Formicaleone

Peppe Millanta risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Lezione di vita prima che di scrittura. Nel dubbio, fa quello che ami. Sempre. Soprattutto quando le cose vanno male. Davvero non c’è salvezza, né senso, in questa vita, se non nell’assecondare ciò che ci emoziona. Spesso però si crede che le emozioni vadano semplicemente seguite, quando la realtà è che bisogna precederle, fargli strada, preparare loro il campo. È un lavoro duro, fatto di sacrifici e di lotta continua con l’ignoto. Bisogna prenderle per mano, le emozioni, e convincerle a seguirti. Devi guadagnarti la loro fiducia, e questo accade solo se sei sincero. Soprattutto con te stesso.  

Sulla fame sono perfettamente d’accordo con te, e non credo neanche che serva per avere storie straordinarie da raccontare, come se passare attraverso situazioni di disagio rimpolpi la vena creativa. Credo invece serva soprattutto a capire quanto ci teniamo a fare questa cosa qui dello scrivere, quanti sacrifici siamo disposti a sopportare pur di mettere sulla carta le nostre storie. E’ un passaggio obbligatorio, a eliminazione diretta. Chi si arrende è fuori prima ancora di cominciare. Se invece perseveri anche quando tutto va male, allora scrivere è la tua strada. Quando tutto ti dice che il tuo futuro non sarà la scrittura ma tu te ne freghi e vai avanti testardo, lì sei già arrivato, anche se non ancora lo sai. Si tratta di un passaggio doloroso ma tremendamente necessario, perché una volta superato la tua scrittura, il tuo scrivere, non saranno mai più scontati. Nel sederti a un tavolo a raccogliere le idee troverai la compagnia di tutti quei sacrifici, lo stesso buco allo stomaco che ti ha scavato dentro, le rinunce e tutti i no di questo mondo. Ecco perché chi scrive è sempre soddisfatto del fatto che scriva: perché se l’è guadagnato. Non si nasce scrittori e non ci sono scorciatoie che tengano. Non si può barare. La scrittura è un posto sincero. Nulla è regalato. Neanche il talento. Tutto è frutto di una conquista.

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

Caro John, tocchi un tasto – a proposito di pianoforte – dolente! Da sempre il maggiore impegno di ogni scrittore è trovare il tempo per scrivere. Paradossale, ma è così. Non essendo lo scrivere nella maggior parte dei casi una attività ben retribuita, soprattutto all’inizio bisogna fare sacrifici enormi per ritagliarsi spazi dal lavoro per poter… lavorare! 

Che se uno ci pensa a fondo, c’è della follia, non trovi John?: “lavorare per potersi permettere di lavorare”. Roba da matti. Già. Sul fatto del tenersi in forma è tutto vero. Chi non si è mai ripromesso tra gli scrittori di scrivere almeno tot parole al giorno? E chi c’è realmente riuscito? La verità è che scrivere è faticoso, e ci sono mille alibi da cavalcare pur di non farlo. Ma più si sta fermi, più è dura ricominciare. Esatto. Proprio come con l’allenamento fisico. Io in genere, ad esempio, se non scrivo da un po’ ci metto tempo a carburare. In fase di scrittura piena mi do da scrivere solitamente 1000 parole al giorno, ma ci metto parecchio per arrivarci in scioltezza. (Tu quante te ne dai John? Addirittura? Così tante?) Per me le prime giornate sono stitiche, piene di storte e di stiramenti di muscoli, con pochissime parole scritte e mille dubbi per ognuna di esse. Poi pian pianino spezzo il fiato e tutto diventa più scorrevole. Il muscolo della scrittura torna tonico e riesco agevolmente a scrivere quanto mi ero promesso nella mia tabella di marcia. Non so se succede anche a te, ma io quando inizio con un nuovo progetto, oltre ad essere un po’ “spompato”, sono anche molto incline al melodramma. In che senso? Nel senso che mi dispero, sono scontroso perché non riesco a fare quello che ho in mente. Perché a te no? Poi però tutto si aggiusta quando torna la “vecchia sensazione”, come la chiami tu.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

