Formicaleone

“Un trittico di Bosch” di Emanuele Pettener

Passeggiando per le scure e fresche stanze dell’Accademia di Venezia, incontrerete un trittico dipinto da Hieronymus Bosch nel cui pannello centrale s’erge un Cristo crocefisso, giovane e bello, pianto da una folla di disperati ai piedi della croce – in particolare un tale è piu disperato degli altri, sembra svenire per il dolore. Ma Bosch vi sta ingannando.

Secoli e secoli fa il re di Lusitania convocò a corte la propria settima figlia, Vilgefortis. Dal trono, lo sguardo di ghiaccio nell’ovale scuro come terra bruciata d’Iberia, la barba nera come pece infernale, il re fissava la figlia con riprovazione e turbamento: sotto una tunica di leggero e prezioso lino bianco, s’intravedevano forme femminili dolci e sinuose, fianchi docili e disposti alla battaglia amorosa, cosce carnose, seni mirabili simili a frutti d’estate. Un velo di lieve sudore le carezzava il volto, pieno e dall’incarnato di rosa, quasi avesse fatto una corsa, e tremolavano le labbra morbide, e come l’Atlantico in burrasca brillavano gli occhi grigi.
Il re non fece preamboli: “Figlia, andrai sposa al principe saraceno Rahim, figlio del re di Sicilia”. Vilgefortis, gli occhi spalancati di terrore, cominciò a piangere. Il re era disgustato. La licenziò e dimenticò  in fretta le lacrime e i seni di quella sua figlia, della quale a malapena ricordava il nome. Passarono alcune lune e arrivò il giorno del banchetto nuziale, in cui gli sposi per la prima volta s’incontravano, la sera prima delle nozze vere e proprie.

Il banchetto venne servito in un favoloso salone dorato nel cuore del castello reale, dalle oblunghe vetrate di Baviera e lampadari giganteschi importati dalle fornaci della Serenissima; su un’ampia tavolata a T, corredata da meravigliose tovaglie damascate, candelabri d’argento di Britannia e acquamanili di maiolica a guisa di gallo, vennero servite le prelibatezze più astruse: arrosti di bue guarniti con pollo, capretti allo spiedo, castrati stufati su fette di pane fradice di sugo, petti di gallina e riso cotti nel latte di mandorle, trippe con fagioli bianchi, teste d’agnello, torte d’aglio, lepri, quaglie, pernici, minestre di patate e cavoli neri, zuppe di frutti di mare allo zenzero, seppie avvolte in foglie di radicchio rosso, sardine cucinate su braci di carbone, riso scurito con sangue di lampreda,  pere al vino greco, budini di caramello, di zucca, d’arancia. Il banchetto prevedeva 52 portate (dieci delle quali a base di baccalà) e venne innaffiato dai vini più preziosi, provenienti dai monasteri di Borgogna e Toscana, ma nessun vino riuscì ad ubriacare Rahim quanto la bellezza della sua futura sposa.

Rahim era appena entrato nel suo diciasettesimo anno di vita e, prima di questo mirabile evento, si annoiava mortalmente. La vita a corte era tediosa, una serie infinita di precettori, ambasciatori, lacché, e mai nessuna novità. Ogni tanto se ne andava a prendere il fresco nel labirinto di siepi e aranceti ideato, per conto del padre, da un architetto bizantino, non potendo però andare oltre le mura, poiché gli era proibito: la città era pericolosissima. Ma sembrava così interessante! Assediata da un sole africano, sotto l’infuocato cielo siculo, si muoveva un caos polveroso di mercanti, briganti, pirati, giocatori di dadi e avvinazzati da osteria, cantastorie e poeti, assassini e bellissime prostitute provenienti dai paesi d’Oriente. Pulsava la vita. Di quei paesi, di quei personaggi, aveva letto durante torride notti insonni, torturato dal desiderio e dallo scirocco che soffiava dalle finestre del palazzo. Sognava di cavalcare attraverso deserti lucenti, di solcare le acque azzurre del Mediterraneo, di conquistare città costruite in crisopazi e rubini, sognava di salvare principesse. Invece al massimo rubava un’arancia all’aranceto. Essendo il terzogenito non sarebbe mai diventato re, di andare a farsi ammazzare in battaglia aveva poca voglia, quello che l’aspettava era una vita di rappresentanza, una vita nelle retrovie, di rituali e inchini: che noia! Passava le sue giornate con precettori arabi a studiare le arti matematiche e l’alchimia, l’astronomia e le lingue (ne conosceva otto), tirava di scherma, faceva lunghi bagni nella vasca reale, s’ingozzava di cannoli ai canditi. Per questo motivo, a differenza di Vilgefortis, aveva ricevuto con una certa eccitazione, da suo padre, la notizia del suo matrimonio: finalmente un diversivo! Un lungo e faticoso viaggio, non privo di rischi e avventure, un palazzo in un altro paese – secondo i negoziati, Rahim avrebbe ricevuto in dote una piccola regione lusitana di cui sarebbe diventato principe – e, soprattutto, la libertà! Questo lo inebriava. Nuovi posti, nuova gente, finalmente libero dal giogo di suo padre, avrebbe cavalcato per leghe e leghe, nuotato in nuovi mari, assaporato nuovi vini e nuovi cibi.

