Formicaleone

«Una donna risorge quando un’altra donna ne raccoglie il respiro». L’amicizia tra Fausta Cialente e Renata Asquer

La riscoperta di scrittori e soprattutto scrittrici le cui opere sono misteriosamente cadute nel dimenticatoio è oggi una realtà che, nel nostro paese, molti autori e studiosi portano avanti con grande impegno. Il desiderio e la volontà di andare a recuperare voci letterarie perdute, da quelle mai veramente emerse nel panorama nazionale a quelle che, seppur per breve tempo, avevano ottenuto consensi e fama, ha riportato alla luce autrici e autori interessanti le cui opere avrebbero altrimenti proseguito a rimanere nell’ombra.

Renata Asquer ha il merito di essere stata pioniera in tal senso, e di averlo fatto ben prima che un certo genere di ricerca fosse diffuso com’è fortunatamente ora . Il suo “La triplice anima. Vita di Fausta Cialente” edito da Interlinea di Novara nel 1998, è una intensa biografia romanzata che ripercorre i momenti più importanti dell’esistenza di Fausta Cialente , scrittrice in quegli anni già scomparsa da qualche tempo (morì a Pangbourne, in Inghilterra , nel 1994). Già molti anni prima prima della morte infatti, la Cialente si era ritirata dalla scena pubblica e in generale, nel corso della sua lunga carriera letteraria di autrice, giornalista e traduttrice, Fausta Cialente mostrò di non trovarsi così a suo agio sotto ai riflettori del mondo letterario, e questo senza alcuna snobberia bensì per una questione caratteriale. Complice anche un’esistenza errabonda, vissuta sin dal periodo giovanile in molte città italiane per via del mestiere del padre, la sua distanza “fisica” dall’ambiente culturale e letterario italiano si fa ancora più profonda in seguito al trasferimento ad Alessandria d’Egitto ,poco dopo il suo matrimonio con Enrico Terni.
È alla fine degli anni ’20 che la Cialente pubblica il suo primo romanzo , prediligendo di volta in volta l’ambientazione italiana o levantina. Lo sguardo sulle vicende italiane infatti non manca mai, seppur la scrittrice si trovi sull’altra sponda del Mediterraneo. Il suo sguardo è sospeso tra due mondi vicini eppure distanti, legati da un antico snodo di storie, scontri e interessi, uno sguardo lucido, sincero, colto e profondamente attratto dalla convivenza, dall’incontro-scontro di culture diverse . Dopo più di vent’anni in Africa, la Cialente si ristabilisce in Italia, in Lombardia, in una villetta in campagna nei dintorni del lago di Varese, da lei ribattezzata “Il Grillo” ed è in questi luoghi che la scrittrice , pur continuando a viaggiare di frequente, trova il suo rifugio.

È proprio nella residenza del “Grillo” infatti che Renata Asquer ha occasione di incontrare Fausta Cialente e di fare la sua amicizia.

Quando e come hai fatto conoscenza con Fausta? Che ricordo hai dei vostri incontri e della vostra amicizia?
La prima volta avvenne attraverso uno dei suoi romanzi, in occasione di un viaggio a Parigi. Entrata nella storica libreria Shakespeare & Company l’occhio mi cadde su un libro con l’immagine in copertina delle guglie del Duomo di Milano. Si trattava di “Un inverno freddissimo” che lessi poi avidamente in pochi giorni.
Dopo qualche mese, per caso, feci di persona la conoscenza della Cialente grazie all’amicizia con una coppia di artisti stranieri, Silva e Pierre H. Lindner che abitavano a Cocquio, in provincia di Varese. Questi erano vicini di casa di una prima abitazione di Fausta che in seguito si sarebbe poi trasferita al “Grillo”, la villa con il vasto giardino a terrazze nel vicino Comune di Caldana. Tra loro si era stabilita una bella amicizia con reciprochi scambi di inviti a pranzo e a cena; spesso, quando Fausta doveva assentarsi affidava i suoi tre bambini all’amica Silvy, come lei chiamava la pittrice austriaca. A mia volta, un pranzo e un the dopo l’altro, entrai in amicizia con la scrittrice di cui nel frattempo avevo letto tutti i libri. Inizialmente la intervistai per scrivere degli articoli letterari per qualche giornale locale e poi, sempre più affascinata dalla sua persona e dal racconto della sua vita avventurosa, decisi di scrivere la sua biografia. L’avevo informata del mio progetto e fu così che Fausta un giorno estrasse da un cassetto il suo “Diario di guerra”, formato da tre grossi quaderni, scritti a mano. Si trattava del suo diario segreto riguardante gli anni della sua esperienza di propaganda contro il nazifascismo per mezzo dell’incarico, da parte del generale inglese Wavel di stanza in Egitto, di dirigere “Radio Cairo”, la trasmissione clandestina rivolta agli italiani nel Nord Africa. Raggiunta una certa fiducia aveva voluto affidarmi le sue pagine segrete, ma solo in lettura allo scopo di trarne qualche spunto per scrivere le vicende della sua vita. Ricordo che mi fece promettere che né io né altri avrebbero dovuto fare fotocopie.

