Formicaleone

Ripartire da sé: sangue e latte di Eugenio Di Donato

Il paese in cui nasci, la famiglia con cui cresci, le abitudini, le tradizioni da cui sei circondato, le esperienze in cui ti imbatti volutamente o per caso, forgiano la tua personalità e ti rendono quello che sei. Nel bene e nel male non puoi prescindere da ciò che è stato e da quello che ti è successo, soprattutto se il passato esercita ancora un forte potere sulla tua vita. Lo fa contro la tua volontà ma te ne accorgi perché i giorni che stai vivendo non sono come li vorresti, te ne accorgi perché per troppo tempo hai lasciato che fossero gli altri a scegliere al posto tuo. A un certo punto però decidi che non puoi più nasconderti dietro l’idea che il mondo si è fatto di te, ma devi riconquistare il tuo spazio vitale. E puoi farlo, sei ancora in tempo.

Nel romanzo Sangue e latte (El Doctor Sax 2020), Eugenio Di Donato racconta la vita di un uomo, Ludovico Travagli. Sin dalla prima pagina appare nero su bianco il dramma che lo ha colpito: la nascita e la morte immediata del suo primo ed unico figlio. È questo l’evento trainante dell’intera storia, che però acquisisce contorni più delineati soltanto ripercorrendo quella che è stata l’infanzia del protagonista. Ludovico nasce in un piccolo paese di campagna, cresce osservando la vita semplice dei suoi nonni, scandita dal lavoro nei campi e dal susseguirsi delle stagioni. Il suo carattere è introverso, fa difficoltà a stare insieme agli altri e ha pochi amici, anche fra i banchi di scuola. I suoi genitori divorziano ma trovano il tempo per pianificargli un futuro lontano dai campi, in mezzo agli uomini che contano. All’università si iscrive alla facoltà di ingegneria dove macina un esame dopo l’altro, ma non riesce a sfruttare le opportunità che una grande metropoli può offrire.  

“Dovevo solo preoccuparmi di superare gli esami e trovare un modo per sopravvivere, a tutto il resto pensava mia madre: il dentista, i vestiti, perfino l’iscrizione agli anni successivi di quello che sulla carta era il mio corso di laurea. Ero un bambino che aveva come unica preoccupazione, quella di riempire con i colori l’interno di alcune figure. Facevo gli esami. E il mio mondo si esauriva là. Quando gli esami sono finiti, mi è toccato fare qualcosa in cui non riuscivo.”

Dopo la laurea consegue un dottorato di ricerca, immerso nello studio fino al collo con il timore di deludere le aspettative degli altri. Nel mentre la vita gli ha dato e gli ha tolto un figlio. Di lì a poco la decisione di mandare all’aria la carriera universitaria. Tempi bui e di profonda incomunicabilità con la compagna Agata, qualcosa si è rotto e pare impossibile da riaggiustare. Accetta un lavoro con una multinazionale straniera, un impiego con contratto a tempo indeterminato e una paga di tutto rispetto, ma che non offre alcuna gratificazione personale. 

In Sangue e latte, il racconto è un andirivieni tra passato e presente, un flusso di coscienza che è una disamina degli errori compiuti, delle ingiustizie subite, di quei non detti che stratificati nel tempo sono diventati muri infrangibili. La storia di Ludovico Travagli in molti degli aspetti che la caratterizzano è la storia di quei tanti che sono incapaci di svincolarsi da una vita che non gli appartiene. È la storia di chi fa fatica a ribellarsi ad un insieme di regole tacitamente imposte, di consuetudini a cui adeguarsi perché è stato così per generazioni. La vicenda del protagonista insegna però che non è mai troppo tardi e che dalle parole bisogna ripartire. Occorre dare un nome a quella montagna di emozioni sedimentate nella propria interiorità e dar voce ai propri desideri. Soltanto così è possibile intraprendere una strada che per quanto rischi di deludere gli altri è la sola che si adatta a ciò che siamo e a ciò di cui abbiamo bisogno.

“Per quanto ci sforziamo non possiamo scegliere come e quando morire. Ma possiamo accogliere il nostro passato, accettare che non potevamo fare più di quello che abbiamo fatto. Solo dopo, quando abbiamo metabolizzato attraverso una profonda analisi introspettiva le esperienze dolorose che ci hanno reso prigionieri scegliere fa la differenza”.

Eugenio Di Donato affronta nel suo libro la drammaticità della morte nella sua duplicità: quella fisica, ineluttabile, ma anche quella spirituale che si manifesta quando l’uomo non alimenta le sue passioni e finisce pian piano per spegnersi. Il substrato dell’intera storia è però la mancanza di comunicazione, l’incapacità e il timore di aprirsi a chi si ama, per paura di ferire, di tradire le aspettative, ma anche per l’angoscia di rimanere nudi. La vita umana è un intreccio di più fasi, inseparabili fra loro fino a quando non decidiamo di mettere un punto, fare ordine e ricominciare.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare )

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *