Formicaleone

Rovinologi: violare case private come atto poetico

Nei paesi demoliti dalla noia, può capitare che escursioni si trasformino in piccole avventure illegali. Quello che sembra un gioco, può convertirsi, in pochi minuti, in un puro atto vandalico. Individuare una casa “abbandonata”, un paese con pochi abitanti, o un borgo con evidenti segni di spopolamento, e sentirsi ad un tratto investiti dal desiderio di entrarci dentro, è una modalità che ha preso piede in contesti isolati e remoti. Una pratica illegale, e oltraggiosa, quella dell’abbandonologo, del tutore delle rovine, del’Indiana Jones che deve portare in salvo degli oggetti, fotografando ambienti ancora integri di camere da letto, salotti, cucine, raccontando quegli spazi come se fossero casa loro. In cui si cerca di contribuire solo alla predazione e non alla custodia. Addirittura, nella grande confusione che sta scaturendo l’argomento delle “aree interne e dei borghi”, alcuni pensano che sia una professione strutturata, che abbia un suo statuto morale, quello di salvatore di storie, io li chiamo rovinologi. Si usano pretesti, per entrare dentro case vuote, per raccontare oggetti di cui loro non conoscono nessuna storia, né conoscono gli eredi o i proprietari. Un gesto raccontato come amore per il territorio, o bellezza da svelare, in cui loro sono i medium, dei canali tra un prima e un dopo. 

In questo caso, l’argomento paese non c’entra, nemmeno l’hype sui borghi. È solo una grande noia, li voglio incasellare così, un grande noia che attanaglia certe persone, che vanno a rovistare nelle case degli altri, facendo dirette sui social. A parte essere molto rischioso, perché entri in un luogo pericolante, diruto o terremotato e che, se la casa da decenni non è stata aperta, questo non vuol dire che non abbia eredi, che non ci siano parenti o amici che vadano a controllare che non sia tutto in ordine. Forzare porte, finestre, ma anche sdradicare l’edera potrebbe far crollare tutto, rischiando di rimanere sotto le macerie. Vorrei capire meglio da dove nasce questo culto per le case degli altri, perché bisogna rubare oggetti di famiglia, posate, attrezzi, pietre angolari, cassapanche e fotografarsi all’interno di quegli ambienti. Alcuni georeferenziano e fanno comunicati pubblici, altri segnalano alla comunità degli abbandonologi le loro scoperte, perché sembra che vivano nel brivido di essere i primi a trovarli. 

Sulla crisi narrativa delle aree interne, su ciò che viene raccontato in cui manca sempre la voce della comunità, questo sembra un argomento canonizzato, come se fosse una prassi. Una modalità conoscitiva ed esplorativa dei luoghi diruti, fantasma, ed abbandonati. Come se facendo rimbalzare le foto sui social, all’interno di questi macabri scenari, aumentasse l’aura della loro bontà. Che in realtà non si accorgono che non sono proprio soli, dato che quei luoghi sono più popolati di quel che si pensi. 

<<Ma che ci dovete andare a fare là?>> effettivamente nel 1823 lo chiesero a un viaggiatore tedesco Justus Tommasini, nel suo viaggio di erudizione in Calabria. Perché spesso, e capitava in tutta Italia, le genti locali rimanevano stupite dall’arrivo dei forestieri, in zone lontane dai fasti e dalla mondanità. 

Nel marzo del 2005 a Cavallorizzo paese di origine arbrësh, gli abitanti assistono all’enorme frana che coinvolse il loro paese. In poche ore viene evacuato. Una storia dolorosa nell’Italia dissestata che non da ascolto ai geologi. Anche qui, la corsa alle new town, e la ricostruzione del paese, cercando di rispettare la semantica dei luoghi del precedente insediamento, della comunità arbrësh, suddivisa in ghitonìe. Sistemi abitativi dei paesi di origine albanese. Ed è difficile ristabilire in nuove edificazioni, le relazioni tra famiglie che convivevano insieme, e la traslazione del paese ha rischiato di disperdere queste microcomunità, rimanendo solo un atto descrittivo. Giuliano Santoro in Su due piedi. Camminando per un mese in Calabria, per Rubettino Editore, lo racconta nel suo viaggio attraverso la Calabria. Un racconto formale e reale, sul tema del post sisma e di ciò che resta.

 Un altro argomento che si aggancia alla domanda, “che fine fanno le cose nei paesi spopolati?”, sono i sistemi di ricettazione e di furto che subiscono le chiese delle frazioni, durante l’inverno. In cui vengono trafugati i tesori del Santo, corone d’argento, quadri, arredamenti, oggetti antichi e parafernalia. Tutto nel silenzio assoluto della stampa nazionale, che pur essendo una meta estiva, questi paesi, d’inverno rimangono isolati sotto tutti gli aspetti. Le pagine dei siti locali, sembrano essere le uniche fonti giornalistiche per raccontare questa enorme spoliazione che sta vivendo l’Italia. Spesso sono oggetti molto preziosi, che non sono messi in cassaforte o in sicurezza perché non si riesce a fare fronte a tutte le spese. 

Raccontare l’Italia attraverso i piccoli paesi, le loro frazioni, senza le spinte adrenaliniche, che devono pompare il turista, darebbe un quadro più sensato dei limiti e del margine che vivono.  Una storia ancora non raccontata, come se fossimo sempre troppo piccoli per ascoltarla, o troppo vecchi per soffrirne. Il sistema delle celebrazioni, degli anniversari delle catastrofi ha creato solo recinti, in cui si cerca di normalizzare e creare consenso. Si è impegnati in una proliferazione di commemorazioni che non hanno mai risolto il problema, ma omaggiato un sistema di connivenze e opportunismo. In cui si chiede solo formalmente scusa, legittimando scorciatoie, contraddizioni, e logiche spartitorie. L’ennesima occasione, quella della dispersione delle comunità, ottima per incassare quattrini, secondo metodi clientelari, in cui il dolore di questi paesi, diventa merce di scambio, e garanzia di continuità.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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