La scrittura letteraria è probabilmente l’espressione di massima libertà per un autore, ma anche di massima responsabilità. Si tratta dell’unico luogo, infatti, dove lo scrittore è anche regista, attore, scenografo e montatore della propria opera. Ogni dettaglio passa attraverso i suoi polpastrelli. Ogni scelta è una sua scelta. È il luogo dove davvero può plasmare ed esternare il proprio mondo. Si tratta però anche di un luogo solitario, duro, spesso spaventoso nelle sue assenze: ci sono soltanto l’autore e la sua pagina, e in mezzo idee che si scopriranno essere buone o non buone soltanto più in là, ad opera terminata, quando sarà davvero troppo tardi. La scrittura letteraria è una sfida contro se stessi e contro i propri limiti. Una gara fatta di resistenza, di nervi e di fiato. Nella scrittura per l’industria cinematografica invece sei l’anello di una lunga catena. Ciò da un lato comporta che la tua storia subirà riletture e modifiche continue, fino a uscirne sicuramente diversa da come l’avevi immaginata tu. Ma dall’altro è anche vero che si tratta di una gara a staffetta, e può portare il progetto molto più lontano da quello che avevi immaginato, e in posti dove da solo non saresti mai arrivato. Inoltre si lavora in gruppo, e questa modalità cambia totalmente l’approccio: innanzitutto c’è un lato umano che rende l’avventura molto più piacevole, e poi ci sono continui feedback sulle idee che ti vengono fuori. Certo, nella scrittura cinematografica si perde molto in termini di autorialità, ma si mettono da parte anche molte delle difficoltà dello scrivere in solitudine. Si pratica l’ascolto, la velocità di pensiero e l’accettazione delle critiche. E poi si scrive con dei limiti precisi: di budget, di ambientazioni, di durata, di personaggi. Si è bravi se si sa scrivere nello spazio lasciato da questi confini.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Cazzarola John! Potevi anche avvisarmi però! Così ci saremmo finalmente conosciuti! Ti avrei scarrozzato un po’ in Abruzzo, nella regione di tuo padre, e tra un bicchiere e l’altro magari saremmo tornati a Torricella Peligna dove ora organizzano un festival in tuo onore. Sai che figurone che ci facevo? Sarei andato in giro e ti avrei presentato a tutti dicendo “Lui è John! Ed è amico mio!”. Vabbè, sarà per un’altra volta. Sono contento però se l’Italia ti è piaciuta. Sai, è un posto strano questo. O meglio, è un posto dove tutto è sempre fuori posto. Sottosopra. Siamo notoriamente un popolo di disordinati. Perdiamo qualsiasi cosa. Qui infatti c’è tutto e sulla carta non ci manca nulla, ma non riusciamo mai a trovare ciò che ci serve, perché nulla è dove dovrebbe essere. Cerchi, che ne so, l’onestà? Tu vai dritto, a colpo sicuro, a pescarla ad esempio tra i politici, dove dovrebbe essercene a frotte, e invece la trovi nel tizio che ti vende il pane e ti richiama al banco se non hai ripreso il resto. Oppure cerchi l’eroismo? Usando il buonsenso ti fiondi a prenderlo tra chi è pagato per combattere i cattivi, e invece lo ritrovi in qualche povero cristo che sta lottando, da solo, contro un’ingiustizia. Soltanto un problema di ordine. Forse dovremmo prenderci un po’ di tempo per fare pulizia, mettendo un bel cartello fuori dalla vetrina con su scritto “Chiuso per inventario”, e dedicarci a riordinare i cassetti e a mettere a posto le mensole. In questo modo toglieremmo almeno per un po’ tutto questo disordine. L’unica mia perplessità è che temo che molta della nostra bellezza si annidi proprio in questa nostra incapacità di essere ordinati. Perché a furia di non sapere mai dove si trovano le cose, ci siamo ormai abituati a partire per cercare qualcosa, e a tornare con qualcosa di totalmente inaspettato. E’ per questo che siamo probabilmente i più allenati allo stupore e abbiamo fatto del sorprenderci il nostro quotidiano, nel bene e nel male. 

Chissà. 

Appena torni chiamami che magari ci ragioniamo insieme davanti a un Montepulciano con vista Majella e mi dici la tua!


Peppe Millanta (Pescara, 1985) è scrittore e sceneggiatore. Ha esordito nel 2018 con il romanzo Vinpeel degli orizzonti, con cui si è aggiudicato, tra gli altri, il Premio John Fante e il Premio Città di Cuneo, oltre ad essere stato candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi. L’opera è attualmente in corso di traduzione in Francia, Romania e Cile. Quando non scrive, passa il tempo a guardare il mare.

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