Formicaleone

“Scrivere e vivere nelle terre alte” di Michele Marziani

Qualche mese fa ho chiesto a Michele Marziani di raccontare la sua vita in alta Valsesia.
Lui ha accettato ed io ne sono stata felice. (mr)


Per capirci è meglio circoscrivere il contesto: per la maggior parte dell’anno, qui, nel borgo dove abito, vivono solo altre 4 o 5 persone. Siamo a Piana, piccola frazione del comune di Campertogno che di residenti, in tutto, ne ha 230. Quasi 900 metri di altitudine, lungo una strada che conduce al massiccio del Monte Rosa, la seconda cima delle Alpi, in alta Valsesia, provincia di Vercelli, Piemonte.

I 4 o 5 abitanti di Piana sono sparsi in una borgata di alcune decine di case destinate in gran parte a qualche giorno di vacanza per chi viene dalla pianura e dalle città. Milano non solo è a due ore di auto, ma dal tetto del Duomo si vede il Rosa svettare ed è quindi una montagna di richiamo, un sbocco naturale dell’occhio e del desiderio. 

A Piana non ci sono negozi o cose simili: solo la fontana, il lavatoio e un bookcrossing. Sì, un luogo dove scambiarsi i libri. Tutte le frazioni di Campertogno ne hanno uno, merito di Dina Traversaro, la bibliotecaria volontaria del comune. Quindi sì, nel minuscolo capoluogo c’è la biblioteca, aperta il sabato mattina. 

Poi ci sono un camping lungo il fiume Sesia con pizzeria solo estiva, tre bar (dei quali uno è anche edicola e tabaccaio), una trattoria con annesso teatro del periodo Liberty – con piccola rassegna annuale – intitolato a Fra’ Dolcino (l’eretico reso famoso da Dante Alighieri, Umberto Eco e Dario Fo era di casa da queste parti), la posta aperta tre mattine alla settimana, la chiesa, anzi, numerose chiese, ma senza parroco, l’ambulatorio medico dove il dottore passa il martedì e il giovedì, un macellaio con piccolo e fornito negozio di alimentari e una rinomata rivendita formaggi tipici e altre golosità locali. Ovviamente il Municipio. 

Da pochi mesi è stata aperta una ferramenta nella frazione di Quare. D’altra parte qui quasi tutto si fa in casa, da soli. Quindi c’è richiesta di attrezzi, chiodi, viti, pale, asce, corde, eccetera. 
Niente scuola, farmacia o libreria. Tantomeno supermercati. 
Visto il periodo storico aggiungo anche che nessuno nell’intero comune si è ammalato di Covid. C’è stato solo un casuale positivo asintomatico. 

Quando piove molto l’acquedotto si intasa di foglie e altro materiale e si rimane senz’acqua fino all’arrivo dell’operaio comunale a rimettere tutto a posto. 

Quando nevica – e in inverno accade molto spesso – parte un servizio di pulizia strade formidabile che se uno pensasse di dover mettere le catene all’auto ora che le ha tirate fuori dal bagagliaio si ritrova già la strada pulita e percorribile. 

Il sindaco scrive spesso ai cittadini, anche solo per fare gli auguri, e le sue lettere arrivano a casa brevi manu, spesso portate dal marito. Sì, il sindaco è una donna, una sindaca. Se c’è qualche problema la si raggiunge con WhatsApp. Cosa non sempre semplice perché la rete Internet è un po’ balzana. Però alla fine funziona. 

Quando esco di casa ho solo due strade che posso percorrere: o giro a sinistra e scendo in paese e poi, da lì, in auto, dovunque debba andare; oppure giro a destra attraverso l’intera frazione e comincio a salire, prima tra abeti e castagni, poi tra faggi e rododendri. 
Camminando senza troppa fatica posso giungere indisturbato alla Colma di Campertogno. Da lì, ad averci gambe buone, spalle robuste, giornate a disposizione potrei perdermi ulteriormente per sentieri, boschi, pendii, alpeggi, tra marmotte, capre, camosci, cervi, funghi e fiori odorosi di un mondo che a inseguirlo si fa infinito. Ogni angolo è una scoperta. E le tracce degli uomini sono malghe, alpeggi, casere, luoghi di pastorizia antica, oppure chiesette, edicole, angoli di devozione. Spesso, troppo spesso, abbandonati entrambi. 

Qui scrivo, ma non ero venuto per questo. Ero venuto per un desiderio di testimonianza che neppure so bene spiegare.
E per una passione così profonda e intima da sembrare quasi stolta, vista da lontano.