E poi magari questa Vilgefortis non era male, chissà. Le sue esperienze sessuali erano, al momento, piuttosto deludenti: al suo sedicesimo anno di vita, come da prassi reale, era stato iniziato al mestiere della procreazione da una cortigiana scelta da suo padre secondo i suoi gusti all’antica: grassa e pelosa. Costei lo maneggiò e lo ricolmò di baci, ma essendo dotata di baffetti irti, lo punse in ogni dove, lasciandolo inorridito, sdegnato, e irritato di pelle. Per fortuna la sua mente veniva eccitata da alcuni manoscritti proibiti, passatigli dal compiacente bibliotecario di corte, ricchi di donne lisce, rosate come tramonti di maggio e soffici come crema di cannolo. E allora bruciava per i seni strozzati nei corpetti delle spose dei duchi e dei conti in visita diplomatica, e s’infiammava per certe popolane aventi accesso al castello per rifornire la corte dei prodotti delle terre: le chiome more e scomposte, i volti arrossati di sudore, tizzoni ardenti  gli occhi, bianco il collo, poppelline delicate e sode!   
Immaginò questa Vilgefortis con le fattezze di una di queste popolane, dalle cosce dorate e il sedere bianco come latte di capra, la bocca scarlatta che si avventa su di lui: ma dovette frenarsi, memore d’aver già peccato oltremodo negli ultimi giorni e delle parole del medico di corte, secondo il quale l’eccessiva attività amorosa, compresa quella con se stessi, rinsecchisce il corpo, abbassa la vista, rammolisce il cervello, accorcia la vita. Proprio ora che finalmente la vita diventava interessante, Rahim non intendeva sprecarla. 
Naturalmente era conscio che da lui ci si aspettava, oltre al risibile compito di governare qualche agro di terreno e un po’ di popolo, che continuasse la stirpe: figli, e che fossero maschi, naturalmente. Doveva essere scaltro: partorire a iosa, oltre a mettere ogni volta a repentaglio la vita della sua Vilgefortis – che ormai visualizzava secondo l’immagine specifica di una venditrice di fichi, mora e spregiudicata – l’avrebbe resa sformata e meno appetibile. Il figlio maschio doveva allora venir subito(questo, per chi aveva studiato come lui, era facile: le avrebbe dato da mangiare utero e testicoli di lepre), dopodiché Rahim, magari a insaputa di Vilgefortis, si sarebbe fatto preparare decotti di lattuga e iniettare acqua ghiacciata per raffreddare il seme, mantenendosi sterile a tempo indeterminato. Sì, c’era da esser soddisfatti. 

Invece, pur stanco e affamato e stravolto dal viaggio, non gli riusciva di toglierle gli occhi di dosso. Pur all’interno del complicatissimo rituale fatto di inchini ed espressioni formali, pur circondato dai famigliari dell’uno e dell’altro e da una messe ordinata di consiglieri, damigelle,  segretari, e sebbene Vilgenfortis sfuggisse di continuo il suo sguardo, restia, riluttante, come avvolta da una tristezza infinita – Rahim ne fu ipnotizzato. Vilgenfortis era non solo la cosa più bella che avesse mai visto, ma la cosa più bella che avesse mai potuto immaginare, venivano a mancare i versi dei poeti, non c’erano abbastanza parole in tutte le otto lingue che conosceva, forse bisognava mettersi a studiare il Mandarino o i dialetti del Corno d’Africa, per poterla descrivere: una rosa immacolata in un gardino d’inverno, e il suo candore lo stordiva come vino di Cipro. I capelli, intessuti in un gioco infinito di trecce, gli ricordavano il miele di Persia, la pelle possedeva la qualità del latte purissimo, ma le labbra sembravan fatte di madreperla, il naso delicato una miniatura ellenica, e lunghissime ciglie simili a ventagli egiziani si levavano e si abbassavano su occhi simili al cielo prima della tempesta. 
Seduti al cento della sbarra orizzontale della tavolata a T, avendo ciascuno a lato i rispettivi regali genitori, prima di una sfilza d’altri consanguinei, i due fidanzati non parlavano, malgrado i tentativi di Rahim: lei taceva, gli occhi bassi, limitandosi a tremebondi monosillabi.
“Non dovete aver paura, mia sposa, vi tratterò come un fiore” sussurrò Rahim, e con la sua mano inanellata cercò  di sfiorare la sua, bianca come l’avorio, ma lei la ritrasse: sembrava terrorizzata. Rahim non capiva. Eppure era un bel giovane: solido, muscoloso, dal ventre piatto e forte come uno scudo germanico. Le sarebbe potuto capitare uno storpio, come alla poveretta di Rimini, della quale si parlava in mezza Europa. Aveva pure ottimi modi: non l’avrebbe mai battuta, come s’usava, ma toccata sempre con delicatezza, accarezzandola nelle notti calde, ricoprendola col suo corpo in quelle fredde. L’eccitazione era tale che aveva lo stomaco chiuso, non riuscì a toccare cibo, proprio come lei: del resto a nutrirlo era sufficiente il profumo che veniva da quella carne adorata, violetta e lavanda e fiori d’arancio! Ne era inebetito.

Nella notte Vilgefortis chiese alle ancelle di lasciarla sola. Pregò. Pregò  il Signore Cristiano. Infatti, ciò che la disperava non era il matrimonio con un uomo sconosciuto (benché i suoi modi a tavola –  quel suo guardarla come un demonio affamato, quel cercare addirittura di toccarle la mano – non promettevano nulla di buono); a questo era stata preparata sin da bambina. Avrebbe accettato il suo destino muliebre con remissione ma il problema era che segretamente, nelle vie inesplorabili del suo cuore, s’era fatta spazio la luce della fede cristiana. A Cristo Re aveva recato voto di verginità e, una volta preso il coraggio di annunciarlo a suo padre, sarebbe entrata in convento per dedicare la propria vita a Dio: il solo pensiero la colmava di una gioia inesprimibile, come se il sole stesso si aprisse nel suo seno, e i raggi la trafiggessero di calore e delizia. Purtroppo il re fu più lesto a trovarle un consorte di quanto lei lo fosse stata a trovare il coraggio di chiedergli udienza: e ora, come nelle notti precedenti, piangeva e pregava che il Signore Iddio le risparmiasse quella prova, che salvaguardasse la sua verginità, e siccome la sua fede in Dio non era ancora così matura pensò di doverGli suggerire come fare: farla diventare brutta, così che lo sposo la ripudiasse. Non le sfuggì che avrebbe potuto agire da sola, deturpandosi con l’aiuto di lame o fuoco, ma, oltre a un legittimo timore del dolore, questioni teologiche la frenavano: agire in proprio non voleva dire sostituirsi a Dio? E se avesse frainteso la Sua volontà, se invece Lui l’avesse voluta sposa e madre? E inoltre: era lei una creatura di Dio (e la sua naturale modestia non poteva impedire di vedere, con sottile orgoglio di cui poi ogni volta si pentiva, d’esser una bellissima creatura di Dio). Offendendo se stessa, non avrebbe forse offeso Dio stesso?

Sicché il Signore Cristiano l’udì e se ne commosse. La mattina delle sue nozze Vilgefortis, crollata sul cuscino foderato di Fiandra, ebbe un moto di stupore, orrore, gioia quando si vide nello specchio d’argento: una fluente barba nero pece aveva offuscato le sue guance di rosa e scendeva a boccoli  ad adombrarle i seni.Vingefortis chiamò la sua ancella più fedele, coprendosi con un velo bianco per non spaventarla, e le chiese di far chiamare il suo promesso sposo.
Il promesso sposo, pur sorpreso dall’inusuale convocazione, si esaltò, eccitato all’idea che si trattasse di usanza lusitana, e s’infervorò a fantasticare ipotesi erotiche, quali Vilgefortis che si mostrasse nuda per essere vagliata nella sua interezza e ottenere l’approvazione finale al matrimonio. In qualche modo Rahim non aveva torto: non era nuda, ma – sola nella stanza – indossava una splendida veste bianca come le perle dei fondi oceanici e un velo che le copriva il volto. A Rahim sembrò d’impazzire quando nella mente anticipò quello che ormai era certo stesse per accadere: un gesto volatile, elegante, della sua futura sposa, a sciogliere il nodo dei fianchi, e la veste che cade ai suoi piedi: e lei, nuda, i seni sodi e pieni, i capezzoli rossi e duri come fragoline di bosco, il ricciuto vello d’oro fra le cosce.
“Mio promesso sposo,” la voce ferma dietro il velo disse, “una cosa orribile è accaduta nella notte. È giusto che voi la sappiate, perché non voglio ingannarvi, e siate libero di trarne le conseguenze”.

Rahim non capiva niente di quello che gli stava dicendo Vilgefortis, aveva il cervello svuotato, era ricolmo di desiderio, d’amore, di gioia, finalmente comprese cosa dovevano intendere i cristiani quando parlavano del loro astratto paradiso: doveva avere quelle sembianze, doveva essere così, il Paradiso aveva gli occhi, il grembo, le gambe di Vilgefortis, e si rendeva conto, o forse no, che continuava a sorridere come un beota, sorrideva e non sentiva nulla se non musica di liuto e ghironda – finché Vilgefortis con gesto repentino non si tolse il velo. L’orrore gli si dipinse sul volto. Il volto di Vilgefortis era deturpato da una folta pelliccia nera.

“Io… io …” scaraventato dal paradiso cristiano in qualche atroce Ade, Rahim ci mise qualche minuto a ritrovar la parola. Quale terribile maleficio o quale morbo spaventoso avevano ridotto in quello stato la sua amatissima sposa? Provò allora a fissare i suoi occhi meravigliosi, cercando di  concentrarsi sulla bellezza perduta.
“Capisco…”, abbassò lo sguardo Vilgefortis.
“No! Troveremo un antidoto, mia sposa, e intanto la taglieremo, e poi vi passeremo sopra la pietra pomice e la pelle di pescecane essicata, non ve ne resterà traccia…”
Vilgefortis non s’aspettava un Rahim tanto ostinato (ed esperto in arte depilatoria):
“Tutto il mio corpo è coperto di peli,” mentì.
No! Tu-tutto… ma…  non importa! Ho fatto una promessa a vostro padre!”
“Sarete deriso e oltraggiato dal vostro popolo”.
Giovane vanitoso, come tutti i giovani, questa minaccia lo spaventò forse più del corpo peloso della sua sposa. Ma giovane coraggioso, come tutti i giovani, seppe dire:
“Taglierò la testa a chi riderà di me!”
Vilgefortis era esasperata. Sembrava che quel Saraceno fosse sotto sotto animato da un perverso piacere, il piacere del sacrificio, una sorta di edonismo al contrario, quella strana voluttà del martirio che lei stessa aveva incontrato più volte nelle sue clandestine letture delle Vite dei Santi. Cambiò strategia.
“Come fate ad essere così egoista?” 
“Eh?” Il povero Rahim rimase inebetito, non capiva. Anziché commossa dalle dimostrazioni del suo amore, Vilgefortis sembrava stizzita, sdegnata, addirittura furiosa:
“Ci pensate a me? Derisa, umiliata, oltraggiata dal vostro popolo e, di nascosto, pure dai servi, e da voi che, giustamente, cercherete soddisfazione corporale altrove!”
Rahim arrossì violentemente, riconoscendo la verità. Gli occhi gli si gonfiarono di lacrime. Esausto, fuggì.

