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“Olympia” di Édouard Manet: il nudo e la censura, ieri e oggi

Nel 1865, Édouard Manet presenta al Salon de Paris il suo dipinto “Olympia”.
Due anni prima, aveva scandalizzato pubblico e critica con “Le Déjeuner sur l’herbe”, tanto da finire nel famoso “Salon des Refusés”, una mostra parallela a quella ufficiale che Napoleone III aveva istituito per permettere alle opere rifiutate dalla giuria di venir ugualmente esposte.
Oggi entrambi i dipinti sono esposti al Museo d’Orsay di Parigi, uno dei musei più famosi al mondo.
Si potrebbe facilmente spiegare questo salto di qualità facendo capo alla visione estremamente tradizionalista di giuria e pubblico dell’epoca o alla loro naturale e progressiva apertura mentale avvenuta nel corso dei secoli.

“Olympia” 1863

Entrambi i dipinti raffigurano la nudità femminile in modo rivoluzionario che, tuttavia, estrapolata dal contesto, non reca alcuna offesa: di fatto, l’arte romana e greca e l’arte rinascimentale hanno fatto della nudità il veicolo più utilizzato d’espressione artistica. 
Perché allora “Olympia” in particolare causò una tale indignazione e lo sdegno della stampa?
La colpevolezza va ricercata nelle motivazioni: in primo luogo, Olympia è una prostituta che aveva come nome Victorine Meurend, una delle modelle preferite di Manet, quindi una donna realmente esistita, lei stessa prostituta. In seconda battuta, il nudo che l’artista raffigura non possiede l’approvazione solitamente concessa dalla mitologia, dal simbolismo, dalla religione o dalla semplice fantasia (basti pensare alla Venere di Botticelli o al Giudizio Universale di Michelangelo). 

“Olympia” è il dipinto di una prostituta che non fa altro che esporre se stessa quale tale.
Il trattamento stesso del corpo della donna mostra un’assenza di idealizzazione inaccettabile a quel tempo, una fotografia quasi di una scena che non presenta nulla di idilliaco o romanticizzato.

Il dipinto s’ispira in modo lampante alle opere di Rembrandt, di Goya, di Tiziano e in generale alla raffigurazione rinascimentale della composizione del nudo femminile, ma ne scardina ogni aspetto fantastico e sognante, concentrandosi sulla scena per quella che è: lo sguardo fermo, disinteressato di Olympia che sembra guardare dritto negli occhi dello spettatore, il corpo lievemente tumefatto, consumato, il gatto nero all’estrema destra, la serva di colore dall’aria interrogativa, tutti elementi che nel loro insieme indignano ed esprimono la mera realtà dei fatti.

“Autoportrait avec Palette” 1879

Dovrebbe far riflettere l’aspra reazione del pubblico perché il dipinto si colloca in un periodo storico ricco di prese di posizione divergenti: contemporanei a “Olympia” furono infatti “I fiori del male” di Baudelaire, “La signora delle camelie” di Dumas figlio, la sua trasposizione ne “La Traviata” di Verdi e il romanzo “Nanà” di Zola, per altro uno dei pochi sostenitori di Manet. 

Tutte opere in qualche modo legate dal fil rouge del sovversivismo. L’ipocrisia dello sdegno sopraggiunge nel momento in cui a muovere le prime critiche è la borghesia parigina, la stessa che rientra in quella fetta di mondanità esplicita e notturna in cui buoncostume e bigottismo sfumano magicamente nei bordelli della città, gli stessi che ospitavano donne come Victorine Meurend.
Questo fenomeno, che in psicologia viene definito “proiezione”, è comune nei soggetti e nelle mentalità che si ergono a censori, quasi a Super Io della società, fenomeno di difesa inconscia che rifiuta, allontana e giudica ciò che segretamente il soggetto desidera. Così può capitare a chi è segretamente attratto dalla pornografia ma non può ammetterlo e dunque ne condanna ogni forma pur continuando a usufruirne, come in alcuni casi a chi bullizza persone omosessuali, avvertendo il sintomo di un cambiamento nel profondo che non si vuole fronteggiare o esternare.
Ne deriva un chiaro riferimento a ciò che potrebbe essere “Olympia” ai giorni nostri: l’estrema sessualizzazione del corpo della donna da un lato e il grido allo scandalo dall’altro, in un mondo ormai in cui tutto e nulla fa scandalo.

Zola, che come dicevo fu uno dei pochi sostenitori dei dipinti di Manet, racconta nel suo romanzo “L’Opera”, pubblicato nel 1886, le reazioni del pubblico in visita al “Salon des Refusés” e descrive con minuzia di particolari i loro commenti indignati e le risate di scherno.
Altra fonte per un ulteriore approfondimento è il libro di Serena Romano, “Manet 1863: Olympia”,in cui l’autrice, da studiosa dell’iconologia medievale e rinascimentale, sviscera e analizza ogni possibile risvolto tecnico e critico del dipinto.

“Le Déjeuner sur l’herbe” 1863

“Olympia” non è altro che un pretesto per interrogare la nostra morale, per portare alla luce la modernità di ciò che non appare affatto moderno agli occhi di chi osserva oggi, valore che potrebbe interessare nel futuro molte espressioni artistiche dei giorni nostri.
Ciò che risulta scandaloso oggi tra duecento anni verrà chiamato progressista? Visionario? La storia ci insegna che può succedere e che magari tra un secolo finirà anche tra i capolavori del Museo d’Orsay.


Bibliografia:
Serena Romano, Manet 1863: Olympia, Mondadori Electa, 2007.
Èmile Zola, L’Opera, Garzanti, 2006.

Sitografia
https://www.franceculture.fr/
https://www.musee-orsay.fr/it

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