Formicaleone

Se la follia salva la vita – Conversando con Alda Merini di Renato Minore

Maria Corti, che la ricorda «snella e dagli occhi lucidi» alle prese con «le prime ombre della sua mente», «una specie di Ragazza Carla invasa dal nume», aveva una grande familiarità con Alda Merini e con il suo compagno di allora Giorgio Manganelli, divenuto anch’egli, molto prima della sua donna, uno scrittore noto e ammirato. Siamo all’inizio degli anni cinquanta e così la Corti rievoca quel periodo: «Ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied à terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro l’aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura».

In quel ricordo, pieno di afflato, di cura e di senso dell’amicizia, ci sono tutti i motivi essenziali della vita poetica della Merini. E giocano la loro partita drammatica in quella proiezione fatidica della vita letteraria che Maria Corti chiama, con una bellissima espressione, il destino della scrittura. Alda non ha mai tradito fin dalla giovinezza il suo destino di poeta. Fra i sedici e i vent’anni era già esperta dei segreti della poesia e della follia. Non ne aveva neppure venti quando – nel cinquanta – Giacinto Spagnoletti riconobbe nei suoi versi «un’intensità concettuale, raggiunta di colpo, per via di istinto», e subito accese l’interesse di altri lettori d’eccezione come Manganelli, Quasimodo e Turoldo.

I suoi erano «versi orfici, così settentrionali», secondo Pasolini, da lasciare stupefatti i lettori delle prime raccolte: La presenza di Orfeo, Nozze romane, Paura di DioTu sei Pietro. E lo stesso Pasolini, prima che per lei iniziasse la dolorosa stagione degli internamenti, faceva il nome di Dino Campana per la consonanza davvero forte «di analogie di langue, di substrato psicologico, e di fenomeni patologici».

Poi la Merini, risucchiata nell’inferno manicomiale, sparì condannata al silenzio nel buio della follia «Come una talpa». La sua storia era diventata un rovinoso corpo a corpo con l’universo della malattia mentale, con i suoi codici e i suoi enigmi. Dal ’65 al ’72 è al Paolo Pini di Milano; poi a Taranto. Tace fino al ’79 quando torna all’espressione, alla parola: «penetrare nei baratri umani l’ha liberata» La sua è una poesia di folgorante bellezza, «al calor bianco», scontornata nell’abisso. È l’inconscio gridato in cui tutto s’impasta: orrore, tenerezza, visione, abbrutimento, sogno, violenza. Nessuna maschera, ma una distaccata brutalità, un tenero coraggio di guardarsi dentro, di frugare nella condizione umana ignorando ogni sorta di convenzione o convenienza.

Giorgio Manganelli, scrittore e giornalista, nella sua casa. Roma, 01/01/1973

Attorno al vortice della follia, si inscena così un candido girotondo che è al contempo rito, estasi ed esorcismo. Quando uscì definitivamente dal Paolo Pini, la prima telefonata fu per Manganelli. E lui le disse, semplicemente: «Ciao, rediviva!». Fu «una bellissima salutazione angelica, in quell’occasione credo di aver cantato il mio Magnificat». L’esperienza del Paolo Pini era stata tragica. «Il manicomio è una grande cassa di risonanza/ e il delirio diventa eco/ anonimità misura,/ il manicomio è il monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/ le tavole di una legge/ agli uomini sconosciuta».
Difficile immaginare un rapporto più esclusivo e divorante con la parola poetica, un corpo a corpo furioso da cui il verso suona sempre alto e profetico, come mai accade ai molti letteratini di professione che s’affannano e s’azzuffano sulla nostra scena.

Tenera e un po’ arruffata, con i suoi improbabili fiocchi colorati, la Merini fuma Stop senza filtro, assolutamente incapace di gestire le seicentomila lire a mese che le spettano come vedova di Ettore Camiti, il primo marito, proprietario di alcune panetterie milanesi. Rivendica il diritto ai sentimenti che non è prerogativa dei più giovani: «Secondo l’assistente sociale, sarei soltanto una povera pensionata casalinga che dovrebbe contare i capi di vestiario, fare la guardarobiera». La incontro nell’ufficio milanese di Vanni Scheiwiller che di Alda è editore, amico, tutore spirituale, inevitabile parafulmine. Parla con dolce fermezza, i giudizi sono lucidi e magari implacabili. Esclude subito ogni rovinosa coincidenza tra l’irregolarità dell’esistenza e la poesia…

Possono fare poesia le persone che hanno un clima di vita tranquillo, il telefono, una scrivania. Quando si corre dallo psichiatra, quando si deve comprare il latte e il vino diventa una disperazione. Come faccio a scrivere non lo so nemmeno io, non lo so più.

Per questa ragione il suo rapporto con la poesia ha conosciuto molte intermittenze?
Mah, una certa negligenza… Fare il poeta è una cosa che non mi interessa. Ho una grande carica, sono una romanticona… Magari prima avevo illuminazioni: l’ho chiamato delirio, era un delirio di grazia. Poi sono sopravvenute la fame e la stanchezza.

Ma qual è la consapevolezza di ciò che scrive? Specie nella sua prosa (penso a Delirio amoroso) mi sembra molto alta.
A dire il vero mi viene da ridere quando l’assistente sociale vuole capire da dove vengono i miei versi. È un’illustre scemenza. Il poeta non sa nulla. A un certo punto si mette lì, non capisce perché lo fa.

Ci sono argomenti, o temi, che sente più congeniali alla sua poesia?
Di solito parlo di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Qualsiasi cosa mi è andata bene, una volta l’amore, una volta il manicomio… Il poeta crea di notte, quando tutto tace e annaspando nell’angoscia trova qualcosa di chiaro. Il poeta non è mai solo, è sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero.

Le mie poesie non cambieranno il mondo, dicono i versi di Patrizia Cavalli. È d’accordo?
I poeti continuano a credere, disperatamente, di poter cambiare il mondo, per lo meno di far sentire la sua voce in questa specie di torre di Babele in cui ci agitiamo, dove avvengono purtroppo efferatezze d’ogni tipo.

Scrivere poesie è un’esperienza privilegiata di libertà?
Il terreno della poesia è quello della follia, la follia salva veramente la vita. La poesia è libertà. Non rinuncerei mai alla poesia, come non rinuncerei mai alla fede. I pensieri dei poeti possono essere un po’ contorti, ma c’è sempre un punto illuminato dalla luce: la semplicità che è la valle infinita della poesia. Ma scrivere è percorso duro e difficile. Fare poesie è un improbo recupero di forze per avvertire un po’ di eternità.

Il dolore è un alimento potente che porta alla poesia? O esiste qualche altra voce, più potente e misteriosa?
C’è stato per me l’ordine di scrivere, una visitazione Come c’è stata l’Annunciazione angelica piuttosto forte, minacciosa. Ho sempre avuto il timor di Dio. Mi fa paura la capacità di arrabbiarsi, di questo Dio mangiafuoco, che minaccia il povero Pinocchio che non gli obbedisce. Per l’uomo è incomprensibile questo Dio di vendetta e d’amore. L’obbedienza è la risposta all’ordine divino, per cui la paura di Dio si traduce nell’obbedienza.

Penso alla sua esperienza dell’analisi. Qualche cosa avrà pure imparato da essa…
La devo a Manganelli. Se non mi fossi aiutata con l’analisi, non sarei uscita dal manicomio, sarei impazzita.

Le è stata utile per la poesia?
Essenziale. Insegna a dare un valore alla parola: non quello del critico, ma quello del vissuto, dell’inconscio, della propria moralità. Sì, l’analisi è altamente moralizzante. Se mi capita che un uomo mi faccia una proposta d’amore, non la prendo per buona, gli domando da dove gli viene, voglio la verifica mentale… Voglio sapere se è una pulsione, un coinvolgimento totale, allora è amore, non una volgare avventura. Questo mi ha salvato.

L’analisi assicura una conoscenza in profondità. Importante per la poesia, importante per la vita.
Una volta ho conosciuto un mezzo barbone. Era chiamato il duca del marciapiede. Mi diceva spesso: ma lei come fa a salvarsi da certe vessazioni psichiatriche? E una volta gli ho risposto: «Perché conosco l’analisi, mi conforta pensare che c’è una soluzione etica del dolore».

Le è stata utile anche nei rapporti con gli altri?
Ha creato un grosso filone di vita periferica, un vero e proprio braccio di luce che partiva da Roma e investiva Milano. Era Manganelli. L’ho sempre tenuto presente. Anche lui: mi mandava i suoi libri. Ma aveva paura di vedermi. Mi diceva: non venire a Roma, non voglio vederti più. E io: «Guarda, Giorgio, non mi riconosceresti più, sono passati tanti anni, non ti farei nessuna impressione». Aveva paura della mia forza aggressiva. Ma è stato un grande amico dei miei mariti. Con il secondo, Michele Pierri, che era medico, parlava della sua labirintite. Amava chi mi amava. Forse è stato un vero amore, ognuno ha fatto la sua vita, senza che l’altro intervenisse mai.

Una storia che è durata molto tempo?
Due anni nella sua fase intensa. Manganelli mi adorava. È stato un grande amore. Ero molto timida allora. Lui pensò di mandarmi da Fornari. E Fornari non parlava altro che di falli, vagine, rapporti sessuali. Un bel giorno mi sono detta: proviamo a risolvere il mio problema con Manganelli. È successo un patatrac tale…Io ho subito pensato: «Mi ha compromesso, mi deve sposare».

