Formicaleone

Quel sogno con Noventa – Conversando con Franco Loi di Renato Minore

«La personalità poetica più potente degli ultimi anni», ha scritto di lui, nel 1978, Pier Vincenzo Mengaldo. E lui, Franco Loi, genovese da sempre milanesizzato, scrive nel dialetto della sua città d’adozione, la lingua di Porta e di Tessa. Ma che razza di milanese è il suo, irriconoscibile, inserito in una koinè davvero singolare e unica, con arcaismi, medioevalismi, apporti da altri dialetti, il genovese, il veneto?

Non è la lingua della natura o dell’infanzia, non è «petèl» di Zanzotto; è la lingua «paterna di elezione e di storia», la lingua dell’adolescenza segnata dai tragici avvenimenti bellici (piazzale Loreto torna ossessivamente nei suoi versi), la lingua della ferocia dei posti di lavoro proletario, la lingua dei complicati rapporti con la politica che prometteva quella cosa lontana e mitica, la rivoluzione… Di tutto ciò Loi testimonia, con i suoi ricordi, con le sue scelte di vita, con tutta la sua persona.

Lo incontro nel suo modesto appartamento carico di libri dove vive con la moglie e due figli. È tornato free-lance da qualche anno. Prima ha fatto molti lavori: allo scalo merci di Milano, alla Rinascente, alla Mondadori. Ricorda l’esperienza della Rinascente alla fine del Cinquanta: era un’Italia davvero sorprendente quella che scopriva attraverso le sue inchieste condotte per stabilire dove aprire un nuovo negozio. «Mi sono mosso dappertutto, ho conosciuto posti dove non era mai arrivata la pubblicità, cercavo le persone più in grado di darmi notizie, il segretario comunale, il prete, il medico».

Insomma, un bagno di vita o nella vita. La poesia di Loi è tutta immersa nel quotidiano, nella difficile e irta fattualità dei rapporti umani, nella concretezza del lavoro, nella fatica di andare avanti, nella speranza in un domani migliore, di condizioni sociali diverse che hanno la loro radice nell’oggi, nella solidarietà possibile tra uomini che vivono la stessa esperienza, si sfiorano e, «naturalmente», fanno insieme la propria via. E parlano la stessa lingua. Loi insiste su questo particolare. Ricorda la Milano dell’immediato dopoguerra. Vi confluivano tante lingue e tante culture, «uno si sentiva accettato e allora entrava a far parte della città e accettava tutto, anche il dialetto. Che veniva deformato, trasfigurato, reso irriconoscibile. Ma c’era dentro una vitalità, una forza…! Sì, io ho fatto parte di un mondo, di uno “status”, di un momento spirituale (non trovo ora una parola più giusta) che è stato transitorio, è durato un fazzoletto di anni, in cui c’era lo sforzo di essere proiettati nel futuro. Poi tutto è cambiato, l’anno del trapasso è stato il 1955: la ricostruzione cominciava a dare i suoi frutti, appariva un altro mondo, c’era chi era messo ai margini, io stesso ho faticato molto per inserirmi. Lentamente la classe operaia si è come dissolta, il terziario ha preso il sopravvento, chi è andato a fare l’impiegato, chi il tecnico, chi il fotografo…».

Di qui nasce una grande, collettiva nostalgia. La sua poesia vuole forse elaborare il lutto di quella perdita, la scomparsa di quel mondo, lo sfaldarsi di quel dialetto così vitale?
Certo, la memoria oscilla, considera retrospettivamente una storia che si è compiuta per sempre, di cui la gente, purtroppo, non ha avuto coscienza perché gli uomini ne sono stati più oggetto che soggetto di storia. Il fallimento della loro storia, come idealità e come ideologia, ha contribuito non poco al formarsi di una società come quella di oggi, nel suo male ma anche nel suo bene. Sì, quell’esperienza è chiusa, però la nostalgia, semmai, è per la progettualità personale che è andata perduta, che bisognerebbe recuperare.

Ma da questo discorso la sua generazione è esclusa?
Penso di sì. Però ad altri può servire. Prenda la situazione dei dialetti. Stanno sparendo? Benissimo, nessuno ci piange sopra. Il problema resta sempre la lingua, cosa sa esprimere la lingua, come si esprime la poesia.

Può spiegarsi meglio?
È importante, a mio avviso, che se io guardo la luna oggi, se ho conosciuto la luna attraverso Leopardi, anche oggi la veda con occhi nuovi, attraverso gli occhi del poeta di Recanati. È importante che rifletta come faceva lui: questa immobilità, questo gesso nel cielo, vivere questa emozione è qualcosa che fa parte della storia dell’uomo. Quando gli uomini si impadroniscono della poesia, prendono consapevolezza e coscienza di un modo di scoprire e di vedere il mondo, di un modo di essere che prima non c’era.

Ma veniamo alla sua esperienza di poeta. Le prime poesie in dialetto le ha scritte all’inizio degli anni Sessanta. Ricorda le emozioni di quella scelta? Gli stati d’animo di allora?
Era una particolare situazione interiore. La poesia si faceva, non ero io che la facevo. Giravo per la stanza con la macchina sul tavolo, recitavo, piangevo, ridevo, camminavo avanti e indietro. Nello stesso tempo (ecco la stranezza) sentivo che c’era qualcosa che guardava me, che guardava quell’attore che piangeva e rideva. Camminavo, pensavo per strada, da questi pensieri venivano versi, tiravo fuori il taccuino e scrivevo. Su tutto c’era la mia mente che stava attenta: alle assonanze, ai suoni, alle parole.

