Formicaleone

Contaminazioni #3

I vizi – Il fumo 

Fumo e cenere riempiono i testi della grande tradizione letteraria. Tantissimi autori e autrici hanno usato il fumo per immergervi le loro storie, per delineare personaggi e raccontare delle loro abitudini; per creare atmosfere, esprimere disagio, indipendenza, forza e debolezza.  

L’uso di tabacco sembra rispondere a un bisogno primordiale portando chi si lascia sedurre dal suo gusto a iniziare una relazione pericolosa e il più delle volte irrinunciabile. Tra scrittore fumatore  e personaggio col vizio del fumo si crea una contaminazione che non prevede intermediari: il rapporto con la pipa  è regolato da una gestualità che rasserena, quello con il sigaro trasmette forza e sicurezza, quello con la sigaretta, infine, placa l’ansia della ricerca per la possibilità di averne sempre a portata di mano. Ogni fumatore ha il suo stile e la scelta del tabacco, della marca di sigari e sigarette, rivela molto della personalità e delle convinzioni di ognuno di loro.

Gabriele D’Annunzio fumava con eleganza; consumando tabacco pregiato e utilizzando accessori preziosi e ricercati, ribadiva la sua diversità rispetto alla società borghese massificata e alienata. 

Non a caso il suo Andrea Sperelli fumava le esclusive “sigarette russe” tenute in un “astuccio d’oro” ( Il Piacere, Fratelli Treves 1889) circondato da lusso, divertimento e arte.

Il protagonista del romanzo, come il suo creatore, si lascia attrarre dal vizio e dalla  trasgressione, elementi indicativi di una superiorità spirituale e intellettuale manifestata anche  attraverso il culto dei piaceri più intensi, in particolare di quelli censurati dalla morale borghese. 
È in questo stesso  periodo che la sigaretta inizia ad essere associata alla figura dell’intellettuale, divenendone quasi una estensione della mano:

Sono la pipa d’uno scrittore;
basta guardare la mia cera
cafra o abissina per sapere
che il mio padrone è una gran fumatore

I versi sono di Baudelaire che ne I fiori del male (1857), fa parlare la sua pipa, orgogliosa dell’effetto benefico che produce sul fumatore; riesce a dissolvere ogni dolore come un prezioso elisir e guarisce l’anima dalle ferite della vita.

Hans Castorp è il tipico rampollo della classe borghese e, pur trovandosi nel luogo meno adatto ai vizi, come il sanatorio svizzero nel quale dovrà resterà per molto tempo, non può fare a meno di dire “Non capisco come si può vivere senza fumare”.  Fumare, in questo caso sigari, continua ne La montagna incantata (1924) di Thomas Mann, a rappresentare la metafora della combinazione tra eleganza, raffinatezza, malattia e decadenza.  

Eugenio Montale, spesso ritratto con la sigaretta fra le dita a detta di alcuni, ingiallite e corrose, sembra fumare illusioni, come  nella sua poesia Nuove stanze, del 1939:  

Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti.

Mentre gioca a scacchi con la donna che fuma, fuori imperversa la guerra. La sigaretta tenuta tra le mani eleganti di Clizia diviene segretamente evocativa e le figure di fumo diventeranno rappresentazioni  della realtà esterna, costruendo nella stanza una città ideale. Sarà il vento entrato dalla finestra a spazzare via una realtà solo immaginata.

Italo Svevo accenderà la sua ultima sigaretta per tutta la vita e trasmette fedelmente a Zeno Cosini le sue stesse modalità nella gestione frustrante del rapporto col fumo e gli stessi meccanismi psicologici che finiscono per legare l’uno e l’altro al fumo, in un rapporto indissolubile.

“Svevo fumava non solo con la bocca ma con tutto il corpo e con tutta l’anima sessanta sigarette al giorno”. (Una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il «caso svevo» Giampiero Mughini, Bompiani). E questo vizio, che lo scrittore triestino cercò di arginare con solenni promesse di smettere, gli costò la crisi cardiaca che lo portò alla morte, dopo l’incidente automobilistico del 12 settembre 1928. In quel caso, mentre giaceva in un letto d’ospedale, chiese al cugino Aurelio Finzi di dargli quella che davvero sarebbe stata “l’ultima sigaretta”, che gli fu però negata. 

