Formicaleone

“Phalaenopsis” di Antonella Scampoli

Un regalo di cortesia di un’estate fa, fatto da chi non ti conosce bene e sceglie un pensiero grazioso, elegante, “da signora”: un’orchidea bianca e viola, caduta per sbaglio in una vita frenetica, fatta di serrande chiuse per le lunghe ore passate fuori, di assenze, di viaggi di lavoro e di una casa caotica, dove lei, splendido fiore, quasi stonava… era in qualche modo fuori luogo o forse, semplicemente, era fuori luogo in quel momento della mia vita. Pensai: “è bellissima sì, ma chi ha tempo di prendersene cura? Sarebbe stato meglio un profumo…”. 

Adoro i fiori e decisi di portarla in ufficio dove forse avrei potuto curarla meglio. Lei restò lì, sul davanzale, pian piano perse i fiori e si mise in attesa. 

Aspettava un cambiamento che arrivò mesi dopo ed aveva un nome strano ed inquietante: “lockdown per pandemia”. Chiudemmo il museo da un giorno all’altro e la riportai a casa.

Ogni cambiamento, anche il più devastante, ha spesso dei lati positivi. Le mie serrande ora erano aperte ed illuminavano il caos delle stanze e quello dentro di me. 

La routine, casa, lavoro, spesa, casa, lavoro, scandita da quell’invadente segnatempo, aveva ingarbugliato le mie priorità, togliendo spazio e respiro a quello che, nei miei sogni di ragazzina, era fondamentale e che invece, pian piano, tra le bollette da pagare, la rata della macchina, l’appalto da rinnovare, avevo rimosso, dimenticato. 

Poi un giorno, come una mannaia, un virus si abbatte sulla mia routine e su quella di miliardi di persone e mi ritrovo chiusa in casa con ore ed ore ed ore da dedicare a me stessa ed ore ed ore ed ore per pensare. Allora si fa impellente il bisogno di mettere ordine nelle stanze, ma soprattutto nei pensieri. Rimugino su quanto è prezioso ciò che diamo per scontato, di tanto in tanto apro una finestra, inspiro forte e riempio i polmoni, so che oggi più che mai questo è diventato un privilegio. 

Con cura e devozione, inizio a mettere a posto oggetti e pensieri, getto via un’enormità di cose, faccio spazio e riconquisto spazi, nella casa e nella mia testa e intanto mi prendo cura della mia piccola farfalla, perché, nel frattempo, mi sono documentata e ho scoperto che la mia orchidea si chiama Phalaenopsis. 

Dopo poco tempo, tra le foglie, germoglia un rametto che cresce di giorno in giorno. Lo stupore e l’attesa di una piccola nascita, in un lockdown, hanno un valore diverso e mentre tutto il mondo si dispera, lei sboccia e mi regala tre magnifici fiori. Sono diversi dai primi, non ricordo con precisione, ma questi tre piccoli miracoli sono di un candore incredibile. Un candore sul quale fanno dispetto delle piccole macchie messe a caso, quasi a prendersi gioco di chi le osserva. 

Quando il lockdown si allenta, altre Phalaenopsis arrivano a far compagnia alla prima, più imponenti, cariche di fiori, fresche di serre e di concimi. Prendersi cura di piccole vite arricchisce il senso di quelle giornate. 

Arriva l’estate, quella in cui facciamo finta che il virus sia passato, si entra e si esce, ci si arrampica su una finta e pericolosa normalità e lei, la mia farfalla di petali, resta immutata e bella mentre le sue compagne, una ad una, iniziano a sfiorire. 

Arriva l’autunno che porta rinnovata paura. I figli ripartono e la casa torna ad essere affollata di assenze: una tastiera e un cappello su una scrivania, gli orecchini spaiati di una proprietaria distratta, una polaroid con su scritto “Natale 2018” nella quale si intravedono le quattro facce sorridenti di una famiglia d’amore e un cane accanto all’albero addobbato, la storia inconsapevole di un Natale possibile, una boccetta di Opium in bagno, il profumo preferito di Mamma, regalo di Papà…Lo tengo lì, per ricordo, ma non riesco più ad usarlo… Il suo odore ogni volta mi strappa via qualcosa… Non glielo posso permettere. 

Sul divano ora occupo il posto della piccola Luna, di lei restano i graffi sulle porte e il grande vuoto lasciato dalla sua morbosa compagnia, dal suo abbaiare per ogni cosa e dal suo amore spropositato. 

Ho gettato via tantissime cose, ma nonostante questo la casa è ancora una carovana di ricordi dolcissimi, teneri, atroci… Però questa lunga pausa di riflessione forzata mi ha aiutato a dare ad ogni oggetto rimasto, un posto, una funzione e un senso.

Ho scoperto che questo “mettere in ordine” era per me un’esigenza castigata, perché, nel nostro correre invano, scavalchiamo distrattamente ciò che rende preziosa la nostra vita. Mettendo in ordine ho riscoperto il piacere della lentezza, del tempo per me, del tenere i piedi “a mollo” nell’acqua calda per mezz’ora, per poi carezzarli con una crema profumata, della soddisfazione di fare l’album di foto promesso ad un’amica da tanto, della gioia di finire l’acquerello di un sogno per poterlo donare a chi era giusto lo avesse.

La pandemia è qui, fuori dalla porta, la paura è tanta e ancora di più lo strazio per chi ogni giorno viene portato via, però la mia farfalla di petali non solo è ancora qui, incredibilmente fiorita dopo quasi un anno, ma in cima al ramo di fiori sta germogliando un nuovo rametto che forse, chissà, porterà altri fiori e so che mi sta dimostrando qualcosa: che si può resistere, che anche nell’orrore si può coltivare la bellezza e che questo dipende solo da noi.


Antonella Scampoli è nata a Lanciano, in provincia di Chieti, dove tutt’ora vive e lavora. Bibliotecaria, esperta in editoria per l’infanzia, nel corso della sua carriera, e grazie alle attività legate al suo lavoro, ha scritto numerosi racconti e fiabe. Nel 2015 ha pubblicato una fiaba dal titolo “Il Paese dalla Notte Nera”, Nuova Gutemberg Edizioni e nel 2016 ha pubblicato un suo racconto breve nella raccolta “Il Pane Rosso – memorie della II Guerra Mondiale” curato da L’Altritalia.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

2 commenti su ““Phalaenopsis” di Antonella Scampoli”

  1. Bello il tuo racconto. Hai descritto la vita in questo anno difficile che ha accompagnato la maggior parte di noi. Le orchidee sono piante eccezionali, in fondo hanno bisogno di poche cose per vivere, però spesso non ce la fanno! Grazie! Katia

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