Formicaleone

Romano Augusto Fiocchi e il suo mondo offeso

Sono cinque i racconti scritti da Romano Augusto Fiocchi con il titolo Racconti da un mondo offesopubblicati nel 2018 da Book a Book. 
Leggendoli ho incontrato la voce e i pensieri di personaggi inaspettati: un libro, un gatto, una barca, una mosca e una pianta. 

Ma i racconti non sono affatto fiabe o espedienti usati per raccontare di sé, del dolore o dei tormenti di un singolo uomo. Nel mondo offeso di Fiocchi c’è la Storia, quella di ieri e quella di oggi, la Storia che coinvolge la vita di tutti e che muta di continuo. E se il compito della letteratura è anche quello di risvegliare la coscienza di chi, per inerzia o per stanchezza, ha smesso di guardare oltre i propri confini, la narrazione di Fiocchi ci esorta a non perdere il senso della giustizia e a non offendere il mondo con la nostra indifferenza.

In Opernplatz, la voce di un libro descrive i fatti di quel lontano 10 maggio 1933, quando in Germania vennero bruciati i libri degli scrittori ebrei o ritenuti ostili all’ideale nazista. L’autore è abile ad accendere il bagliore del rogo di centinaia di libri e a farci sentire le grida dell’eccitata Hitlerjugend. Ma c’è anche l’amore per la letteratura, per ciò che le parole d’altri rappresentano nella vita di un lettore.

«Vi sembrerà un discorso da idioti, ma per un libro essere libro è la cosa più complicata di questo mondo. Sei convinto che per fare il libro basti nascere libro, uscire da una tipografia, passare per una libreria e finire in mano a un lettore che ti accarezza con gusto e poi ti ripone in una scaffalatura insieme ai tuoi consimili.
[…] Un libro sente l’odore delle mani che lo afferrano, dei polpastrelli che lo tastano, di tutto quello strofina-sfoglia-piega-liscia-accarezza che lo travolge e gli fa perdere il suo rigore di libro.
[…] Finalmente conoscevo le due mani amiche. […] Sentivo il loro odore. Era un odore piacevole. I movimenti delle dita sprigionavano un profumo di mela verde. I polpastrelli accarezzavano le mie pagine, sfioravano la carta, scorrevano docilmente indicando lettere stampate, cercavano qualche parola nascosta, perché gli occhi leggono, ma le mani sentono.»

Da lettrice mi sono riconosciuta in quel strofina-sfoglia-piega-liscia-accarezza. Confesso che mi piacerebbe ascoltare il sussurro del libro che ho in lettura, interrogarlo per sapere qual è l’odore delle mie mani.

I momenti più terribili sono descritti da Fiocchi con pacata sottigliezza, la sua scrittura si avvicina al lettore in punta di piedi, non gli promette la luna, le stelle e l’universo perché egli è uno scrittore onesto che con limpidezza e sintesi costruisce sulla pagina la mappa di un dolore senza confine e oltre ogni epoca storica. 

Ne “Il gatto del soldato”, per raccontarci il conflitto iracheno e il suo insensato carico di morte, Fiocchi sceglie la voce di un gatto, un gatto disegnato su un pezzo di carta da un soldato americano e donato a un bambino.

«Ci fu un tempo in cui la terra dove sono nato si chiamava Persia. Ma io non appartengo alla razza persiana, né a nessuna altra razza. Non sono un meticcio e, al contrario di tutti gli altri gatti del mondo, non ho neppure un nome. Meglio così, piuttosto che quei nomi idioti del tipo Fuffi, Pallino o Ginger. Per il mio piccolo amico, Mustafà, ero semplicemente “il gatto del soldato” […]».

“Il ginkgo di Tienanmen” è una pianta che dalla periferia di Pechino arriva, trasportata in un sacchetto di plastica, a Piazza Tienanmen e qui assiste e descrive la protesta degli studenti, strappando al lettore qualche sorriso. Un sorriso amaro al pensiero che la stagione delle proteste e dei sacrifici non è mai finita. 

«[…] Mi ficca così nel sacchetto di plastica e per la prima volta lascio il davanzale. Solo ora mi accorgo che il mondo è fatto di un numero infinito di panorami che si sovrappongono.
[…] L’aria di Pechino mi stimola, mi fa pensare. Anche se i miei sono piccoli pensieri, i pensieri di un bonsai».

Sono racconti che parlano di noi e a noi, delle vite che ci passano accanto, di altre che annegano per un sogno di libertà e di chi si ribella sacrificando la propria vita per il bene comune.
I racconti scritti da Romano Augusto Fiocchi meritano di essere letti e riletti per sperare e non dimenticare tutto ciò che di buono può esserci in ogni essere umano. 

Infine, il pensiero della mosca Zazì sembra la metafora perfetta della nostra società.

«[…] Eh sì, tra noi mosche si fa presto a trasformare un accidente in una leggenda e una leggenda in una realtà. Manchiamo di concretezza. Per questo confondiamo ciò che vediamo con ciò che credono di vedere i nostri cento occhi. È il nostro limite di mosche. […] I mosconi mi inseguivano e le altre mosche restavano sbalordite a guardarmi. Non so fino a che punto quegli attoniti spettatori capissero il mio gesto, o quale senso potessero dare all’inseguimento da parte dei guerrieri di Zulu. Riuscivo però a distoglierli dal loro pasto e a deviare quindi la loro attenzione su qualcosa al di fuori dei loro comuni ed elementari bisogni. In altre parole, li spingevo a pensare».


(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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