo  (questioni relative a psicologia, sociologia, diritto, etica, legge…). 

La scrittura di Gilda Manso si impone per la sua linearità. Puntuale ed evocativa allo stesso tempo, nitida ed essenziale, riesce a esprimere in maniera egregia una molteplicità di aspetti e a introdurre il lettore nella psicologia di personaggi che scolpisce attraverso tocchi rapidi e delicati, è capace di condurre sulla soglia di riflessioni concrete e impalpabili, universali, e a condensare in uno spazio breve un’avventura incredibile, creando un importante coinvolgimento emotivo nel lettore e determinando un legame destinato a durare ben oltre il tempo della lettura.

Un romanzo breve e perfetto, capace di proiettare nel ricordo del lettore un’ombra lunga, lunga ma luminosa, come la scrittura che dà vita al racconto, luminosa come la creatura che restituisce speranza alla protagonista, luminosa come la copertina stessa del libro che accende un delicato bagliore.

Un piccolo miracolo di luce!

“Non c’era nessun posto dove nascondersi, nessun rifugio, nessun pretesto, c’era solo aridità: Fausta doveva continuare a vivere nonostante il disastro che le aveva lasciato la morte.”

“Che la morte è gelida, smisurata, invincibile, ma che non capisce niente. Suo padre era morto, ma era ancora lì, con Fausta, che era viva. La morte non capisce che le cose stanno così, la morte pensa di avere l’ultima parola.”
“Trascorsero la serata a guardare la bambina, per abituarsi.”


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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