Formicaleone

“Quattro momenti della vita del metafisico G. ” di Gianluca Garrapa

1

– in che senso?

– che cosa?

– dicevi della storia dei vicini…

– ah… no, nulla. Si sono gettati mano nella mano dall’ultimo piano del palazzo. Erano gelosi l’uno dell’altra… sicché…

– ora staranno insieme per l’eternità!

– immagino di sì. Passami il coltello.

– perché mi guardi in quel modo?

E non erano pomeriggi tristi, grigi, o che so io, malinconici, no! Tutt’altro. Dopo i compiti si usciva a giocare per strada. Nell’incombenza di un temporale ci si manteneva nei dintorni di casa. Ma il giuoco del pallone mi attirava poco. Per carità… non che fossi un asociale, ma non comprendevo l’idea di una squadra contro l’altra. Noi e loro. Vincitori e vinti. Cose così. A malapena riuscivo a capacitarmi, e tutt’ora fatico a comprenderlo, questo strano criterio con cui si oppongono i vivi ai morti. Davvero, non vedo grandi differenze finché siamo in questo grande contenitore dell’universo cosmo.

– sai, a molte persone dà noia… 

– ma no, figurati! per me è normale ricevere messaggi del genere!

– …

– a meno che non ci sia un sottotesto, o un’intenzione diversa dalla semplice dichiarazione di amicizia sincera… non so se mi spiego.

– ecco, il punto è che… insomma: vorrei fargli capire che non è solo amicizia…

– ah, ora comprendo: non hai il coraggio di dichiarare il tuo amore. 

– no, non è questo. Non è amore, è qualcosa di più, pure più del sesso… è proprio la sua carne che mi eccita, capisci? è come se ne avessi fame, come in quel romanzo di Cristò.

2

no, guarda…m’ha messo un nervoso! l’ammazzerei!

– secondo me si è trattato solo di distrazione.

– cioè? spiegami: mi passa davanti, finge di non vedermi e poi mi messaggia: “che ci facevi in via Roma? ho finto di non vederti per non metterti in imbarazzo.”

– ma è uno scherzo, è ovvio!

– sarà, ma è di cattivo gusto prendere in giro la gente in questo modo.

– ma i tuoi vengono a cena anche loro?

– non lo so, ora li chiamo.

– e che aspetti? chiamali!

Come nelle notti d’estate quando il cielo faceva sognare lucciole capovolte. Non so se mi capite. Tutto quel nero che pareva un cespuglio immenso abitato da lucciole immobili. Ora è sempre più difficile visitare i luoghi del tempo, anticipare i sogni, deglutire le situazioni spiacevoli e trasformarle in ambienti positivi. L’altro giorno l’architetto mi ha proposto di lavorare su questo tema: i clienti, ha detto, esigenti fino all’esasperazione, vogliono vederla la luce di questo ambiente, nonostante la loro cecità. Vorrei pure io ascoltarla, la luce. Ma evitando di essere sopraffatta dal superfluo che devo sentire.

– buone sono buone…

– lasciane un po’ anche per gli altri… e che cavolo!

– ma lo dovremmo ringraziare?

– chi? di chi parli? non ti capisco quando hai la bocca piena. L’albero o il contadino?

– macché albero… il contadino, è ovvio. Dirgli grazie per questo cibo. E poi gli alberi mica hanno le orecchie!

– beh, se è per questo nemmeno noi abbiamo le parole… eppure… stiamo parlando…

– già… è davvero strano.

3

– nella mia vita ho fatto due errori, il primo sei tu! 

– me lo spieghi cosa significa. Ferma la macchina e spiega cosa intendi dire!

– leva subito quella manaccia dal mio braccio, altrimenti…

– cosa? altrimenti cosa? sono stanco delle tue scenate, stanco dei continui litigi, stango di…

– stooop! stooop! cristo santo, ‘stanco’, ‘stanco’! perché dici ‘stango’? me lo spieghi perché non riesci a concludere questa maledetta battuta? 

– potremmo cambiare ‘litigi’ con ‘battibecchi’, magari è il suono ‘gi’ che mi condiziona la pronungia, la pronuncia della parola successiva. 