“Il fumatore è prima di tutto un sognatore, è il più immediato effetto del suo vizio che lo rende tale, un sognatore terribile che si logorerà l’intelligenza in dieci sogni e si ritroverà con l’aver notata una sola parola.”

Questa affermazione risale a un articolo che Svevo pubblicò nel 1890 – diversi anni prima di quel 1923 che vide l’uscita de La Coscienza di Zeno – su “L’Indipendente”, intitolato “Il fumo”: qui si accingeva a dimostrare la stretta relazione fra tabagismo e letteratura e veniva già delineato il tema dell’inettitudine come prerogativa dello scrittore. 

L’autore confessa in una lettera a Montale, la contaminazione puntuale con il protagonista de La Coscienza

“Quando ero lasciato solo cercavo di convincermi d’essere io stesso Zeno. Camminavo come lui, come lui fumavo, e cacciavo nel mio passato tutte le sue avventure che possono somigliare alle mie solo perché́ la rievocazione di una propria avventura è una ricostruzione che facilmente diventa una costruzione nuova del tutto, quando si riesce a porla

Il fumo delle sigarette di Svevo si unisce idealmente a quello di Pessoa, o meglio del suo eteronimo Alvaro de Campos, in Tabaccheria:

Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.

Tuttavia, mentre il protagonista de La Coscienza di Zeno fa dello scrittore fumatore e sognatore, una sorta di malato privilegiato, tale presunta superiorità̀ è solo ipotizzata da Campos, in cui emerge con forza il senso di fallimento. Il  mondo dell’inautentico muove i suoi ingranaggi mentre lui quasi con invidia, osserva coloro che, come il padrone della Tabaccheria, vivono ignari di questo perverso meccanismo di vita e di morte. 

Accanto alle sigarette di lusso dei decadenti, a quelle interiorizzate degli intellettuali, c’è la sigaretta povera fatta di carta e foglie arrotolate intorno al tabacco grezzo, dei partigiani di Beppe Fenoglio. Non c’è sua foto superstite in cui manchi la sigaretta al lato della bocca, simbolo stesso del meditare e intarsiare la prosa (e lui proprio di tale doppio accanimento morirà quarantenne) così come fanno, prima, durante e dopo ogni loro azione, i suoi Johnny o Milton. Le sigarette segnano una cadenza temporale alle sue e alle loro vicende esistenziali. Nei romanzi che trattano la Resistenza Italiana, la sigaretta assume addirittura una valenza ideologica e politica. Chi ne ha, sente il bisogno di offrirle con  generosità ai compagni di battaglia come segno di amicizia e condivisione. 

Anche in Per chi suona la campana (1940) di Ernst Hemingway, il protagonista Robert Jordan, che rivive l’esperienza diretta dello stesso autore, corrispondente di guerra durante la guerra civile spagnola cui partecipa nelle file dell’esercito popolare repubblicano, riuscirà a vincere  l’iniziale diffidenza dei commilitoni, offrendo loro delle sigarette russe sicuramente antifasciste, ben diverse da quelle che fumava Andrea Sperelli. 

«Senza essere stato un fumatore precoce a partire da un certo momento la mia storia si confonde con la storia delle mie sigarette» 

Recita l’incipit di Solo para fumadores (Solo per fumatori, La Nuova Frontiera, 2013). Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, il peruviano Julio R. Ribeyro, in una ironica e riuscita contaminazione con se stesso, racconta la sua esperienza diretta di fumatore incallito che si muove fra una indigenza cronica (costretto addirittura a barattare i suoi libri con manciate di sigarette da fumare) e gravi problemi di salute che lo obbligheranno a sottoporsi a una importante operazione chirurgica. Alla fine di questa strampalata storia, sembra che Ribeyro abbia vinto la propria dipendenza, se non fosse che il racconto citato si conclude con l’autore che afferma –«Ho finito le sigarette e devo scendere in paese a comprarle». 

“Gli alti e bassi della vita – scrive Ribeyro – mi portarono da un paese all’altro ma soprattutto da una marca all’altra di sigarette. Amsterdam e le Muratti ovali con il sottile filtro dorato; Anversa e le Belga con il pacchetto rosso con un cerchio giallo; Londra, dove cercai di passare alla pipa ma rinunciai perché mi sembrò estremamente complicato e mi resi conto che non ero né Sherlock Holmes, né un lupo di mare, né tantomeno inglese. Monaco, infine, dove, invece di concludere il Dottorato in Filologia Romanza, mi specializzai in tabacco teutonico che, per dirla senza mezzi termini, mi parve mediocre e privo di stile”. 

E che dire dello scrittore cileno protagonista del racconto di Alejandro Zambra, (I miei documenti, Sellerio, 2015), suo evidente alter ego?  Zeno e Ribeyro sono i suoi modelli e tenterà di imitarli anche nello sforzo inconcludente di smetterla con le sigarette.

Io ero bravo a fumare, ero uno dei migliori. Io fumavo benissimo. 
Io fumavo con naturalezza, con scioltezza, con gioia, con molta eleganza, con passione

Come legata al proposito di smettere di fumare, il protagonista del racconto svela la sua paura del cambiamento, di perdere  concentrazione  e ispirazione con la disintossicazione, di non essere più in grado di scrivere, come se scrivere fosse solo una scusa per fumare, visto che  “Le sigarette sono i segni d’interpunzione della vita”. 

Anche Zambra, come il suo personaggio, riuscirà in fine a disintossicarsi dopo un trattamento di 90 giorni:

“Ho smesso di fumare a causa delle emicranie ma forse non è stato questo il motivo principale. È che sono vigliacco e ambizioso. Sono così vigliacco ché voglio vivere di più. Come se fossi, per esempio, felice”.

E il richiamo a Svevo e alle sue ultime mille sigarette ritorna puntuale in Zambra:

“Giacché mi fa male non fumerò più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta. Ancora una volta. Ancora mille. Ne fumerò solo altre mille. Le ultime mille sigarette della mia vita”.

Fumava Giovanni Papini, fumavano gli scrittori anni Trenta della fronda antifascista, come Cesare Pavese che nel fumo ruminava dubbi esistenziali, e poi l’Elio Vittorini di Uomini e no, le cui Nazionali sapevano in sogno d’arancia e limone,  e tanti altri che dietro al fumo strizzavano gli occhi per pensare meglio. 

Fumava Sibilla Aleramo:

Fumo di sigarette.
accenno di sorriso.
E di nuovo fumo,
spire leggiere,
dalle mie labbra,
dalle sue labbra

Fumava dalle 60 alle 70 sigarette al giorno, Alda Merini, le cui boccate aspre e numerose somigliavano ai suoi versi:

Apro la sigaretta
come fosse una foglia di tabacco
e aspiro avidamente
l’assenza della tua vita

Fumava Hannah Arendt, l’autrice di La banalità del male; sapevano di fumo le sue dita e le sue pagine. Tanto stretto era il suo rapporto col fumo che nella foto di copertina del libro Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente scritto da Marie Luise Knott, (Raffaello Cortina Milano 2012), la Arendt viene presentata con una sigaretta tra le dita.

Che esistano o meno contaminazioni fra vita letteraria e reale a dimostrarlo, tante scrittrici hanno legato indissolubilmente la loro vita al tabacco. E anche in tempi meno recenti quando, ad esempio, non esistevano autrici donne nell’ufficialità dei testi letterari, avevano comunque trovato il modo di consacrare e rendere noto un rapporto col tabacco, pubblicamente malvisto o negato.

“Noi Cavalieresse dell’Ordine della Tabacchiera, dichiariamo di non aver trovato fino ad oggi nulla all’infuori del tabacco degno di farsi amare costantemente da noi. Il tempo ci fa trovare dei difetti nei nostri amanti, dell’ingratitudine nelle nostre amiche, del ridicolo in una moda che noi cambiamo 4 volte all’anno, solo il tabacco noi troviamo degno di essere amato”.Così affermavano le adepte dell’Ordine della tabacchiera, nato nella seconda metà del 1600.

I fumatori, 1638 di Adriaen Brouwer

(In copertina: particolare da “Il Trionfo della Virtù” (o Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù) di Andrea Mantegna, completato nel 1502 e conservato oggi al Louvre di Parigi.)

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