Lui era sposato.
Già separato. Un giorno, disperata, telefonai alla moglie e le dissi: «lei mi deve perdonare, ma io adoro suo marito». E lei: «Signora, se lo può prendere». Rimasi male. Pensai: «Non è il modo di trattare un uomo». Ci siamo anche presi a botte. Io l’ho scacciato via a suon di schiaffoni.

Manganelli a quel tempo non era il Manganelli che abbiamo conosciuto. Ha esordito tardi, a quarant’anni.
Il suo filone poetico è sempre la dannazione, la donna che l’ha tradito. Che poi sono io. Una volta glielo dissi: la mia delusione ti ha fatto diventare scrittore. E lui mi ha risposto: sei una grande cretina e mi ha attaccato il telefono. Ma io ho preso della stupida da diverse persone, anche da Quasimodo.

È stata un’altra storia d’amore.
Forse non l’ho neppure amato… Andai da lui per leggergli alcune poesie che avevo scritto per Manganelli. E lui mi dice: «Vuoi venire a letto con me?». Ho detto sì, per rabbia. Non ero andata per quello scopo. Dopo, non ho più voluto che mi leggesse le sue poesie.

Era un uomo difficile, il Nobel non lo cambiò. Aveva i limiti della sua educazione meridionale e in fondo sessuofobica.
Sono stata indulgente con lui, ne combinava di tutti i colori, telefonava non so a quante donne al giorno. Ma quando, grazie al mio secondo marito, Michele Pierri, ho conosciuto il Sud, ho capito Quasimodo. Il Sud ti lascia una tale nostalgia… Era disperato di stare a Milano. Avrà ingarbugliato la matassa, avrà raccontato storie inverosimili, sarà andato un po’ fuori di testa anche lui. 

E cosa ci sta a fare a Milano un poeta come la Merini, in questi tempi che lasciano prevedere il peggio? Anche lei prevede il peggio: «La fine del mondo è vicina,/ lo dicono tutti i movimenti/ di questo benessere incauto./ Lo dicono le grandi gioie del successo:/ lo dicono l’abbandono e la solitudine/ del poeta, il suo inutile vociferare». Ma ora, se ripensa alla sua vita, si accorge che doveva concludere il noviziato, era «una grande gioia di vivere, una grande solitudine, una bella solitudine, forse i miei uomini non hanno mai capito che io avevo bisogno di uno spazio meno umano».

Forse solo al Paolo Pini le è capitato di capire davvero cosa fosse l’amore, quando si innamorò di Pierre, un altro malato. Ma fare l’amore era vietato dall’istituzione e allora «tutte due ubriachi d’amore chiedemmo un permesso, ci vestimmo molto bene, andammo fuori». Non successe nulla: «Quando ci siamo visti in abiti borghesi, non ci siamo più piaciuti e allora abbiamo rimesso le nostre vestaglie e siamo tornati ad amarci liberamente in manicomio».

Difficile, davvero difficile per la Merini opporre la poesia alla vita, tanto è evidente che questa, nella sua violenza persino devastante, di quella è inesauribile sorgente, inseguendo una pienezza di corrispondenza e d’amore, che si rivela irrimediabilmente precaria. È difficile estrapolare da una sorta di incontenibile e inconclusa eruzione le gemme di un’espressività solidificata; nella sua scrittura si finisce per immergersi e venir travolti dalla corrente. Sta qui, in questa drammatica vitalità, la radice dell’amore dei suoi lettori, nell’autenticità di un dolore altrimenti indicibile, nell’enfasi di una scrittura che pretende di essere vera e sincera. C’è al fondo del suo disperato bisogno di scrivere uno slancio ribelle, un moto ingenuo di rivolta, che oppone alla cattiveria degli uomini l’attesa di un riscatto immaginario, di una pacificazione definitiva.

Se //c’è/ un libro, che meglio di tutti la rappresenta, questo è Vuoto d’amore: ma come dimenticare che non è del tutto un libro d’autore, anzi è anche una raccolta amorosamente messa a punto da altri, perché lei intanto aveva altro da dire e scrivere, da vivere e amare.

Elegia
O la natura degli angeli azzurri,
i cerchi delle loro ali felici,
ne vidi mai nei miei sogni?
O sì, quando ti amai,
quando ho desiderato di averti,
o i pinnacoli dolci del paradiso,
le selve del turbamento,
quando io vi entrai anima aperta,
lacerata di amore,
o i sintomi degli angeli di Dio,
i dolorosi tornaconti del cuore.
Anima aperta, ripara le ali:
io viaggio dentro l’immenso
e l’immenso turba le mie ciglia.
Ho visto un angelo dolce
ghermire il tuo dolce riso
e portarmelo nella bocca.

Da Vuoto d’amore


Questa conversazione con Alda Merini è contenuta nel libro “La promessa della notte” Donzelli 2011.

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

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