– d’accordo, proviamo con ‘battibecchi’

– cosa? altrimenti cosa? sono stanco delle tue scenate, stanco dei continui battibecchi, stanchio di…

Era in estate che mio fratello decise che non ne valeva più la pena, smise di scriverci lettere. D’altronde non è che le leggessimo, non abbiamo mai avuto il tempo e la voglia di aprirle quelle buste bianche dal retrogusto giallo. Ma le aspettavamo, mensili, puntuali come l’alba, precise come l’orologio che si ruppe proprio il giorno in cui partì. Quell’agosto, nessuna missiva dal nostro caro fratello. Il desiderio giocò il brutto ironico scherzo: aprimmo l’ultima busta, di luglio, poi di giugno, maggio, tutte, a ritroso, fino alla prima. Il risultato era sempre il medesimo: fogli bianchi, immacolati. Nemmeno un segno. Nulla.  

– l’ahi trovato?

– no… mi spiace. Temo che dovremmo farne a meno.

– eppure fino a ieri gli scaffali ne erano pieni.

– che vuoi che ti dica, saranno andati a ruba.

– non capisco, cos’è questa improvvisa voglia di volare?

– è così: quando il cielo non può più ospitare i sogni, eccoci tutti a sognare!

– pazienza, prima o poi li ricompreremo. Cosa hai preparato di buono per cena?

4

–  è la sincronicità di Jung, quella storia che due eventi accadono in simultanea ma in modo del tutto casuale, e…

– sì, sì, conosco il concetto, vai avanti.

– è questo il punto! non è un concetto, è realtà, è pratica…

– che significa che è pratica? passami il bicchiere.

–  basta così, ché poi devo guidare… 

–  e quindi? in che senso è pratica?

– non saprei spiegartelo, tipo che se quella coincidenza accade, vuol dire che stai facendo la cosa giusta. Come un monito, un… incoraggiamento… non so dirlo meglio… 

– ho capito… e insomma, raccontami un po’, come procede col nuovo lavoro?

bla bla bla, disse. E bla bla bla aggiunse. La serata si trascinò lenta e sudaticcia, come si dice in queste circostanze. L’orizzonte planava, pareva atterrare sul confine del mare. Un’illusione ottica, ottima per condire una serata malinconica, un abbandono che stava disgregando il mondo. Un viaggio finito male nel ritorno. Un’acredine in bocca che resta dopo aver buttato giù il rimasto al fondo di un cocktail di delizie irripetibili. Alberi immensi parlavano sommessi, fruscio cosmico che accompagnò l’agonia fino all’estremo limite del guardabile. Poi si svestì del corpo, e un sorriso scortò indulgente il trapasso.   

– è un dipinto del 600, vedi? il volto, guarda come emerge dall’oscurità.

– impressionante!

– e il corpo di Davide, lo sguardo…

– sì, ma la testa mozzata: è come se l’avesse vista dal vivo… come se…

– è come se l’avesse provata lui stesso la decapitazione! 

– sì, è terribile, e stupendo. Le rughe, quei segni sul volto del gigante. Sì, ora ricordo: il ritratto ovale.

– ma che ore sono? andiamo ora, o perderemo anche l’ultimo spettacolo.


Gianluca Garrapa è nato nel 1975 a Castrignano de’ Greci (Lecce) e vive a Empoli dove lavora come docente di counseling creativo e counselor a orientamento psicoanalitico, conduce laboratori di scrittura desiderante e counseling creativo; è conduttore radiofonico; scrive recensioni e collabora con vari siti e riviste on line. Libri: di fantasmi e stasi. transizioni, (poesie, postfazione Gabriele Frasca, Arcipelago Itaca, 2017); Il 23 agosto, un piattello di segreti, (romanzo, Eretica, 2018); Un ronzio devastante e altre cose blu, (racconti, prefazione Paolo Zardi, Terra d’Ulivi, 2018); La cosa, (racconti, Ensemble, 2020); Pagina Bianca, poesie (Miraggi ed. 2020); è in La parola informe (a cura di S. Caporossi, Saya, 2017); in Dizionario di Counseling e di Psicoanalisi laica, (Clinamen, 2018.) e in Counseling Psicoanalitico e Istituzione. Politiche e pratiche del counselor a orientamento psicoanalitico, (Editrice Aracne, 2019). In passato performer di Situazioni: Voceluceburattini, (reading di poesia e videoinstallazione, giugno 1998, Arsenale Cult, Pisa); Lettura di Maschere, (reading di poesia e videoinstallazione, luglio 1998, Pontedera); Gli Assenti, tre atti sul concetto d’assenza, (installazione video-poetica e performance, dicembre 1998, Teatro del Tè, Pisa); performance musicale e videoproiezioni di opere digitali, (29 gennaio 2003, Centro Culturale IMAGO, Pisa); Spettacolo teatrale l’Abbandono (dicembre 2005, Lucca, regia di Bernardo Cirillo). Dopo due mesi di positività al Covid, ora è negativo, e ciò è positivo.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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