Formicaleone

La parola come amuleto e preghiera: su Sillabe di un appello di Giovanni Granatelli

Sono ormai solo «sillabe» quelle che Giovanni Granatelli assembla per il suo «appello», in una silloge poetica (Giovanni Granatelli, Sillabe di un appello, edizioni Medusa, 2018) che risuona di un garbo antico, un dono fatto al lettore quasi sottovoce, chiedendo scusa, dove «ripetere io» è forse «un’offesa / un gioco volgare».

Eppure. Nelle prime pagine il poeta ci nomina un «punto di ripartenza», «un’amara amorevolezza / da svolgere a testa alta / (assorti e affaticati / dentro uno sforzo di precisione); e l’autore mantiene questa sua promessa, in un linguaggio che si snoda via via, in ogni singola lirica, con precisione geometrica, posando le immagini con grazia, sul manto di un tono pacato, se pur accorato, profondamente consapevole.

Il poeta è chiamato a decidere, riguardo la propria «aspra fiducia», a scegliere parole che facciano, per sé e per altri, «dei giorni / un luogo sensato».

Se l’autunno e lo stringersi del tempo e della luce incombono con intenzione asfittica, rimane la poesia come formula del dare e chiedere aiuto, una «lingua dei brani autunnali» che «ha una pronuncia / cruda ed esatta / – perpendicolare».

«Odora eterna la rosa sepolta», diceva Franco Fortini, e questa è la speranza di ogni poeta, le cui dita nello scrivere «accorati cataloghi» sono governate da «quello che manca», ben visibile all’animo sofferente che buca con la sua sensibilità «il frastuono compatto / incollato sul mondo».

Il poeta non demorde, si nutre di paesaggi, di «papaveri sgargianti / nel grezzo terrapieno», si inebria del biancore della neve, gelida divinità azzerante, si difende dalla brina sul vetro, dal buio degli asfalti, dai graffiti fanatici che ottenebrano i muri, sfiorando invece «in punta di mente» ipotesi ritempranti, di antiche leggende che forse – chissà – riferiscono «esattezze», e ridanno senso ai suoni «su questa pianura».

E poi gli spostamenti, i pellegrinaggi nel sacro, una Terra Santa bionda e polverosa, a cercare un’arcaica, nuda sacralità universale, ignorando i ninnoli dello sfarzo e del commercio, le contese, le fazioni, gli «arsenali di grammatiche feroci» dell’intolleranza, delle presunzioni di innocenza, dell’imperativo eterno del contrasto e della ferita. Le «sillabe» prendono qui forma nell’«appello» più accorato, all’unità e alla comunione d’intenti, ad ascoltare quell’unico «pulpito estivo», disadorno, «meraviglia meticcia», che conduce un sermone muto, e apparentemente «predica a vuoto», perché la platea è deserta.

Ma il desiderio di pace è come un mantra, che attraversa immaginari variegati: i quieti orti mediterranei, gli smisurati quaderni in cui riposano suppliche addormentate, gli spaventosi nastri trasportatori della meccanizzazione, i paesaggi appannati sul vetro ferroviario come ferite, le meteoropatie allegoriche dell’autunno – «la prima stagione senza miraggi», l’invecchiare – tracciano un percorso di vicende emotive che somiglia al viaggio della vita. E se per ogni fragile creatura è facile rimanere impigliata nel bordo della trappola, andare incontro alla sua «razione di gelo» tra neon di ospedali e addizioni di addii, occorre esporre sulla porta la propria Hamsa, e cercare rifugio nella parola, perché la poesia ha istanze che possono divenire «ipotesi di appiglio», «formule di soccorso»; è così che tra i pochi strumenti che davvero ci occorrono il poeta enumera i cartigli – fossero persino fatti d’aria – delle «domande centrali», arche dell’anima, in cui stivare «suppliche utili / anche se restano a terra».

Granatelli rifiuta l’io parziale, esce dalla narrazione individuale; si fa carico, sostiene, ascolta una umanità disgregata e dolente, pare farsi ospite di sillabe che riecheggiano i «pianti del mondo / – senza spostare le palpebre, / senza scartare di lato». 

Ma se la mente a tratti è «incrinata / messa in disuso / il testo impossibile», è pur vero che nel quadrante del tempo covano miracoli, «secche smentite» alla «corona di ore schedate», che possono impreziosire i «giorni di vetro» di inaspettate immagini, che siano silenzi o racconti, che divengano «buchi nel tempo dove prendere fiato», che delineino «arazzi del possibile»: come due donne che provengono da popoli nemici ma che si abbracciano, facendosi segnali di paesaggio imprescindibili, che «occorrono / per riuscire a sostenere», per far sì che «il mostruoso teatro / non abbia diritto/ alle ultime frasi»; insomma, per provare a salvarsi, salvandoci.

Festa degli angeli

Cantano inni
sul lenzuolo del gelo,
rettangolo di asfalto
e di fede asserragliata;

le strofe di metallo
sigillano la recita,
proteggono le voci
da ogni interferenza

così che resoconti
in lingue senza pace
non vengano a turbare
le gole infervorate.

Noi di lato – brancolanti
nel solstizio al tramonto,
che smalta il quartiere
di luce arancione.

Supplica accessoria

E dacci poi oggi
tra i pochi strumenti
che davvero ci occorrono
anche le pagine
di smisurati quaderni

sulle quali annotare
ciò che andrebbe salvato,
stivato in un’arca,
almeno trascritto,

fogli bianchi bastanti
per minuziosi inventari,
accorati cataloghi,

suppliche utili
anche se restano a terra.

Stella

La stella d’argento
inchiodata sul marmo
rievoca sfarzi
di satrapi antichi,
oscure obbedienze
tra fumi d’incenso.

Anche qui troppe lampade,
ori, tendaggi,

troppi strati di trucco
sulla scena più semplice.


(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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