Formicaleone

“L’amore è una cosa meravigliosa” di Gennaro Lento

La prima.
Per attirare la tua preziosa attenzione.

La seconda.
E non fare quella faccia, te lo dovevi aspettare. Non si può pretendere di comportarti come fai tu e poi pensare che gli altri se ne stiano buoni con le mani in mano ad attendere.
Anche un coniglio mostra i denti alle volte.

La terza.
Non ti muovere, devi ascoltare attentamente quello che ho da dirti perché sarà la prima e l’ultima volta che lo farò e poi non abbiamo molto tempo.

La quarta.
Questa è per quella volta che siamo andati al lido con tutti gli amici, eravamo ancora fidanzati e tu ti rivolgesti a me con termini volgari come mai avevi fatto prima lasciandomi basita e incapace di risposta.  Già allora avrei dovuto capire guardando quegli occhi spiritati che non ti avevo mai visto prima, quella foga insana, quasi malata con la quale mi apostrofasti alla presenza degli altri per via di una battuta innocente. Una lucina probabilmente mi si accese da qualche parte nel cervello e avrei fatto bene a prestargli attenzione invece che ignorarla. Credo però di avere avuto delle attenuanti, ero innamorata come solo una ragazza di vent’anni può esserlo e pensavo che fosse tutto incidentale, legato al momento, al nervosismo di una giornata storta.
Invece era solo l’inizio.

La quinta.
Per quando mi colpisti con un pugno in faccia fracassandomi la mandibola dopo appena due mesi di matrimonio. Ricordo ancora il sapore del sangue in bocca e il dolore feroce nel corpo e nell’anima. Mi sentivo tradita, ero furente e giurai a me stessa che non ti avrei mai più permesso di mettermi le mani addosso, per nessuna ragione al mondo. Avevo già fatto le valigie, volevo tornarmene dai miei, chiamare l’avvocato e chiedere il divorzio.
Non avevo fatto i conti con me stessa perché l’amore è una cosa meravigliosa e quando ti presentasti con la faccia da cane bastonato ti perdonai perché quando ti ci metti sai essere dolce e sensibile. Non furono le tue parole e le tue scuse balbettanti a convincermi, furono i tuoi occhi a fregarmi, come prima e come sempre.

La sesta.
Questa è per quella giornata da incubo in montagna, quando fuori c’era un sole meraviglioso mentre dentro grandinavano schiaffi e pugni e solo perché, a sentire la tua voce sibilante, mi ero permessa di risponderti in maniera svogliata. Invece ero stanca per via del lavoro che non ingranava, ero nervosa per la tensione che si accumulava sul nostro rapporto e pensavo che quel week-end avrebbe fatto bene a entrambi.
A te non lo so, a me fece malissimo.

La settima.
Per tutte le volte che mi hai stuprata perché quando un uomo prende con la forza qualcosa che una donna non vuole concedere allora si chiama stupro, anche se l’uomo è il marito e la donna sua moglie. Ed è un doppio stupro perché alla vigliaccheria della violenza sessuale si aggiunge quella che ti fa credere di avere tutto il diritto di farlo, perché in fondo è tua moglie, è roba tua e voglio proprio vedere se non allarga le gambe, quella puttana. E tu eri così ottuso e cieco da non accorgerti che quello che avevi di sotto era solo un pezzo di carne morta, un quarto di bue freddo e indifferente sul quale esercitavi un esercizio privo di senso.
Ti piaceva?
Ne valeva la pena?

L’ottava.
Questa per quella volta che finalmente mi decisi a lasciarti e tu mi umiliasti prendendomi a calci nella pancia davanti ai miei genitori atterriti, e per tutti gli insulti che mi vomitasti addosso come un cane rabbioso e che mi facevano più male delle botte. Andandotene giurasti che me l’avresti fatta pagare cara e che non ci sarebbe stato un posto al mondo dove avrei potuto nascondermi.
Ed io pensai che avevi ragione, non ci sarebbe stato un posto nell’universo dove nascondermi e dimenticare tutto quel dolore.