[…] un pranzo e un the dopo l’altro, entrai in amicizia con la scrittrice di cui nel frattempo avevo letto tutti i libri. Inizialmente la intervistai per scrivere degli articoli letterari per qualche giornale locale e poi, sempre più affascinata dalla sua persona e dal racconto della sua vita avventurosa, decisi di scrivere la sua biografia. […]

La triplice anima”, edito da Interlinea è il libro che le hai dedicato, il primo scritto su di lei dopo la sua morte. Puoi raccontarci la genesi e la composizione del libro?
Nel corso di vari mesi, dopo aver raccolto abbastanza materiale, tra ricordi, avvenimenti storici e personali e scritto una valanga di appunti dopo la lettura del suo diario – potei finalmente mettermi all’opera.
«Una donna risorge quando un’altra donna ne raccoglie il respiro», questa citazione di cui non ricordo la fonte si può dire mi abbia guidato nell’intento di realizzare un libro che non fosse una biografia classica, ma una narrazione biografica capace di far emergere le intime ragioni e le motivazioni psicologiche dietro alle sue scelte e ai suoi personaggi.
A partire dalla nascita fortuita nella caserma dei carabinieri di Cagliari, per poi proseguire con gli episodi più significativi della sua infanzia, avrei cercato d’intravedere non solo la futura scrittrice ma anche la donna indipendente e battagliera che sarebbe poi diventata. Il fatto di essere nata in una città così lontano dalle sue radici triestine, con parentele austriache e slave, poteva già far presagire un destino da nomade. Il padre, Alfredo Cialente, militare di carriera, era soggetto a continui trasferimenti e perciò dopo soli due anni e mezzo di vita cagliaritana, per la famiglia Cialente iniziarono i continui cambi di residenza. Fu così che Fausta e il fratello Renato, di due anni maggiore, riuscirono a sviluppare gli anticorpi a difesa di tanta precarietà grazie al loro legame indissolubile. Volevo dare tutto il rilievo possibile a questa specie di simbiosi che rendeva più sopportabile ogni evento spiacevole o traumatico. Al continuo abbandono di scuole, affetti e abitudini che li faceva sentire dovunque forestieri si aggiunse ben presto la sofferenza per le liti furibonde dei propri genitori. Divenne dunque fatale per i due fratelli cercare una via di fuga, dapprima attraverso i loro giochi pericolosi, più che altro sfide incoscienti e in seguito con la scoperta delle rispettive passioni. Per Renato si trattava del teatro, per Fausta della scrittura.
Il punto di vista da tenere sempre sott’occhio doveva essere l’analisi della sensibilità della futura scrittrice, per scoprire le tracce che avrebbero formato il suo carattere oltre alle linee essenziali della sua scrittura. Per poi seguirla, seguendo tale via maestra, nelle altre fasi della vita soffermandosi sul punto cruciale della sua esistenza, ovvero il periodo egiziano, (in particolare gli anni dal ’40 al ’47), il più esaltante ma anche il più drammatico. La morte di Renato, ironia del destino, accadde proprio nel suo periodo più epico. Era l’autunno del ’43, quando il fratello, divenuto ormai un attore famoso e pieno di fascino, stava uscendo dal Teatro Argentina a Roma, dove aveva interpretato il dramma di Gorckij: “Sapete l’attore è morto”, quando una camionetta tedesca lo investì uccidendolo sul colpo. Da tre anni Fausta era impegnata con gli inglesi nella propaganda contro il nazifascismo: un lavoro che molto la gratificava nella sua conquistata indipendenza e soprattutto perché le permetteva di mettersi al servizio di una giusta causa. L’esperienza, a conti fatti, sarebbe diventata per lei anche un banco di prova di qualità che non credeva di possedere. Lei stessa non finiva infatti di stupirsi della sua trasformazione in una donna forte e se la situazione lo richiedeva, addirittura temeraria. Stava vivendo in modo frenetico e avventuroso anche una storia d’amore combattuta, quando il mondo le era crollato addosso all’improvviso con quella tragedia.

