Formicaleone

Accuratissimo nulla e dismisura del volo: su “La domanda della sete” di Chandra Livia Candiani

Le radici si intrecciano sotto terra, la vita pervade l’erba, gli alberi, i pesci, gli uccelli, e la sete ci accomuna alle altre creature come un’urgenza universale, conato primo dell’esistenza corporea. Eppure c’è un’affinità tradita tra Homo sapiens e il resto del creato, una distanza dolorosa, di cui ci parla nella sua ultima silloge Chandra Livia Candiani (La domanda della sete, Giulio Einaudi editore, 2020), innalzando il canto accorato di una solitudine di specie difficilmente superabile, che brucia come una ferita di sale. In questi versi Candiani prosegue e approfondisce il discorso e la percezione già portati avanti in precedenti opere quasi sorelle, come La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014), e Fatti vivo (Einaudi 2017).

Ebbene – sembra voler dire il poeta – cominciare a scavare nel vero è difficile, e l’atmosfera è «satura di parole cucite, appese a testa in giù», di una desolazione che ci fa tutti separati, ottenebrati, inautentici; ma c’è un’attesa di poesia nell’aria, ovunque intorno, «che fa fame fa bocca».

E intanto questo «corpo battello» che accade a nostra insaputa, cammina con i piedi sul «bordo del mondo»; e le mani, manovali del pensiero, col loro impastare, raccogliere, accarezzare, con la loro vecchiezza che sa di eternità attraversata, consolano, perpendicolari, distese sull’abisso. La faccia, gli occhi, la pelle, sono frontiera e spavento, perché c’è un oltre divenuto straniero al di fuori della «tana del corpo», mentre l’ombelico ci ricorda la nostra «ferita di essere al mondo senza spiegazione di cielo», il nostro eterno mancare a noi stessi.

Tuttavia il distacco può non essere sempre un lutto, se impariamo dal ritmico camminare del piede, per metà uccello, per metà albero, un avanzare che prevede di radicarsi solo per un attimo, e un cadenzato allontanarsi, con leggerezza, fluttuando nel divenire.

Il danno dell’essere vivi, quella razione di sofferenza che è riservata a ogni organismo, va portata «come seta preziosa», abitando un «buio operoso», con il silenzio delle creature «zittite dal batticuore». 

Il poeta non si illude, il male esiste, è crepa e lago in gola, è «danno d’inverno», è uno «zaino feroce» da portare sulle spalle, di cui non sappiamo determinare alcuna geografia o inventario, ne sentiamo solo il peso. Il cammino è disorientato, difficile la rotta, inesauribile il bisogno di placare la ferita, di tornare a funzionare, in un’ottica finalistica che non può che portare altro dolore. 

Ed è qui che la prospettiva si capovolge: abbandonando il senso di attaccamento e di necessità che ci individua, e vedendoci finalmente non come esseri razionali cui sia concesso il controllo, ma come «continuità d’essere», note serali nel quaderno della vita, che ha «andature immisurabili e non consente punti fermi né enunciazioni»; una vita che ci sfoglia, come appunti, soffermandosi su ognuno di noi solo per un istante, come una divinità celeste e distratta, con l’equanimità dell’assoluto.

Carezze di altri mondi
smantellano la faccia
le cose elementari
lo sguardo a fuoco
a fuoco.

Radiante.
Stai quieta e non salutare
sorriso facoltativo
ricordi commestibili.
La ferita che non riesci a trovare.
Suona vera.

In questo cammino di abbandono e fiducia, in questo percorso a ritroso verso l’autenticità, abbiamo come maestri i bambini, «archivisti», «testimoni glaciali» del nostro male, del continuo umano naufragio; ma la salvezza può venire anche dal nostro, seppure sopito, essere animali – recuperando lo «sguardo accurato dell’aquila, la trasparenza condensata della medusa» – e dal provare a percepire in modo profondo e indifeso gli elementi, «camminando nella bufera» fino a divenire il proprio stesso rabbrividire; «attraversando a quattro zampe l’oscurità» fino a fondersi con le più minute sostanze del paesaggio naturale, e infine planando e schiudendosi a terra come semente di ciò che sarà. Il segreto dunque è perdersi, distendersi «nella musica dei passaggi», nell’eterna sinfonia del fluire, del trasmigrare, del ritornare.

Dare una svolta alla parola morte
una scossa di risveglio,
farla uscire dai gusci di spavento
dei secoli e degli antenati,
farla neonata
smettere di capirla
dichiararsi incapaci
e tenerla tra le mani giunte
delicatamente
come fiammifero
nel vento.

Se la riconquistata verità della vita è «un’eredita sperperata nel presente», chiamati al volo come uccelli che vivono i propri «momenti di dismisura ora per ora», allora sarà così che ci riavvicineremo alla nostra matrice, al mondo naturale, e saremo forse «protetti da ali musi e zampe», andremo «a scuola dalla neve muta», e sapremo da ultimo qualcosa in più sulla salvezza. 

«Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto» diceva Nina Cassian in una toccante promessa d’amore, aggiungendo poi «per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole». Candiani ci coinvolge in una promessa d’amore all’intero universo, e i suoi versi sono un augurio di volo, di leggerezza mistica, di trasfigurazione in «prede celesti», che «entrano ed escono dalla vita senza discussioni».

Traendo dagli insegnamenti muti degli alberi, delle acque, dei pesci, dalla musica senza tempo che regola il cosmo, la capacità di «seguire la legge ardente che tutto genera e tutto fulmina», poseremo infine la fronte a terra, e troveremo «la preghiera giusta».

Il fiume incantato dal ghiaccio
ti pensa, apre squarci
poi li sigilla. Come i tuoi occhi
due sponde d’acqua
indifesa.
Nel vasto,
casa reciproca.

La poesia può indugiare sul ritmo, le assonanze, la ricerca stilistica del forbito o dell’essenziale, può essere studiatamente dolce, balsamica, o al contrario cercare un impatto di marmorea durezza. Oppure può prescindere da tutto questo, e divenire puro mezzo di condivisione, saltare ogni vaglio e giudizio, accedere senza chiave alcuna, diffondendosi come un fremito, un messaggio biochimico nell’intreccio di radici, creando un nostro «fare stirpe stando fermi», una comunione in spirito quasi vegetale, da recuperare per essere di nuovo veramente umani.


(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *