Formicaleone

“La Dina e Fernando” di Isabella Bignozzi

Dodici Morelli è un pugno di quattro case nella bassa padana, che ha tutt’attorno una terra grassa e scura, buona per i contadini e le vacche, piatta come un tagliere, immersa nella nebbia otto mesi l’anno.

La Dina era la ragazza con le gambe più belle del paese, ma tutti le volevano bene, anche le donne, perché era buona come il pane, e aveva occhi solo per il suo Fernando.

Appena poteva, partiva qualche giorno per la monda, nelle risaie di Jolanda; ci volevano tre ore in biciletta, ma qualche volta Fernando l’accompagnava con il camion, prima di partire per le consegne; si alzavano alle quattro la mattina, e lei tutto il viaggio gli parlava, per non farlo addormentare.

La Dina guadagnava 14 lire e un chilo di riso al giorno. Così, la domenica, poteva fare il brodo con la verdura e la carne, e suo papà era di buon umore, e si metteva la camicia appena stirata, con il gilet che le piaceva tanto. Anche Fernando veniva a mangiare a casa sua, la domenica; facevano una tavolata grande nel giardino, giovani e vecchi, genitori e nonni, fratelli e sorelle.

C’era un’altalena fatta con una gomma grande del camion di Fernando, quando l’aveva dovuta cambiare, appesa al ramo grosso della quercia, con due corde spesse e dure che solo lo zio Renato era riuscito a fare il nodo, perché, così si diceva in paese, lui sapeva fare tutto.

Su quell’altalena ci andavano i bambini di tutto il circondario, il giardino era grande e non aveva lo steccato, ma solo un piccolo cancello, e una siepe tanto bassa che tutti la scavalcavano; poi correvano dalla nonna, a chiedere quella limonata fresca che lei teneva qualche volta da parte, e le dicevano che era la cosa più dolce e buona che si potesse assaggiare.

La Dina e Fernando il pomeriggio andavano a passeggiare verso la piazza, sempre con Guido, il fratello grande della Dina, che li controllava. Ma la verità era che Guido e Fernando si volevano già bene come due fratelli, e qualche volta Guido, d’inverno, andava con lui a fare le consegne; per fargli compagnia, e perché non si addormentasse, di notte, sulle strade lunghe e troppo diritte.

La Dina e Fernando si volevano sposare. 

Anche lui, si diceva, era il più bello del paese e assomigliava a Cary Grant, un attore inglese o americano che la Dina non aveva mai visto, perché in paese il cinema non c’era; però le piaceva molto quando glielo dicevano le altre ragazze, anche quelle più smorfiose, come la figlia del farmacista, che viaggiava e aveva visto tante cose, e qualche volta andava fino a Ferrara a fare compere.

Una mattina che la Dina era andata alla monda, la moglie del padrone entrò nelle baracche delle mondine, per avvertire che il pomeriggio si finiva un’ora prima, per ascoltare il discorso del Duce alla radio.
L’Italia, disse con aria trionfante, finalmente entrava in guerra.

Erano tutti molto allegri a quella notizia perché, dicevano, finalmente il Duce aveva capito che ci sarebbe stato da guadagnare a stare con la Germania, che era forte di esercito, e ricca, e decisa nelle azioni. Anche l’Italia doveva darsi da fare se voleva diventare un grande paese fascista, allargare la sua terra oltre i confini di adesso, dare da mangiare e da lavorare a tutti.

Alcune mondine parlavano di obbligo d’onore, altre di momento giusto, altre nominavano la patria; altre ancora parlavano solo di quanto fossero belle le divise dei soldati, o eleganti le mogli dei generali, sedute nei caffè.

Era il 10 giugno. Il periodo in cui si trebbiavano i campi, pensava la Dina, mentre non diceva niente, e la guerra le faceva tanta paura, che non le prendessero il suo Fernando.

Lui non aveva bisogno, per essere elegante, della divisa, e sembrava quell’attore inglese o americano di cui le dicevano, quello che si vedeva nei film al cinema; anche se aveva solo due paia di pantaloni, quando si metteva la camicia poteva sedersi anche a tavola con il Duce, tant’era bello.

Il grano maturo era giallo come l’oro, sotto il sole di inizio estate. Si sentivano le cicale forte forte nelle orecchie tutto il giorno, e faceva tanto caldo che suo zio Tonino andava al bar solo con la canottiera, al pomeriggio.

I bambini avevano appena finito la scuola, mettevano via il quaderno e la cartella, fatta con gli scampoli cuciti dalla nonna, e il libro per studiare; per qualche settimana, niente più macchie di inchiostro sulle dita o sulla bocca, niente più vestiti buoni, messi via per l’anno dopo; si rimettevano i pantaloni corti dell’anno prima, e la maglietta consumata sui gomiti e scucita un po’ sul fianco, e si accorgevano tutto d’un tratto di quanto erano più alti adesso, con le ginocchia che sporgevano dalla pelle come gomitoli di lana grossa. Ora andavano a dare una mano nei campi, e si divertivano più del figlio del notaio quando andava al mare a Rimini.

Il padre della Dina si chiamava Camillo. Era un bravo contadino e lavorava ancora, anche se aveva le mani tutte storte, e la pelle che sembrava la corteccia dell’albero dell’altalena. 

Camillo tagliava a mano il grano maturo dai campi, insieme ai suoi fratelli; novanta tornature di terra nera, con le zolle morbide come il formaggio, e grandi come i ceppi; un pezzo per uno aveva detto il nonno, ma loro la terra non l’avevano mai divisa.

Altri cugini e altri contadini venivano dai loro campi per aiutare, e facevano le fascine, le gerbe dicevano loro, e poi le legavano.

C’era sempre tanta gente a lavorare. Anche la Dina ci andava, e anche sua mamma Clorinda, perché certo preferivano fare le cose per la famiglia, piuttosto che spezzarsi la schiena per il padrone della risaia, o storcersi le mani a cucire corredi di lenzuola o camicette per le signore eleganti di Cento, che compravano Mani di fata ma poi non sapevano fare niente. Per i grembiulini di scuola c’era tempo tutto agosto, e avevano già la stoffa da parte.

Quando il grano nel campo era tutto tagliato e legato, i bambini e le donne passavano e lo ammucchiavano, formando i covoni. Si lasciavano lì qualche giorno, a seccare al sole, ma se pioveva bisognava disfarli tutti. Quando erano belli asciutti, si caricava tutto sul carretto tirato dal somaro dello zio Alfeo, e si portava nel pagliaio.

Lo zio Alfeo aveva anche una stalla grande, con le bestie. La sera si andava tutti là, e si raccontavano delle storie, mentre le donne, con la rocca appoggiata alla spalla e la bacinella d’acqua vicino alle gambe, filavano la canapa. Per i bambini si apriva una balla di paglia fresca e tenera, per farli star comodi. Qualche volta uno dei piccoli si addormentava, e allora suo fratello più grande, o sua sorella, se ci facevano caso, lo portavano a letto in braccio.

Ma quando veniva da Cento il cugino Renato, nessuno dei piccoli si addormentava. Aveva fatto il soldato, e raccontava delle storie che facevano sgranare gli occhi anche ai grandi. E si poteva star svegli di più, senza che la nonna si arrabbiasse.

Insomma, era l’11 giugno di pomeriggio, e il Duce aveva fatto andare delle persone importanti a Roma, dei signori che venivano da fuori, dalla Francia forse o dall’Inghilterra – che forse era anche il paese di Cary Grant – per dire a tutti gli Italiani che l’Italia era in guerra. 

Fernando era fidanzato con la Dina da quando erano bambini. Così si diceva in paese, perché tutti se li ricordavano, sempre insieme, fin da quando lui aveva le braghe corte e lei il collettino di pizzo bianco. Usciti da messa, lui correva a prenderle un fiore selvatico dal prato dietro la chiesa, e lei lo metteva dietro l’orecchio, o tra i capelli, sfiorandogli la guancia con un piccolo bacio, mentre la nonna non guardava.

Fernando venne chiamato ai primi di ottobre. La cartolina diceva il giorno, ma non il corpo o il reparto dell’esercito, né il paese dove sarebbe andato.

La Dina e Fernando si sposarono poche settimane prima che lui partisse. La festa fu bellissima anche se c’era poco da mangiare, e gli sposi erano sempre i più belli del paese, la Dina con i riccioli fatti con il ferro e un vestito bianco come la neve, mentre Fernando teneva i pantaloni un po’ lenti, per coprire le caviglie, perché l’abito era di suo papà che aveva le gambe più corte.

