Formicaleone

Diario di un viaggio sulle coste della Patagonia (seconda parte)

Diario di un viaggio verso la costa della Patagonia per individuare le zone in cui stabilire insediamenti, con una descrizione della natura dei territori, dei loro prodotti e degli abitanti; dal porto di Santa Elena fino all’entrata dello Stretto di Magellano.

A cura di Marino Magliani con le traduzioni di Riccardo Ferrazzi.


INTRODUZIONE AL DIARIO DI VIEDMA

Questa spedizione, della quale non si parla nella storia dei viaggi verso lo Stretto di Magellano, ci offre uno straordinario esempio del coraggio mostrato dai nostri indigeni. Don Joseph Pizarro, comandante della squadra, dopo aver tentato inutilmente per cinque anni di raggiungere l’Oceano Pacifico, si era rassegnato alla triste necessità di rientrare in Spagna con l’Asia, la nave ammiraglia armata con 70 cannoni e un equipaggio di più di 700 uomini.

Le gravi avarie che questo vascello aveva subito durante i suoi ripetuti viaggi al Capo Horn, le perdite non meno rilevanti nell’equipaggio, e soprattutto l’aver trascorso quasi tre anni nel porto di Montevideo, avevano ridotto l’equipaggio al di sotto del minimo necessario per riprendere il mare. Si dovette usare la forza per arruolare marinai, fra i quali si contarono anche prigionieri inglesi e contrabbandieri, oltre a dieci indios col loro capo Orellana, ultimo resto di popolose tribù decimate nei campi del sud dalla sciabola del comandante San Martin. In balia degli spagnoli e delle loro crudeli violenze, giurarono vendetta e silenziosamente prepararono le formidabili armi che sono abituati a usare nel deserto. Con le loro bolase alcuni coltelli che riuscirono a procurarsi sulla nave, assaltarono l’equipaggio: cinquecento uomini cedettero vergognosamente il campo a undici selvaggi. 

Quando si riebbero dallo stupore, ufficiali e soldati uscirono dai nascondigli e lavarono l’affronto nel sangue del capo Orellana, freddato da un colpo di pistola: gli altri suoi compagni preferirono inabissarsi nell’oceano piuttosto che porgere il collo alle lame degli spagnoli.

Mentre in Inghilterra si preparava la pubblicazione del viaggio di Anson, la Corte di Madrid, su richiesta dei padri gesuiti, ordinò che si facesse una seria ricognizione delle coste della Patagonia. Due privati (don Francisco Garcia Huidobro e don José de Villanueva Rico) si erano offerti di assistere i missionari e avevano ottenuto dal Re il privilegio di vendere a Buenos Aires, esenti da dazi, alcuni generi prodotti da fabbriche straniere. Anche se, a termini di contratto, non avrebbero potuto commerciare più del carico di un vascello da 80 tonnellate, non furono in grado di mantenere l’impegno e il governo si vide costretto a prendere su di sé le spese della spedizione. 

La fregata San Antonio, proveniente dalla Spagna al comando del capitano don Joaquin de Olivares, partì da Montevideo il 17 dicembre 1745. Uno solo dei tre diari che si tennero in questo viaggio venne pubblicato (quello del padre Lozano) perché fu spedito al padre Charlevoix che a quel tempo si dedicava a raccogliere materiali per la sua Historia de Paraguay

Gli altri diari rimasero inediti, e così si “perse di vista” la regione che vi era descritta, finché, con la cessione delle isole Malvine e per evitare che sulle coste adiacenti si stabilissero altri insediamenti clandestini, fu ordinato ai governatori di Buenos Aires di far eseguire ogni anno una perlustrazione. Questi timori diedero luogo alle missioni di Perler e Pando nel 1768, di Zizur nel 1778, di Clairac e Mesa nel 1789, di Sanguineti nel 1790, di Elizalde e Peña nel 1792 e di Gutierrez de la Concha nel 1794. Non abbiamo potuto rinvenire alcuna traccia dei diari relativi, che probabilmente sono andati a incrementare il caotico mucchio di venerabili codici, la cui stampa fu data per imminente da un organo ufficiale.

Ma un’apatia così vergognosa era divenuta ormai intollerabile. Il progredire della potenza navale delle grandi nazioni europee, la loro attività mercantile, la loro smisurata ambizione, e soprattutto lo spirito riformatore che cominciava a ispirare i consiglieri della Corte di Madrid, spinsero i re ad affrontare la grande opera di un atlante marittimo. I più accreditati ufficiali della marina spagnola furono chiamati a partecipare in questa impresa e Tofiño, Varela, Cordova, Galiano, Valdez, Malaspina, Churruca percorsero i mari per prendere nota degli immensi litorali appartenenti al dominio spagnolo nel vecchio e nel nuovo mondo. Più aperta di quanto si era mostrata fino a quel momento, la stampa spagnola comunicò al pubblico parte di quei lavori, e se un intrigo di palazzo non avesse reso inutile in un solo giorno il frutto delle lunghe ed eccellenti investigazioni di Malaspina, il continente americano sarebbe uscito splendente dalle tenebre in cui era stato immerso per tanti secoli.

Appartengono a questa ultima epoca anche i tentativi di colonizzare le coste della Patagonia. Iniziati dallo zelo evangelico dei missionari, furono continuati dal governo spagnolo, nelle cui mani finirono malamente. Ne furono causa decisioni improvvide e l’incapacità dei delegati che misero in atto misure meschine, indegne della grande nazione che poteva contare sui tesori del Perù e del Messico. Contro queste colonie cospirò anche la volubilità di chi doveva amministrarle: poco dopo aver accertato quanto fossero opportune, il viceré Vertiz e l’intendente Sanz ritennero che fosse meglio abbandonarle, e questo parere, fatto suo dalla Junta de Estado di Madrid, lasciò in piedi soltanto il presidio ancor oggi esistente nel tratto interno del Rio Negro.

La decisione della Junta venne comunicata al viceré Arredondo nel novembre 1791, senza peraltro ritirare il permesso recentemente accordato alla Compagnia Marittima di creare una o più installazioni in Patagonia. Si iniziò con Puerto Deseado, che aveva una certa notorietà perché era il punto in cui convergevano tutti i vascelli diretti al Pacifico attraverso lo stretto di Magellano; ma poco dopo aver gettato le fondamenta di questa colonia, la Compagnia fu esonerata dall’obbligo di mantenerla e si intimò al Viceré di mantenere a ogni costo il possesso di quel porto, anche solo come presidio. Nonostante questa raccomandazione, i coloni si trovarono esposti a gravi problemi, tanto da dover ripiegare sul Rio Negro per sfuggire alla fame e agli indios che li assediavano.


(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

1 commento su “Diario di un viaggio sulle coste della Patagonia (seconda parte)”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *