Formicaleone

“Vergogna” di Gianluca Massimini

E così, appena rientrata, aveva imboccato al volo la porta dello studio per lasciarsi cadere sul divano, col respiro in affanno e la testa tra le mani, quasi priva di forze, per chiudere un attimo gli occhi se solo ci fosse riuscita, per un secondo, un secondo soltanto! Si era detta sottovoce. E non le importava nulla se di là, nell’altra stanza, loro lo sapevano, lo sapevano molto bene che era insolito che lei rientrasse in casa a quel modo, senza salutare e fuggendo gli sguardi, e se la filasse dritta dritta altrove senza dire una parola a mettersi seduta sotto la lampada accesa, sotto il cerchio di luce viva che si allarga sulle gambe e sui cuscini e che riflette sulle cornici delle foto, e la città alla finestra che s’intravede di fuori.

Anche quest’oggi, purtroppo, era successo di tutto! Si era sentita cadere, precipitare ancora una volta, non più padrona di sé e della sua vita, morsa dai dubbi che non le davano tregua, la mente fissa a lei e a quella situazione paradossale, a quella ragazza adorabile che amava e che come lei in poco tempo aveva perso la pace e la serenità per colpa di quei quattro incapaci, tanto da non riuscire più a riposare o a pensare ad altro.
Che fare? si chiese allora, e si passò una mano sulla fronte per scostare i capelli, a spazzare via i pensieri che si affollavano tutti. Quanto sarebbe durata ancora quella storia, e cosa avrebbe dovuto sopportare prima che finisse?

Anche quel mattino, accidenti, la chiamata era arrivata puntuale e questa volta, all’altro capo, aveva trovato sua madre. Qualche idiota, che non aveva rivelato il proprio nome, l’aveva infastidita e, non trovando ostacoli sulla sua strada, ne aveva approfittato, si era sfogato. Aveva chiesto dov’era la lesbica, sì, e cosa stesse facendo, e se si fosse nascosta in casa con quell’altra, gridando a più riprese che era ora che la finissero di dare scandalo ovunque e che potevano benissimo fare a meno di mostrarsi in giro, che nessuno avrebbe più accettato quello schifo, lei che continuava imperterrita a baciarsi con la sua amica senza vergogna e via discorrendo. Le aveva detto, insomma, tutto quello che aveva voluto, senza che nessuno avesse potuto ribattere o difenderla in alcun modo. Aveva avuto il campo libero, la strada spianata, ed era stato facile, molto facile darle addosso. Tant’è che alla povera donna che lo aveva ascoltato per poco non era venuto un colpo per quante parole aveva preso e, messo giù il telefono, pallida in volto, l’aveva cercata con gli occhi per chiederle soccorso, preoccupata di tutta quella faccenda, mentre lei, poco più in là, si sforzava di far finta di nulla.

– Chiara, figlia mia, ma cosa sta succedendo? – le aveva allora chiesto con un filo di voce. – Puoi dirmelo, sai. Cosa sta succedendo? – facendosi avanti frastornata, una mano alla maniglia della porta e una sul cuore, come a sorreggersi, sebbene lei, sul punto di piangere, avesse continuato a cambiare canale, senza neanche sapere cosa stesse cercando, ma provando in verità a non agitarsi, per lo meno a non darlo a vedere.

Ma come è possibile? Come è possibile?, s’era detta quindi nello sconforto più nero, ancora incredula all’ennesima vigliaccata di quei quattro deficienti che la tormentavano, che le telefonavano senza darsi pace. Ma che volevano, dunque? E perché la chiamavano in ogni momento e minuto, mattina o sera non faceva differenza? E che c’entravano i suoi, in fondo? Che c’entravano i suoi ch’erano buoni e tranquilli con la loro vita modesta che filava via beata tra le mura di casa e che nulla sapevano di quello che accadeva di fuori, e che ormai chissà quale idea si erano fatti di lei, accidenti! Cosa c’entravano loro? E a che serviva tutto ciò? A che serviva tutto quel tran tran di scherzi stupidi e di inutili provocazioni messo in atto solo per ferirla e per deriderla con cattiveria, come il fatto di riempirle di insulti il telefono o di suonare a tamburo i campanelli nel cuore della notte per svegliare il palazzo, anche questo le era toccato, sì, fischiando e facendo gazzarra giù nella strada, chiedendo a gran voce se stessero insieme a letto di sopra, in cerca di una ragazza che lì non c’era e non c’era mai stata, figuriamoci!, perché viveva altrove, mentre qualcuno, dalle case più in alto, si affacciava per capire chi fosse e s’affrettava a chiudere le imposte…

Eppure lei l’aveva detto, l’aveva detto a Vale più di una volta: – Guarda, amore mio, non voglio mica fare l’eroina, quella controcorrente a tutti i costi, quella che se ne frega degli altri e della loro opinione. Io non son portata, e mi vergogno, mi vergogno da morire quando siamo in giro e mi prendi per mano, quando mi baci all’improvviso, e ancor più se penso alla mia famiglia e a cosa poi vanno a dirle quelle malelingue… Vediamo di vivere in un altro modo la nostra relazione, te ne prego, ti scongiuro! Tu mi dici che per te son tutto, che ogni cosa è stupenda tra noi, e io ti amo, ti amo sempre più… – e lei sembrava aver capito, esser d’accordo, sì, o così le era parso in quel momento.

