Formicaleone

Marta, l’Alzheimer e il senso di colpa

Raramente ne siamo consapevoli, eppure ogni giorno il passato insidia il presente, lo afferra e lo circonda come un’edera rampicante: sale, si insinua, incespica, si aggroviglia, infastidisce perfino, ma talvolta giunge con sorpresa a fiorire, a lenire il tormento del quotidiano.

Quando Marta torna nel suo paese, nelle Marche, si ritrova immersa in un mondo passato che riconosce perfettamente, ma che non sa più bene come gestire. E la sua (presunta) incapacità di agire, la sua (dichiarata e tenera) inettitudine diventano il perno intorno al quale ruotano le gioie e i dolori della sua vita familiare, raccontati nel romanzo Noi non abbiamo colpa (minimum fax, 2020) da Marta Zura-Puntaroni.

È estate e Marta prova a rientrare in famiglia in punta di piedi, ma a trascinarla nel gorgo del dolore è la malattia di sua nonna: l’Alzheimer.
Quanta fatica serve per stare accanto ad un anziano che non ti riconosce? Quanta forza è necessaria per continuare ad accudire chi non sa più chi sei? E se ciò non bastasse, la difficoltà aggiunta, in tal caso, è data dal carattere della nonna che spinge alla resa ogni badante pronta e convinta di poter reggere nell’impresa.

“Quando poi inizia il viavai delle badanti, mia madre le fa mettere sedute e offre loro il caffè e spiega, Mia madre è una stronza.”

Nell’opera si intrecciano le vicende del passato e del presente di tre donne diverse (nonna, madre e figlia/nipote), ma se in un primo momento la scrittrice sembra voler prendere le distanze da entrambe le genitrici – soprattutto dalla nonna, considerata da tutti i membri della famiglia come il peggior secondo termine di paragone –, non può fare altro poi che constatarne la somiglianza, a volte proprio a causa della malattia dell’anziana:

“Nonna si è trasformata nella me di quattro anni, fa tutte le bizze che facevo io da bambina. Non vuole mangiare la carne – anche io la odiavo – non vuole fare il sonnellino – mi chiudevano in camera, mi mettevano a letto, guardavo il soffitto, scalpitavo come lei.”

Ciò che più colpisce nel romanzo è la compressione che porta la scrittrice a stare nel mezzo tra due forze contrastanti: da un lato la voglia di raccontare e raccontarsi senza filtri, senza alcuna paura; dall’altra, il timore di cadere nelle stesse trappole che il destino – o semplicemente il patrimonio genetico – hanno teso a sua madre e a sua nonna. Ed è forse è proprio questo timore – questa paura di essere accostata a chi non si vorrebbe somigliare, questo terrore di finire un giorno come loro – che spinge Marta a chiamare spesso le persone col nome proprio e più raramente col grado di parentela che la lega a loro. Si tratta di un esercizio continuo, quasi un meccanico e freddo appiglio alla realtà che funga da esorcismo alla lotta contro la perdita della propria memoria. 

Nei confronti della malattia, Marta si pone sempre in seconda linea, barricata e ossessionata dal suo senso di colpa, incastrata nel dilemma della verità, in continuo dubbio sulla reale natura della persona che le sta di fronte (sua nonna è sempre stata egoista: ma razzista lo era già o lo è diventata a causa della malattia?).

Solo quando Marta, ormai priva di difese – complice la scoperta di un cancro al seno della madre –, si avvicina a sua nonna, riesce a scrollarsi di dosso la colpa  della sua inettitudine, l’idea della nipote ingrata e incapace di prendersi cura della donna anziana. Nello stesso istante, Marta giunge alla più inaspettata delle conclusioni:

“Adesso voglio considerare Carlantonia una privilegiata e noi delle creature incomplete, limitate: considero lei una specie di arcangelo capace di viaggiare nel tempo, che più si allontana dalle inutili minuzie della vita terrena più apprezza l’universo nella sua interezza.”

L’Alzheimer è una malattia che cancella la memoria, manipola la mente, la stravolge, la resetta continuamente, la conduce al delirio, ma talvolta può condurre la persona in uno stato alternativo, diverso e completamente avulso dalla realtà che ci circonda, lontano dallo spazio e dal tempo delle persone presenti, di quegli astanti – fin troppo consapevoli di sé – che circondano il malato. Ed è proprio questo stato di privilegio, questo essere arcangelo che porta Carlantonia ad intuizioni improvvise:

“Come va, nonna? Non mi aspetto una risposta ma una risposta ricevo.
Antea è morta, vero?”

La scena ricorda il finale del film Still Alice (2014), nel quale la protagonista – interpretata dal premio oscar Julianne Moore – affetta da Alzheimer, nonostante sia ormai allo stadio peggiore della malattia, riesce a comprendere il tema fondante del discorso articolato pronunciato da colei che non sa più riconoscere come sua figlia: l’amore. 

Nel romanzo, la nonna chiede a sua nipote se sua figlia sia morta. Antea, in realtà, non è morta, non ancora almeno. Eppure l’intuizione della donna sta nella straordinaria e improvvisa capacità di leggere il timore che sua nipote Marta non sa e non può dire a voce alta, ma prova comunque dentro di sé. 

Il romanzo di Marta Zura-Puntaroni ha come pregio quello di porre l’attenzione non solo sulle persone malate di Alzheimer, ma soprattutto su tutti colore che vivono accanto ai malati. Il romanzo dona dignità a tutte quelle persone che vivono e subiscono il dramma della malattia di un familiare, dichiarando con sincerità ogni parte di dubbio, di stanchezza, di rabbia, delusione o debolezza: sempre senza colpa alcuna.

Noi non abbiamo colpa, Marta Zura-Puntaroni, minimun fax, 2020


(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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