La nona.
Questa te la regalo.
E aspetta un attimo che inizio a essere stanca.
Tanto non devi andare più da nessuna parte, ormai.

La decima.
Questa è per quanto cominciasti a pedinarmi ovunque, sbucando all’improvviso nei posti più impensati, fregandotene dell’ordinanza restrittiva con la quale il giudice ti imponeva di starmi lontano almeno 500 metri. Io pensavo fossero pochi pure 500 chilometri, figurarsi 500 metri.
Io, solo io ti conoscevo e sapevo di cosa eri capace e infatti fui costretta a cambiare lavoro, numeri di telefono, amicizie, abitudini. Fui costretta a fuggire dalla mia vita, a credere di non aver diritto a una vita, a rifugiarmi in casa spiando dalle finestre le ombre in strada, temendo che una di quelle potessi essere tu. Mi svegliavo nel cuore della notte urlando, neanche nel sonno mi lasciavi in pace.

L’undicesima.
Per questa sera, per avermi messo ancora una volta le mani addosso dopo avermi minacciata a causa di quell’altra denuncia per stalking che avevo presentato ai Carabinieri. Certo, è colpa mia, non avrei dovuto dare retta al tuo tono dimesso quando mi chiedesti di ritirare la denuncia altrimenti saresti andato in rovina e avresti perso il lavoro. Non avrei dovuto darti corda, farti entrare in casa per scambiare due chiacchiere, trovare una soluzione. Forse mi ero illusa di poter tornare a essere una persona qualunque, la mia voglia di normalità mi ha spinto ad abbassare la guardia e ad ascoltarti.
E tu non mi hai delusa, appena sei entrato in casa mi hai messo le mani al collo e sono sicura che saresti finalmente riuscito a raggiungere il tuo scopo, se solo in tutti questi anni non avessi fatto di me persona diversa, se non mi avessi fatto diventare quella che non sono.
Un’assassina.
Eri troppo sicuro di te stesso per notare il luccichio della lama dietro la mia schiena.
Questa volta la tua sicurezza ti ha ammazzato.

La dodicesima.
E ultima perché ormai sono stanca e quello che dovevo dirti te l’ho detto e questo coltello mi scivola tra le mani come un’anguilla e poi non mi sento più il braccio.
Questa è per tutte le cose che non mi hai dato, per tutta la vita che mi hai negato, per tutti i giorni che mi hai rubato, per tutta l’angoscia che mi hai fatto provare. Per tutta la vergogna, l’umiliazione, il disagio, la confusione, lo smarrimento che mi hai fatto sentire. Per avermi fatto pensare di essere inadeguata, di avere delle responsabilità in quello che mi stava succedendo, di essere una brutta persona che si meritava tutto quello che le stava accadendo.
Invece era solo colpa tua, della tua mente malata e della tua incapacità di amare me o chiunque altro che non fosse te stesso, della tua gelosia assurda che era solo una scusa che dietro alla quale ti nascondevi per assolvere il tuo comportamento patologico.
Ti ho amato profondamente, ti ho odiato profondamente.
Adesso che non sei più niente, che non ti muovi e non respiri più, che non esisti più, non riesco a provare soddisfazione, nonostante tutto non riesco a sentire di aver fatto la cosa giusta.
Non sento più nulla.
Solo una grande, infinita pace.


Gennaro Lento nasce a Cosenza nel 1970 e vive attualmente a Bisignano, un paesino della provincia cosentina. Nel 1998 si laurea in DAMS all’Università di Bologna con una tesi sulle strutture narrative della comunicazione pubblicitaria della Barilla. Dall’anno successivo inizia a lavorare come copywriter presso un’agenzia di pubblicità, contribuendo alla creazione di numerose campagne pubblicitarie. Nel 2014 pubblica un blog che raccoglie tutti i suoi racconti sotto pseudonimo. Con alcuni di questi racconti partecipa a concorsi nazionali di narrativa ottenendo la pubblicazione in volumi cartacei. Altri racconti ottengono la pubblicazione sulla collana online Storiebrevi del Gruppo Espresso.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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