Fecero venire anche Beppone lo strabico, quello che suonava l’organo in chiesa, che tutti si chiedevano, con quegli occhi che guardavano uno di qua uno di là, come facesse a suonare come un angelo di Dio, tanto da far piangere tutte le vedove, e i cuori puri che erano tra i banchi, ogni Santa Domenica.

Alla festa del matrimonio della Dina e Fernando, Beppone si portò una fisarmonica bellissima e moderna, che lasciò tutti senza parole. Suonò delle canzoni difficili, e sapeva leggere anche la musica, e tutti iniziarono a pensare che con un occhio leggesse sul rigo e con l’altro guardasse i tasti, o controllasse se andava bene al passo con i ballerini.

Lo avevano chiamato a pagamento, come fanno i signori, ma lui non volle niente, perché disse che con gli amici si mettono le gambe sotto al tavolo, e si beve un bicchiere di vino buono, niente di più.

Insomma qualche giorno dopo il matrimonio, Fernando partì. Altri giovanotti del paese andarono con lui, e furono tutti mandati al distretto di Modena.

La Dina tutte le mattine aspettava il postino come si aspetta il Messia. Le lettere che Fernando mandava le scaldavano il cuore come il prete con le braci del camino scaldava il letto, perché il suo amore le diceva che stava bene, e che gli avevano regalato tante cose, uno zaino, una borraccia, una bella divisa. E poi la gavetta con la forchetta, e una coperta calda.

Il soldo era di quattro lire al giorno, che non era tanto, ma gli davano un bel po’ da mangiare; il pane era buono e c’era la pasta la sera, qualche volta la carne, e due bei bicchieri di vino ogni giorno.

Il suo reparto si chiamava fanteria che voleva dire, le spiegava Fernando nella lettera, che era forte e sano di gambe, e che poteva marciare con lo zaino in spalla.

Ogni lettera finiva dicendo che mancava poco, e che presto sarebbero tutti tornati a casa; il Duce diceva che ancora un paio di mesi e avrebbero vinto, e la guerra sarebbe finita.

Vinto o perso, diceva Fernando, a lui premeva tornare. Sarebbero andati a passeggiare in piazza, sempre con Guido, anche se ormai erano sposati, perché si volevano tutti bene a casa, come dei fratelli. E si sarebbero seduti nel giardino dove c’era l’altalena, con tutti i bambini che venivano dalla nonna a chiedere la limonata.

La Dina e Fernando, adesso che erano sposati, avevano una casa tutta per loro. E anche se era piccola, e per arrivarci bastava attraversare la strada dalla casa con l’altalena, alla Dina sembrava troppo lontana dai suoi, e troppo grande anche, e non le piaceva stare lì senza di lui.

Allora la sera, quando tornava dai campi o dalla monda, o dopo aver aiutato sua madre a fare dei corredi così belli che sembravano quelli nelle foto di Mani di fata, e se non era troppo stanca, andava nella stalla dello zio Alfeo, a filare la canapa e ascoltare i racconti; anche se ormai erano rimasti in pochi, solo le donne con i bambini, e qualche volta i nonni, soprattutto il nonno Camillo e il nonno Vincenzo, che era poi il papà di Fernando, detto nonno Cenci,  perché si vestiva con quello che trovava. Quando nonno Cenci si metteva la camicia a quadri, tutta consumata sul collo, sua moglie, la nonna Nice, si arrabbiava, e gli diceva di mettersi le cose buone, che ne aveva da parte. Ma lui rispondeva che preferiva lasciarle per Fernando, che era bello da togliere il fiato quel figliolo.

Qualche volta veniva lo zio Renato da Cento, e quelle sere lì era proprio festa. Lui il soldato lo aveva già fatto, e non lo potevano richiamare per via della gamba, che era rimasta storta e più piccola dell’altra, da quando era salito quasi col piede su una bomba nascosta sotto terra. Quando raccontava quella cosa lì della bomba, i bambini non volevano neanche entrare in casa a mangiare, volevano risentirla altre cento volte. Allora gli si portava lì nella stalla un piatto di minestra calda calda, così il pane tornava morbido anche se era di qualche giorno prima.

C’era da capirli povere creature, senza il papà o i fratelli grandi, mettersi a tavola non era uguale. Il camino si accendeva il meno possibile, e si faceva andare piano, perché il Duce diceva che la legna serviva ai soldati.