La passione è la pesca alle trote: pesci belli come quelli della Valsesia raramente si trovano in altri fiumi e torrenti italiani. E io non potevo che rifugiarmi qui dopo aver scritto e ripetuto all’infinito che solo la pesca mi aveva salvato la vita, l’aveva fatto per tanti motivi che non sto qui a dire ma che si trovano facilmente nel racconto Grande fiume dai due cuori di Ernest Hemingway o nel bellissimo romanzo In mezzo scorre il fiume di Norman Mclean.

La testimonianza, invece, è un vecchio tarlo Novecentesco: essere testimone delle cose, là dove accadono. Volevo essere in quel paesaggio contemporaneo nel quale si è trasformato Il mondo dei vinti di Nuto Revelli. 
Esserci per fare che cosa non lo so, ma esserci. 

Per questo sono venuto qui. Aiutato dal fatto che il mestiere di scrivere per quanto non sempre lineare ha il grande vantaggio di poter essere svolto ovunque. 

Sono al quarto inverno. Lo scrivo guardando il sole illuminare ormai di traverso i ghiaccioli – quelle specie di stalattiti di ghiaccio costruite dal gelo – che calano dal tetto verso il balcone. Sbircio la giornata che a metà pomeriggio sta per scomparire dietro i tetti innevati. 

Questo quarto inverno in montagna mi ha confermato quella che all’inizio è stata poco più che un’intuizione: è stata la scrittura a condurmi davvero qui, mi ha obbligato a un mondo di poche cose, tutte disciplinate, mi ha piegato al silenzio e all’assenza, si è fatta riconoscere come l’unica cosa importante. Ovviamente per me. 

Scrivendo, riprendendo in mano la penna dopo decenni di tastiere, ho capito che non sono arrivato qui per i pesci e neppure per testimoniare mondi che scompaiono. Quelle erano le scuse che mi sono dato. È stato il desiderio di plasmare parole nuove, di ammantarle di silenzio, a condurmi su questi monti. 

Non sono diventato – né ho intenzione di diventare – uno scrittore di montagna, ovvero uno che racconta i luoghi in cui vive. Così come forse non sono neppure diventato più bravo.

Ho solo dato alla montagna l’occasione di avvolgermi, di fare da cuscino tra il tempo della scrittura e il brusio di un mondo il cui rumore di fondo non sempre si addice al pensiero. 

Con la sua distrazione perpetua – il passeggio, la raccolta delle erbe spontanee, dei funghi, delle castagne, il preparare la legnaia e la cantina per l’inverno, il fiume che chiama ogni giorno alla pesca – la montagna non ha distrazioni.


Michele Marziani è nato nel 1962 a Rimini. Ha lavorato a lungo come giornalista, poi come editor. Da una decina d’anni conduce laboratori di scrittura narrativa. In alta Valsesia, dove vive, ha preso spunto per la scrittura del fortunato memoir filosofico Il suono della solitudine (Ediciclo). 
Ha pubblicato diversi romanzi, tra i quali La trota ai tempi di Zorro (DeriveApprodi), Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta (Ediciclo), Nel nome di Marco (Ediciclo), La figlia del partigiano O’Connor (Clichy), oltre a ventidue libri di viaggi e antropologia del cibo e del vino tra i quali Il Gambero Nero (DeriveApprodi), Sovversivi del Gusto (Ndapress), A pranzo con Giulia (Guido Tommasi. Premio Selezione Bancarella per la cucina).
Il suo ultimo romanzo è Lo sciamano delle Alpi e a giugno pubblicherà La cena dei coscritti, entrambi per Bottega Errante Edizioni.

(Fotografie di Michele Isman)

“Ma soprattutto la solitudine bisogna conquistarla, essere disposti a pagarla, amarla. Trovare il coraggio di stare in equilibrio su un abisso, su quel vuoto dove puoi precipitare in ogni attimo e finire laggiù, nel mondo dei soli, nel cuore più profondo dell’inferno. È un cammino su una fune, verso una vita che tu avverti più ricca, più autentica, per la quale vale la pena di spendersi, ma dove ogni passo va fatto con sorriso e consapevolezza. Se non sorridi non fa per te.”.
Il suono della solitudine, Ediciclo Editore 2018

3 commenti su ““Scrivere e vivere nelle terre alte” di Michele Marziani”

  1. Bellissimo!
    Bellissime foto e parole stupende
    In effetti ci si rende conto che tutto ha un senso e la vita con ritmi così lenti e solo apparentemente fermi, forse sono la soluzione
    Quasi tutto il resto è rumore
    Grazie!

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