[…] Il punto di vista da tenere sempre sott’occhio doveva essere l’analisi della sensibilità della futura scrittrice, per scoprire le tracce che avrebbero formato il suo carattere oltre alle linee essenziali della sua scrittura. Per poi seguirla, seguendo tale via maestra, nelle altre fasi della vita soffermandosi sul punto cruciale della sua esistenza, ovvero il periodo egiziano […]

Qual è il romanzo cialentiano a cui sei più legata e perché?
Senza dubbio è stato ed è tuttora “Cortile a Cleopatra” che poi è anche quello che Fausta ha amato di più tra tutti: in questo libro infatti aveva trasfuso una gran parte di sé, sia attraverso Marco, lo scanzonato, indimenticabile protagonista, sia nella scelta di un luogo – il quartiere di Cleopatra, tra il Nilo e il mare nei pressi di Alessandria d’Egitto – che sarebbe rimasto per sempre nel suo cuore.
L’input narrativo le venne nel ’31, al tempo dei suoi primi anni egiziani; stava passeggiando da sola, quando incontrò un ragazzo che correva a piedi nudi sulla spiaggia. Aveva un viso molto bello e l’aria di essere una creatura libera e indipendente, come il vento capriccioso che arruffava i cespugli sopra le dune.
Nella narrazione, Marco è capitato in Egitto per cercare la madre Crissanti che suo padre Alessandro, imbianchino italiano, ha abbandonato portandosi con sé in Italia il figlio di pochi anni. È un ragazzo povero e inquieto, troppo ribelle alle regole imposte dalla nuova comunità alla quale aveva pensato di voler appartenere, spinto dall’innamoramento corrisposto con la bella Dinah, figlia del ricco pellicciaio Abramino. Solo le passeggiate innocenti sulla spiaggia con la mite Kiki, la ragazzina sangue misto silenziosa, segretamente innamorata di lui, gli danno un senso di pace e serenità. Con l’approssimarsi delle nozze e la prospettiva di una vita intollerabile nel laboratorio del suocero, lui si rende conto che per conquistare l’agiatezza borghese avrebbe perso del tutto la sua libertà.
La vicenda finisce con del sangue che scorre e Marco sarà costretto a fuggire, come del resto aveva già fatto quando aveva lasciato l’Italia. Dopo aver diviso le sue attenzioni e la sua bellezza con tre donne, soffrendo e facendo soffrire, fuggirà lontano da tutte, perfino dalla scimmietta adorante, Beatrice, che un giorno aveva voluto adottare. Il romanzo si legge d’un fiato ed è soprattutto Marco che resta impresso nella nostra memoria, come tutti i grandi personaggi della letteratura. Ed è appunto in questa figura che l’autrice svela molto di sé, attraverso i suoi pensieri, le sue parole, i suoi silenzi ombrosi. In una parola, è soprattutto con “Cortile a Cleopatra” che la Cialente ha voluto esprimere il sentimento predominante che ha formato il proprio carattere: il senso di transitorietà che l’ha accompagnata per tutta la vita.
Nel romanzo si nota la presenza ricorrente della Sakkia, ossia la ruota che attingeva l’acqua dai canali e dai pozzi con un movimento sempre uguale, perenne: una metafora questa dell’acqua, sempre presente nelle opere della scrittrice. Essa rappresenta il simbolo della sua situazione di apolide e di straniera dovunque, ma anche metafora del suo amore per la libertà e l’indipendenza, ovvero “la cifra più viva e incandescente della Cialente”1 .

[…] L’input narrativo le venne nel ’31, al tempo dei suoi primi anni egiziani; stava passeggiando da sola, quando incontrò un ragazzo che correva a piedi nudi sulla spiaggia. Aveva un viso molto bello e l’aria di essere una creatura libera e indipendente, come il vento capriccioso che arruffava i cespugli sopra le dune. […]

Per quale motivo l’opera di Fausta Cialente è ancora così poco conosciuta e letta? Cosa credi si possa fare per invertire la rotta?
Il mio libro sulla Cialente è stato in effetti il primo sulla sua vita. Ci sono state negli anni seguenti alcune pubblicazioni saggistiche interessanti, come in un genere misto, tra saggio e narrazione, il libro di Maria Serena Palieri “Radio Cairo – l’avventurosa vita di Fausta Cialente in Egitto” (Donzelli editore 2017) che si avvale del consenso da parte del Fondo Manoscritti di Pavia per la consultazione del Diario di Guerra; infatti si concentra più che altro sulla sua esperienza di lotta partigiana (“la mia guerra seduta”, come Fausta l’aveva chiamata). A parte qualche riedizione dei suoi romanzi, purtroppo anche Fausta ha subito il destino di molti grandi autori ingiustamente dimenticati dall’editoria e dal vasto pubblico. Il discorso a questo riguardo mi porterebbe troppo lontano e non ho qui spazio abbastanza.

Quindi per rispondere alla domanda “Come invertire la rotta“, posso solo fare delle ipotesi. Per prima cosa potrei rivolgermi agli insegnanti di lettere delle scuole superiori perché scelgano qualche romanzo della Cialente da leggere a voce alta in classe, soffermandosi su qualche passo significativo, analizzando sia i personaggi, i temi e tutta quanta la sua scrittura che riflette il suo sguardo nitido sulla realtà umana, volto sempre al suo amore per la verità e la giustizia, e nello stesso tempo di accettazione senza pregiudizi delle contraddizioni dell’uomo di oggi. Ci si potrebbe anche augurare che qualche casa editrice, magari non attenta solo al marketing, possa finalmente pubblicare di nuovo romanzi come ad esempio “Un inverno freddissimo”.
Quest’ultimo, rievocando il terribile inverno del ’47 a guerra finita, ma non a miseria e sofferenza cancellata, sicuramente potrebbe ricordarci questo nostro secondo inverno, ancora in piena paura per la pandemia e per i molti spaventosi baratri di natura economica e psicologica. E sempre a proposito di attualità della Cialente, come non trovare sorprendente, in questo suo romanzo, la figura di Camilla, asse portante di tutta la narrazione, vera paladina ante litteram dell’emancipazione femminile per la sua determinazione e il suo insopprimibile senso della vita?

[…] A parte qualche riedizione dei suoi romanzi, purtroppo anche Fausta ha subito il destino di molti grandi autori ingiustamente dimenticati dall’editoria e dal vasto pubblico. Il discorso a questo riguardo mi porterebbe troppo lontano… […]
Ci si potrebbe anche augurare che qualche casa editrice, magari non attenta solo al marketing, possa finalmente pubblicare di nuovo romanzi come ad esempio “Un inverno freddissimo” […]


1 Ne parla Alessandra Pigliaru nel saggio Quel senso insopprimibile della vita. Fausta Cialente tra letteratura e cinema, in Lucia Cardone e Sara Filippelli (a cura di) Cinema e scritture femminili Letterate italiane fra la pagina e lo schermo. Atti del Convegno di Studi promosso dal Dipartimento di Teorie e Ricerche dei Sistemi Culturali Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Sassari, 22 e 23 settembre 2011, Iacobelli editore.

La foto di copertina è stata scattata nella residenza di Fausta. Vi sono sua figlia Lionella, detta Lily, l’accademica italiana nonchè critica e filologa Maria Corti, il professor Angelo Stella dell’Università di Pavia e altri due docenti dell’Università di Pavia dei quali l’autrice non ricorda il nome. Da pochi giorni , Lionella aveva firmato per rendere effettiva la donazione del manoscritto della Cialente “Diario di Guerra” al Fondo Manoscritti “Maria Corti” dell’Università di Pavia.

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