Nel giro di pochi minuti, rombò nel palazzo la notizia che il Principe Rahim aveva ricusato la sua promessa sposa. Le ancelle di Vilgefortis s’affrettarono, piangenti, a consolare la padrona, che nel frattempo aveva riposizionato il velo sul volto. Non potevano immaginare, le poverelle, che da sotto il velo un sorriso estatico s’era fatto spazio, fra il pelo folto della barba, nel cuore un coro d’angeli, l’orgoglio di sentirsi la favorita di Dio. Ma quella felicità durò poco. A passi pesanti, senza neppure essere annunciato, irruppe nella stanza il re suo padre, alla cui vista le ancelle, terrorizzate, fuggirono. Restarono soli. Nelle pupille del re l’ira aveva il colore della brace fredda. Il suo tono di voce era controllato benché strizzasse di continuo gli occhi, come capitava quando la collera stava per divorarlo.
“Cosa hai fatto?”
“… Niente, padre…”
“Quel giovane piangeva mentre diceva che non poteva sposarti. Cosa hai fatto?”
“Ma, io…”
“Togliti quel velo quando parli con il tuo re”.
“… Non posso, padre…”
Il re, a sentirsi disubbedito, perse ogni redine. Le pupille gli si dilatarono fino quasi a schizzare fuori, fece un passo e le strappò il velo. Alla vista della fluente barba nera che adornava il volto della figlia, indietreggiò spaventato, attonito, la bocca reale aperta in un moto di stupore.
“Questa è opera di démoni!”
“No, è opera di Cristo,” rispose con fermezza la figlia.
“Cristo? Che Cristo?”
“Cristo è Verità. Cristo è il mio Signore”.
Vilgefortis spiegò al re suo padre non tanto chi fosse Cristo – il re non era di grandi letture, ma questo lo sapeva – ma della sua conversione, nella speranza via via più calda che il miracolo della barba addolcisse o per lo meno piegasse quell’uomo dallo sguardo terribile. 
Ma non fu così. Che Cristo si mettesse in mezzo ai suoi affari di stato, impedendo di fatto che sua figlia andasse sposa al principe Rahim e mandando in malora una prospera alleanza politica e commerciale – gli faceva andare il sangue alla testa. Se avesse avuto Cristo lì, lo avrebbe fatto crocefiggere di nuovo. In mancanza di meglio, si accontentò di far crocefiggere la figlia.

Così, nel quadro di Bosh, il Cristo che vedete crocefisso non è Cristo, ma – per punire Cristo con la sua stessa moneta – è la fanciulla alla quale Cristo fece crescere la barba, esaudendo il suo desiderio d’essere brutta e ripudiata. Sul volto della crocefissa – avvicinatevi, su – vedrete un filo di barba, ma sul petto di colomba il seno, e ai piedi della croce una folla di disperati per un atto tanto crudele, e più disperato di tutti, che sembra stia per svenire, il Principe Rahim.


Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana ed è writer in residence a Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida), dove nel 2004 ha conseguito un Ph.D in letteratura comparata. Ha scritto numerosi articoli e racconti su riviste italiane e straniere, e pubblicato i romanzi È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo (Corbo, 2009), Proust per bagnanti (Meligrana, 2013), e Arancio (Priamo/Meligrana, 2014); il saggio Nel nome del padre del figlio e dell’umorismo. I romanzi di John Fante (Cesati, 2010); in inglese, la raccolta di short-stories A Season in Florida  (Bordighera Press, 2014, traduzione di Thomas de Angelis). Ha curato il cinquantesimo numero della rivista “Nuova Prosa” (Essere o non essere Italoamericani, Greco&Greco, 2009).

la Nutria Scomoda (Alessandra Sartore) illustra scomodamente con base a Venezia.

(Le illustrazioni del racconto sono di @la.nutria.scomoda)

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