Ha qualche spiegazione che non siano quelle vecchiotte e spiritualistiche dell’ispirazione, del poeta che sta tra le nuvole, invasato da chi sa che cosa?
Ho pensato all’inconscio collettivo di Jung, ho pensato al Dio nascosto. C’è anche un altro fatto misterioso, che non riesco a capire in fondo. In quel periodo io ho sognato Giacomo Noventa, grande maestro della mia vita e della mia poesia. L’ho sognato proprio la mattina in cui è morto. Ma io ancora non lo conoscevo.

Il sogno sembra uscire non dalla casistica di Freud, ma da quella di Artemidoro, per il suo esplicito carattere di designazione profetica, o di preveggenza. Un venditore di caldarroste chiama insistentemente Loi che, insieme ad alcuni amici, si trova nella stazione milanese. Gli dice perentoriamente: «Tu, vieni qui». «Io, perché proprio io?», si schermisce Loi. «Sì, proprio tu. Va avanti così, questa è la strada giusta». «Ma io non so cosa voglia dire la strada giusta». «Non preoccuparti, continua così, quando sarà il momento giusto io ti aiuterò, ti guiderò. Io sono Noventa». Loi si sveglia tutto agitato, va alla Mondadori e sa dal suo amico Carlo della Corte che Giacomo Noventa è morto poche ore prima. «Ma questo Noventa – fa – non era un tipo con le sopracciglia molto folte, la fronte alta e spaziosa, le labbra un po’ tumide, gli occhi infossati dentro le orbite, molto globosi, come se ci fosse un concavo molto forte dentro questa iride?». «Ma tu l’hai descritto sul letto di morte», risponde della Corte. E Loi rimane di sasso. Cosa pensa oggi di quel sogno?

Non ho spiegazioni. Forse conoscevo in qualche modo Noventa, forse il suo nome m’era rimasto nella coscienza. Non so che dire, la poesia è fatta di questi misteriosi approfondimenti. Attraverso la lingua, attraverso la parola si entra davvero profondamente dentro noi stessi da tirar fuori l’inconscio. Scrivere è la scoperta di un mondo che non sappiamo, che ci appare la prima volta.

La sensazione di toccare qualcosa di molto profondo o di completamente rimosso l’ha avuta nel momento in cui si è messo a scrivere in dialetto?
Un solo esempio. A me è capitato in alcune poesie di usare il genovese. Una lingua che non conoscevo per nulla, salvo che per orecchiamento. Era mio padre a parlarlo, anche se non era genovese. Probabilmente m’era rimasto dentro, così più usavo le parole, più mi tornava la memoria. Una memoria precisa, meticolosa: ad un certo punto ho fatto la pianta della casa dove sono nato, dove ho vissuto il mio primo anno di vita. Mi ricordavo tutto: il disegno delle piastrelle, la sistemazione dei mobili, le sedie, il letto, la culla. Mia madre mi ha confermato che era tutto così.

«Ho pensato all’inconscio collettivo di Jung, ho pensato al Dio nascosto. C’è anche un altro fatto misterioso, che non riesco a capire in fondo. In quel periodo io ho sognato Giacomo Noventa, grande maestro della mia vita e della mia poesia. L’ho sognato proprio la mattina in cui è morto. Ma io ancora non lo conoscevo»

La poesia ha per lei queste qualità quasi magiche, negate ad altri campi del sapere. Recupera una sorta di voce collettiva e privata che i tempi sbadati in cui viviamo non permettono spesso neppure di intuire.
Il bambino inventa creativamente il suo gioco che non è mai una cosa futile per lui. La poesia recupera quel gioco, è un modo di entrare in rapporto con il reale, il tenere sveglia la coscienza. Se senti un’emozione, devi esprimerla con parole che corrispondano ad essa: solo così può tenere sveglia la parte di te che sente in quel modo. Ma devi stare attento, la convenzione linguistica è sempre in agguato. È come quando la mamma, da piccolo, ti dice: metti la sciarpa perché fuori fa freddo. Alla fine, se te la togli, ti prendi un accidente, anche se è bel tempo. Non sei più in rapporto con il freddo, sei in rapporto con la sciarpa. Così troppo spesso, invece di essere in rapporto con l’anima della parola, sei in rapporto con una parola convenzionale, morta…

… che non serve a nulla?
Che serve, sì, ai bisogni tanto massicci della comunicazione corrente, ma sicuramente non serve a scambiare vita e vita tra gli uomini.

In questo scambio lei però usa una lingua difficile, incomprensibile a tanti, come il dialetto milanese. Questo non è un ostacolo?
A me è capitato di leggere poesie in un festival dell’Unità. Un baccano infernale: io leggevo all’inizio soltanto per dieci persone tra tanto pubblico, poi lentamente si è formato un gruppo, trenta, quaranta persone. Era gente semplice, umile. Vecchi operai della Breda, sentivano quelle cose che avevano vissuto in prima persona. Quando ho finito uno mi ha abbracciato. No, il problema non è il dialetto. Il problema è l’allontanamento della gente dalla poesia: non capire più che una poesia di Leopardi fa ancora parte della nostra vita se il problema è la mancanza di creatività nell’uomo che è meno attivo, meno ricettivo nei confronti della lingua. Altro che dialetto!

L’aria 
Sì, s’eri lì, a legg, e ‘n’ aria fina
vegniva a full daj fòj a la fenestra,
leggevi e ‘n più pensavi, e la surina
fresca passava, serena. Oh tiì maestra
che de la vita sa, ti ligerina,
frina me sona e, squasi ‘me se l’estra
luntan mi me purtàss d’una matina,
me vegn de piang d’un piang che me sladina.
Oh pader, ch’a parla mai te scultavi,
che nustalgia de ti porta la vita!


Questa conversazione con Franco Loi è contenuta nel libro “La promessa della notte” Donzelli 2011.

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

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