Formicaleone

“Crinale” di Silvano Scaruffi

Era poi un pezzo, che in paese, tra i monti, si mormorava che tutto stesse, per così dire, andando a botaccio. Che la gente batteva in testa più del solito, e che con quelli lì in giro, quelli della SIO tutori del Parco, a controllare, recintare, sanzionare, non sarebbe potuta durare, proprio no. E giù, verso la Valla, la voce strisciante si spandeva come acre gas.

 Granisa non era in centro. Non lo era mai stato e si sapeva, ma in quei giorni, aveva anche cambiato sguardo, dicevano.

In terra di rivoni scoscesi, foreste e slarghi sottratti alle stesse per vivere, si innescò un meccanismo di autodistruzione che si appaiò procedendo di pari passi con una lenta e inesorabile deriva. In mancanza di antagonisti, nemici da trafiggere, prendere a sassate, aggredire, l’atavico gene della guerrigliera indipendenza si fece periglioso nemico. Un perverso meccanismo scattò nella testa di quelle genti e l’avversario divenne per ognuno se stesso. Un corpo da martoriare, uno spirito da spappolare. Fino alla desolazione, alla distruzione. Forse fu l’informazione divelta, la mancanza di avversari, una sindrome da mancata prima linea, o tutti questi fattori sommati assieme. Il corpo di ognuno di fece bersaglio di se stesso, fu autodeflagrazione dell’io, tramite sostanze psicoattive e narcotiche e rimase solo svilimento morale.

Poi, accadde qualcosa.

La donna risalì il viottolo, le case accatastate le une alle altre come a sostenersi, la guardia SIO rimase in auto, armata e pronta a intervenire.

Silenzio.

Ferale, feriale, seriale. 

La donna bussò alla porta stretta e bassa, il vetro traballò sulle guide, noccò più delicata come se quella vibrazione vetrosa potesse propagarsi al resto della casa sbrecciata, alle bicocche circostanti affastellate, in un unico sussulto dirompente.  Si guardò attorno, la sera calava, una bruma inquieta strisciava ratta sui monti offuscando vette aguzze e più giù scivolava tra boschi e conche, la macchina poco sotto, la guardia dentro. La donna abbassò la maniglia e si infilò dentro. Il pavimento liso e sconnesso ondeggiava sotto i passi leggeri, salì due gradini a destra, guidata da un tepore che si irradiava più in là. 

L’uomo sedeva su una poltrona sfatta i vestiti larghi gli scarponi martoriati. Gommapiuma giallastra sgusciava dagli squarci sulla finta pelle della poltrona, come se un animale unghiuto vi si fosse accanito. L’uomo reggeva il capo rasato e ossuto tra le mani, una sigaretta dietro l’orecchio. La donna si bloccò, per un attimo ebbe la sensazione che tutto l’edificio fosse inclinato verso la misera finestrella, che da lì a poco lei e tutti gli scassati mobili avrebbero preso a ruzzolare fracassando il vetro, finendo di sotto, in strada.

“Buonasera.” Si rianimò spostando la borsa da una mano all’altra.

“Lì c’è una sedia.” Mormorò l’uomo.

La donna sedette composta, le ginocchia sotto il tavolo accostato al muro, alle spalle la stufa soffiava e sfrigolava svaporando l’umidità sbavata dalla legna. Posò la borsa a terra in quello che le sembrò un avvallamento del pavimento, di quel suolo instabile, in edificio friabile, l’uomo immobile a capo chino a fissare le irregolarità del battuto, un uomo secco e giovane si sarebbe detto, ma di aura antica, in ossatura preistorica.

L’uomo sollevò la testa, sfilò la sigaretta da dietro l’orecchio, l’accese con un fiammifero “C’è ancora spazio laggiù in fondo.” Sembrò constatare quieto, forse rivolto al pavimento, al vecchio forno polveroso che imputridiva al piano di sotto, o forse solo a uno spazio tra gli interstizi del pavimento. Gli occhi secchi e scavati inquadrarono la donna nella penombra.