Avrebbe voluto cioè che facessero più attenzione, certo!, non è che avesse fretta di baciarsi davanti alla gente, per strada, all’uscita della scuola! Potevano benissimo rinunciare a tenersi per mano e aspettare tempi migliori o che le cose si mettessero per il meglio, per continuare ad amarsi senza problemi, fidanzate a tutti gli effetti, senza però quelle storie e i sotterfugi tremendi, le menzogne che l’avevano sfiancata e a cui purtroppo s’era piegata, costringendosi a vivere rinchiusa, ad evitare luoghi e persone note, casomai le vedessero insieme, le stesse che magari alla prima occasione si avvicinavano con una scusa per dirle: ma che cosa stai facendo? ma che ti salta in testa? ma lo sai che è una poco di buono? ma non ti vergogni? vedrai che prima o poi qualcuno le tira le orecchie e la rimette in riga! Ma lei no, no! Non voleva sentire ragioni, ripeteva, e non riusciva a starle lontano! Ma ora, dio santo, era forse giunto il momento che prendessero insieme una decisione, che si decidessero una volta per tutte, per evitarle certi inconvenienti, almeno lì, in casa con i suoi, accidenti!, che non sapeva quanto ancora avrebbero resistito a quell’urto, a quello sconquasso senza pari…

Due giorni prima, manco a dirlo, li aveva incocciati per strada con sua madre, e anche lì, in quella occasione, aveva visto nero, assalita da un senso di vergogna profonda che s’era portata dietro poi per ore e ore, senza riuscire in alcun modo a porvi rimedio.
Era stata lei, in quel caso, che aveva insistito, che l’aveva martellata a più riprese, al pomeriggio, affinché l’accompagnasse, quando in verità ne avrebbe fatto proprio a meno.
– Dai, forza! Vieni via con me! – le aveva ingiunto in conclusione, – Non farmi andar da sola! – e si sa che le madri a volte son cocciute e che si fa fatica a dire loro di no o ad inventare scuse. E avevano fatto allora quattro passi insieme sotto casa, da Viale Regina Margherita a Piazza Salotto, salvo poi pentirsene amaramente.
Avevano percorso anche un pezzo di Corso Umberto, lungo il tratto pedonale che porta dritto alla Stazione, quando a un certo punto erano apparsi in gruppo sull’altro lato della strada e… apriti cielo! Si era sentita gelare il sangue in un baleno, ai primi fischi, agli sberleffi che s’erano alzati subito al suo riguardo!

– È lei! È lei! – aveva gridato qualcuno più esagitato degli altri. – Guarda! Guarda! È quella lesbica che si bacia a scuola con la compagna! – avevano aggiunto ancora, indicandola a dito tra di loro e tirandosi per il braccio affinché tutti guardassero bene, tra i passanti con gli occhi sgranati. Al che in pochi istanti aveva dovuto girare i tacchi e dirigersi altrove, confondersi tra la folla, costringendo sua madre a fare altrettanto, anche se in cuor suo, a pensarci più tardi, avrebbe voluto ribattere: ma piantatela, idioti!, ma finitela una buona volta!, io non ho mai fatto del male a nessuno, se quelle quattro parole, lo sapeva benissimo, non le sarebbero rimaste strette in gola a causa dell’agitazione.

Anche allora, sì, avrebbe voluto sparire, dissolversi in un secondo, di fronte a quelle angherie gratuite e all’idea orribile di sua madre che chissà quale opinione si era fatta ormai di quella figlia che, pur brava in ogni cosa, si cacciava adesso in quelle storie, mettendo in ridicolo tutta la famiglia!
Peggio ancora era andata però tempo addietro, quando le era toccata una figuraccia tremenda nel cortile della scuola, sì, davanti agli occhi di che c’era, e alla quale non c’era stato alcun modo di sottrarsi né di correre ai ripari.

L’avevano aspettata fuori, tra i loggiati dove i ragazzi a una cert’ora fanno pausa e si riuniscono per mangiare e per fumare, per prendere un caffè e far due chiacchiere in tranquillità, pur di distrarsi un attimo prima di tornare al lavoro, all’interno dell’edificio. Erano spuntati da dietro un muro all’improvviso e avevano preso a canzonarla e a dirle le cose peggiori, a offenderla in ogni modo, che era una puttana e una poco di buono, una lesbica del cazzo, e lei non aveva avuto la prontezza di ribattere né di mandarli a quel paese, colta com’era stata di sorpresa. Aveva ricevuto anche uno spintone da qualcuno che, di fronte a una sua timida e inutile reazione, le si era avventato contro alzando le mani. Un bidello per fortuna s’era messo in mezzo e li aveva respinti allontanandoli in malo modo, sicché era arrivata a quel punto anche l’insegnante che li aveva invitati a rientrare in fretta in classe. In molti, tra i presenti, avevano però sentito e veduto tutto, e non era stato affatto facile tornar dentro e far finta di nulla, come se nulla fosse successo. Qualche amica assai gentile, una volta sedute, le aveva portato un bicchiere d’acqua, qualcun altro un the caldo, chiedendole se stesse bene o volesse tornar fuori a prendere un po’ d’aria. Ma lo sguardo ricorrente di due o tre compagni che avevano riso e sghignazzato al suo riguardo, nelle ore seguenti, era bastato per scatenare in lei una rabbia irrefrenabile, tant’è che a un certo punto s’era alzata di scatto, battendo i pugni sul banco, come a dire: ma che volete? E basta, su! Anche voi vi ci mettete? Idioti!

Sarebbe allora volentieri volata altrove, per un po’ di tempo, in uno di quei posti ameni dove nessuno può raggiungerti e darti fastidio e dove sei libera di essere te stessa, di fare quel che vuoi, da sola o in compagnia, ma dove, di preciso, e in che modo, in fondo? Lo avrebbe fatto di proposito per allentare la tensione, per evitare ai suoi altri episodi come quelli, se Vale, il suo amore, non avesse avuto bisogno del suo aiuto, del suo sostegno, vessata anch’ella com’era da quella situazione atroce che aveva finito col toglierle la gioia e la spensieratezza, e la serenità, sebbene fosse di natura più forte e combattiva di lei, e se quegli stronzi non l’avrebbero avuta a quel modo vinta del tutto, su tutto il fronte. Tanto più che la notizia era arrivata ora addirittura all’orecchio dei parenti, anche di quelli più stretti, che non si accontentavano di un cenno o di un ragguaglio dato alla buona ma che chiedevano e s’impicciavano di persona senza vergogna, come avevano fatto due domeniche prima a casa di sua zia, in occasione della cresima di Andrea, quando li aveva visti attorniare e soffocare i suoi di domande ma solo per commentare e screditarla in ogni modo: – Ma è ancora con quella là? Ma davvero? Ma è una storia seria? Ma come è possibile? E voi non dite niente? – finendo così col pesare ancor più su quella faccenda già grave di suo.

Fu allora, mentre girava e rigirava tra le dita una ciocca di capelli, lo sguardo ancora perso nel vuoto, che sentì all’improvviso bussare alla porta, due, tre volte, con fare timido, e intravide quindi suo padre, che si scusò presto dell’intrusione. Per un attimo fu lì lì indecisa se far finta di nulla o tirar via il capo dal cono di luce, per nascondere il viso. Lui, senza scomporsi, s’avvicinò alla scrivania e cercò tra le carte.
– Vado via subito e ti lascio sola. – le disse con calma. E indugiò poco, giusto un momento, il tempo necessario per sfilare un qualcosa dalla pila di libri. Poi, senza distogliere gli occhi dai fogli, le chiese: – Va tutto bene, Chiara? Cosa mi dici? – con voce tranquilla, avendo forse notato qualcosa di strano in precedenza, quand’era rientrata in casa di volata.
– No, non va bene… – rispose dunque lei, sforzandosi a quel punto di essere sincera: – Sono preoccupata, ecco! E mi vergogno. – aggiunse, mentre cercava di non farsi sfuggire un tremito o, peggio ancora, un calo della voce.

 – E di cosa? – le chiese allora lui. – Se tu la ami…


Gianluca Massimini è nato a Pescara. Dopo gli studi universitari ha svolto varie attività, vivendo per qualche anno a Bologna e successivamente a Vicenza, città nella quale risiede tuttora. Ha pubblicato molti racconti su rivista (Paradiso degli OrchiVersante RipidoCritica ImpuraMargutte, La Ballata e altri) e le raccolte Eravamo insieme (2010) e Che cosa siamo, che cosa non siamo (2015). Ha ideato e promosso nel 2015 con la collaborazione della community Emergenza Scrittura l’indagine Lo statuto del raccontouna ricognizione tra scrittori, critici ed editor sulle potenzialità del racconto. Collabora attualmente con Lankenauta: letteratura e altri mondi e con altre riviste.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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