“Buonasera…” Tentennò lei.

“L’ha già detto.” Sorrise lui, il fumo gli avvolgeva la testa.

“Sono qua…” Partì decisa.

“È qua.” Assentì lui “e la vedo. Qua davanti.”

“Ecco, appunto. Lei risiede qua.”

“Da sempre.”

“Via Valla, giusto?”

“Così è.”

“L’abitazione è di sua proprietà?”

“Da sempre.”

“Anche il piano di sotto?” La donna segnò qualcosa su un foglio.

“Fino al tassello. Del mio Casato.”

“Allora, vediamo,” scostò un foglio “È stata sporta una denuncia nei suoi confronti, ma prima di notificarle l’atto…”

“Prima che si metta a ragionare,” L’uomo la interruppe alzando gli occhi cupi “ci sarebbero un po’ di cose delle quali tenere conto. Prima che si metta a sindacare, a spiegare, accusare.” Calò la testa, gettò la sigaretta a terra.  “È di una razza che ha smarrito la traccia di cui ragioniamo. Fili sbordigati di un’umanità allo sbando che si addensano di nuovo in compatto tessuto.”

“Non riesco a seguirla.” Scrollò la testa la donna.

“Dovrebbe farlo.” Disse l’uomo e riprese “Passate le undici battaglie, fame e deportazioni, scorribande e unificazioni forzate, sempre disgregative in prospettiva. Rientrati da fronti lontani, bombardati, subdolamente ingannati, depredati nelle menti, avvelenati e smarriti. Passato che fu tutto ciò, all’orizzonte, nuovo e terribile nemico fece la sua comparsa.”

“Mi scusi,” La donna sollevò appena le mani nel tentativo di arginare quel monologo, l’uomo sfilò una sigaretta dal taschino della camicia “Io sono venuta qua perché…” L’uomo accese la sigaretta, occhi forti e incruditi la fissarono, alla donna morirono le parole in gola.

“Ci son circa sessanta casati in paese, contati. E se i casati son sessanta, i soprannomi almeno settemila, stimati.  Iniziò tutto con bagliori pulsanti sul fondo di un lago, tremori lievi ma spossanti dal sottosuolo. Poi arrivaste voi, la SIO, e il Parco.”

“Mi scusi, devo interromperla, ma lei si ostina a elencare una serie di informazioni che non hanno nulla a che vedere con il motivo della mia visita.”

L’uomo soffiò il fumo contrariato “Ci sono persone che quando le senti parlare pensi ‘La macchina cammina, ma non c’è nessuno al volante.’ L’Homo sapiens è un essere cosmopolita invasivo, come i topi, le cornacchie o gli scarafaggi. E noi siamo solo guasti resti semiumani. O forse lo eravamo. Genti che hanno perso la traccia, smarrito la visione, diluito il morbino.”

“Glielo ripeto ancora una volta,  signor…” Provò la donna alzando appena la voce.

“Granisa, mi chiamano Granisa.” Disse lui con un tono che non ammetteva repliche.

La donna sbirciò alcuni fogli che aveva estratto dalla borsa. Poi guardò l’uomo, Granisa le sorrideva. Le sembrò che la testa perdesse per un attimo contatto in quell’atmosfera distorta, su quel pavimento ripido.

“Signor, Granisa” Disse solo.

“Sono qua.” Sorrise lui da una distanza che alla donna sembrò incolmabile.

“Mi racconti, unicamente, come sono andate le cose, secondo lei.”

“Lo sto già facendo.”

“Ma io, non capisco niente.”

“Sto facendo del mio meglio per spiegarle tutto.”

“Non capisco.” Ripetè lei.

“Posso capirla.”

“Questi suoi discorsi confusi non hanno ragione alcuna.”

“A lei sembra.”

“Snocciola circostanze e situazioni che non hanno niente a che fare con i fatti.”

“Questo è quello che vuol sentire lei, che ascolta e guarda da un’inclinazione distorta, contaminata.”

“Ma è lei!” La donna ebbe un sussulto, cercò di togliersi di dosso quella sensazione di disfacimento, di crollo imminente “Lei che racconta particolari a vanvera, futili.”

“Lei è qua per sapere” riprese lui in tono morbido “Forse già sa, in realtà, o almeno intuisce.”

“Senta signor Granisa, io capisco che lei tenti di parafrasare, in modo alquanto bizzarro, le sue posizioni” La donna si chinò smanacciando nella borsa, la sensazione di pendenza, di obliquità la assalì come una vampata.

“Lei non percepisce,” disse Granisa e gettò un’altra sigaretta a terra “lei, a fatica mi ascolta. Ci ho riflettuto parecchio, seduto su questa poltrona, fissando in giù, tra gli interstizi della materia. La vita non è che un insieme di compressioni e decompressioni, spostamenti, immobili sommovimenti di massa e onde. Stai lì e la tua fisicità occupa uno spazio comprimendo il vuoto circostante, un vuoto circostanziato. Azioni, parole, pensieri premono sull’attorno ammassando vuoto. Poi sposti la massa intesa come massa critica e la decompressione si innesca. Perciò, presa da un certo punto di vista, un variare di posizione, pensieri, atti, informazioni, genera un’ondulazione che rimodella vite, situazioni, costellazioni, anche. E nello stesso tempo, se lo spostamento è squilibrato, porta a dolore, disperazione, tragedia, buchi neri. Dirupamento anche, come questa stanza.”

La donna guardò la finestra certa che il rotolio di tutto ciò che giaceva in quell’ambiente sarebbe iniziato proprio in quel momento, si sostenne al tavolo zoppo, la sensazione peggiorò.

“La reale mostruosità, in tutto questo,” Granisa sollevò gli occhi inchiodandoli sul volto della donna “è che nel disperato tentativo di contenere compressioni e decompressioni dovute al nostro grave, è impossibile badare agli altri. E chi ci sta intorno, viene travolto in bene o in male. A quel punto, il non soccombere in prima persona al potere devastante di una decompressione è una questione di sopravvivenza universale.”

“Signor Granisa, la prego” la donna parlò esasperata, “Lei è sospettato di avere procurato gravi lesioni a un agente SIO durante lo svolgimento delle sue mansioni.”

“Un idiota, invasore.” Sembrò precisare Granisa.

“Lo capisce di cosa è accusato?”

“Certo che lo capisco.”

“Ha qualcosa da dichiarare, a parte le sue elucubrazioni?”

“Non molto. Se non che questa sordida colonizzazione deve finire.”

“Si rende conto di quello che sospettano lei abbia fatto?”

“Chi le ha detto che sono stato io?”

“È finito all’ospedale il nostro agente! In fin di vita. Ossa rotte, carni lacerate. C’è una denuncia, è stato lei?”

“Temo sia questa sua indisposizione verso me, verso questo posto che glielo fa credere.”

“Quindi si dichiara innocente?”

“Meritava di peggio.”

“Signor Granisa,” La donna socchiuse gli occhi per un capogiro, faticava a pensare e incolonnare le parole “cerchi, cerchi di darmi una risposta plausibile.”

“Qualcuno lo avrebbe fatto prima o poi. Da qualche parte doveva iniziare la decompressione.”

“Glielo chiederò ancora, è stato lei a ferire l’agente della SIO? Ho una guardia armata in macchina che la preleverà a un mio segnale. Ma io voglio sentire cosa ha lei da dire prima.”

“Mi rendo conto,” Attaccò Granisa facendo roteare una sigaretta spenta tra le dita “Da un certo punto di vista è stata una sorpresa anche per me. Quello che sento, la notte,” Granisa si passò una mano sulla testa rasata e lo scricchiolio di pelle su pelle fu come una corteccia che va in frantumi, la donna rabbrividì “Dapprima è stato solo un sentore, l’urlo di una creatura soffocata in un bòcaro, per spiegarle, poi grida d’assalto, canti guerrieri, sperversa fanteria montana. Tutto ciò, qua dentro.” Granisa si puntò un dito alla tempia.

“Questi sono i documenti che regolano la sua dimora obbligatoria nei prossimi giorni.” La donna riprese per un attimo il controllo, o forse fu solo l’urgenza di lasciare quella catapecchia e quell’uomo “È stata sporta una denuncia a suo carico,” La donna sparigliò alcuni fogli sul tavolo parlando in tono formale, ma strozzato “dovrebbe firmare.”

“Li lasci lì e se ne vada.”

“Li firmerà?”

“Al bisogno, ci accenderò la stufa.”

“Ascolti, Granisa, una grave accusa le pende addosso. I nostri agenti, terminato il giro di interrogatori verranno a prelevarla, e non ha ancora dichiarato nulla di sensato per scagionarsi, da che sono entrata qua.”

“Penso di avere già spiegato tutto,” Granisa riprese a scrutare a terra, gli scuri e grandi occhi come chicchi d’uva “fatti, cause e conseguenze. Ma lei non ascolta, lei sposta fogli e basta.”

“Non mi sento bene.” Farfugliò la donna.

“È una decompressione.”

“Mi gira la testa.”

“Violenta decompressione.”

“La testa…” Quasi sembrò sul punto di scoppiare a piangere.

“Nessuno è predisposto all’urto.”

La donna fissò i fogli sul tavolo, cercando di recuperare una lucidità sconvolta. 

 “C’è qualcosa qua attorno che mette malessere.” La donna guardò verso la finestra, un mostruoso Opilione scorrazzò sulla parete come fosse attirato dall’inclinazione, il ragno si arrestò e rimase lì a dondolare sulle zampe filamentose, quasi ammortizzasse l’incontrollata discesa innescata dalla pendenza.

“A volte penso che vorrei potere esplorare il dolore, non quello fisico del dito lasciato tra porta e telaio, quello morale, il dolore profondissimo, che scava un cratere tra i visceri. A volte, vorrei calarmi in quel cratere, per capire da dove venga questo sprofondare, dove vada.”

“La smetta, la prego. Non posso restare qua.” La donna parlò con gli occhi sbarrati.

“Sa che, a certe ore, anche a me, sembra di udire un sinistro sciaguattare sul fondo.” Granisa sollevò lo sguardo infiammato e raspò nel taschino.

“La prego, basta.” 

“Non c’è legge al di fuori di questa teggia inclinata, non c’è Dio al di là del fiume Ozola. Solo i segni, e un Clan selvatico.”

“Lei parla come fosse in atto un conflitto.” La donna afferrò il bordo del tavolo sbilenco con le mani, certa che sarebbe caduta a terra, o precipitata.

“Guerre. Ce ne sono state di guerre nei secoli, rovinose ritirate nei boschi, deportazioni, rivolte e sommarie impiccagioni per detronizzare spietati feudatari, assalti all’arma bianca in profonde gallerie abitate da predatori anuri.”

‘Un bicchiere d’acqua’ Pensò la donna, non lo disse ma strisciò con lo sguardo oltre la spalla dell’uomo a un rubinetto sbeccato, una goccia in quell’istante precipitò verso il lavabo, la donna la vide cadere in traiettoria perpendicolare, errata, in universo inclinato. La cosa la mise ancor più a disagio.

“Se ci rifletto,” sorrise Granisa fumando ancora “solo l’acqua è rimasta la stessa da che esiste il Mondo.”

“Lei non capisce.” Ansimò la donna.

“Temo sia esatto il contrario. Lei presta attenzione ai segni?”

“Quali segni?”

“Presagi, circostanze, crepe nel tessuto universale.”

“Mi faccia il piacere.” Scosse la testa sfinita.

“Che portano a divinazioni, sindacando viscere esposte di mammiferi.”

“Vuole scherzare?”

“Decifrando l’arrancare degli esapodi.”

“Non parlerà di magia?” La donna abbrancò più forte il tavolo.

“Segni, tradotti sulla pelle caustica degli anfibi.”

“Sto male, e non so il perché.” Le sembrò che la sedia scivolasse verso la parete “Devo andarmene.”

“Lo faccia, lo faccia adesso.”

“Verranno a prenderla.”

“Farebbero meglio.”

“Non mi capacito di questa situazione, lei farnetica di pratiche magiche, segni, divinazioni. Non è possibile, vuole prendermi in giro.”

Granisa sorrise, per la prima volta affabile “Parlo con la voce degli antenati, degli ancestri. Stringo la lorica, affilo l’ascia.”  

La donna si alzò traballando, raccolse la borsa, tentò di proiettare lo sguardo nel chiaro scuro, ai due gradini che conducevano all’uscita, tutto sembrò sollevarsi, impennarsi, oscillare. Guardò di lato sconvolta, Granisa la fissava fumando, immobile, come se tutto quel tremore, quell’inclinarsi non lo intaccasse, come se avesse potuto starsene seduto lì per anni a elencare di fatti e idee. A fatica scese i gradini, il fazzoletto premuto sulla bocca a contenere una nausea violenta. Fuori, si appoggiò al muro con una spalla per ridiscendere la stradina. Silenzio. Grondante, acuminato, irrisolto. Le sembrava di non ricordare quasi niente di ciò che era stato detto là dentro, solo i fogli scivolare gli uni sugli altri, il fumo delle sigarette, quella goccia staccarsi e scendere dritta, solo una sensazione di cupa distorsione.  Era notte, una foschia fumosa sbrodolava, come se attorno, in antri nascosti tra le case, qualcuno avesse messo a bollire ungulati appena scotennati, l’umido che colava ovunque aveva un chè di appiccicoso, bisunto. I lampioni a fatica spiattellavano un chiarore malato, magri, ricurvi, scrostati, uno bruciato, quello dopo morente. La donna guardò in su, la casa di Granisa arresa in avanti, gli altri tuguri sbrecciati a premerle addosso. Ancora un capogiro, sfiorò la portiera tastando la maniglia, aprì e fece per infilarsi nell’abitacolo, ma prima crollò, e vomitò. La guardia scattò fuori e l’aiutò a mettersi in macchina. “Andiamocene.” Sussurrò lei, implorò e scongiurò. 

Granisa ascoltò il ronzio del motore elettrico, l’autovettura allontanarsi veloce. Gettò la sigaretta a terra, si alzò e attraversò la cucina, da dietro la porta raccolse un randello irto di spine ferrose, chiodi lunghi un dito, l’impugnatura intagliata con maestria, all’altra estremità una punta acuminata, macchie di sangue rappreso tingevano l’arma, e gli spunzoni che luccicavano alla bassa luce. 

Granisa aprì la porta di casa, gettò il bastone su una spalla e sparì nel crepaccio umido della notte. 


Silvano Scaruffi vive a Ligonchio e fa il Guardiadiga. Abita in fondo al paese, alla Rocca, scendendo dalla rampata del Bocco verso la Valla. Ci si arriva anche dall’altra strada che passa dal Bastione e finisce in Corea.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

1 commento su ““Crinale” di Silvano Scaruffi”

  1. marina davolio

    Molto bello. Un racconto da leggere per poi ‘pensarlo’ perché lascia così, sospesi.
    A volte anche io vorrei poter esplorare il dolore, e poi calarmi in quel cratere e capire. Chissà cosa poi? Per accettare questa vita? Per accettarmi?

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