Allora, dato che stava ritornando il freddo dell’autunno, nella stalla si stava bene, al calore degli animali che non facevano caso a niente, e ruminavano tranquilli il fieno dalla greppia.

In paese ci si voleva tutti bene, e molte donne erano rimaste sole, i mariti e i fratelli erano dovuti partire. Così che nella stalla, la sera, venivano anche le sorelle di Fernando. 

Alla Dina piaceva tanto quando venivano: la trattavano bene, come fosse una di loro, e avevano quei capelli neri neri, e quegli occhi grandi e perfetti della persona bella, che aveva anche il suo Fernando.

Quando tornava nella sua casa da sposa, La Dina non aveva neanche il prete sotto le lenzuola, e sentiva tanto freddo che teneva la vestaglia sulla camicia da notte. Prendeva le lettere e le rileggeva tutte, piano piano, come le avevano insegnato a scuola, che bisognava capire bene ogni parola. Ed era contenta di esserci andata a scuola, perché, così brava com’era, che aveva studiato fino alla quinta, poteva leggere.

Poi, quando gli occhi si chiudevano da soli, le metteva sotto il cuscino, e faceva per addormentarsi. Ma ci ripensava sempre, non voleva si sciupassero, e allora faceva un ultimo sforzo, e le metteva bene bene nel cassetto del comodino, spegneva la lampada, e si addormentava.

Venne il Natale, e c’era ancora la guerra. Adesso Fernando scriveva quando poteva, era dovuto andare lontano, in Grecia. E la Dina aveva sempre sentito dire che in Grecia faceva caldo, e c’era il mare; ma Fernando invece diceva di vedere solo montagne, e di avere le mani gelate, perché i guanti che gli avevano promesso, alla fine, non glieli avevano dati più.

Meno male comunque, pensava la Dina, che è in Grecia; e non in Cirenaica o in Egitto, che son posti dove erano stati mandati altri giovanotti lì del paese, e che non sapeva neanche dov’erano. Sicuramente, pensava tra sé, è ancora più lontano, poveri ragazzi, e da là sarà ancora più lungo, e difficile, il viaggio per ritornare.

Allora piangeva, qualche sera, la Dina; per quei ragazzi lontani, per Fernando che aveva le mani gelate, tanto da non riuscire neanche a scriverle o ad allacciarsi le scarpe, e anche per sé stessa a volte, anche se non bisognava farlo questo, perché, appena sposata, era già rimasta sola, in quella casa vuota, che le sembrava tanto grande.

Da mangiare ce n’era sempre meno. Ci si metteva a tavola con un po’ di pasta e tanti stufati fatti con la verdura, quando c’era qualcosa nell’orto da raccogliere. Nelle zuppe si buttava tutto, anche le bucce delle patate o dei piselli, gli scarti del pollo, le croste del pane vecchio.

E poi che noi siamo fortunati, diceva l’Almerina, la sorella grande di Fernando, che rideva sempre, come se andasse tutto bene, ma solo per consolare gli altri; e poi prendeva in giro anche, dando a tutti dei piagnoni, mentre non c’era proprio niente da lamentarsi o preoccuparsi. Dai che noi qui stiamo bene! In città il pane lo fanno con delle farine dure e nere che sembra che abbian macinato i muri! E quel pane lì mica si può mangiare, sapete. Dice che è umido e grigio e non fa la crosta neanche se lo metti sulla brace del camino.

L’Almerina diceva che in città avevano la tessera per il burro e l’olio e che nelle macellerie c’era la guardia vicino al banco, perché la carne più buona andava tenuta per i soldati. Noi finché abbiamo un pugno di granone o due briciole di pane vecchio da dare alle galline, facciamo la frittata; e finché abbiamo due fili di paglia o fieno per le bestie, una tazza di latte per i bambini ci scappa sempre. Carrube o fave da dichiarare o metter da parte per il duce qui non ne abbiamo, e il verderame per le viti a noi non serve, che la nostra campagna è piatta come il petto dell’Emilia!

E neanche l’Emilia, che era la sorellina piccola di Fernando, si offendeva quando l’Almerina le diceva così, tanto era contenta di vedere ancora qualcuno che rideva, e che aveva voglia di prenderla in giro. Aveva dodici anni ma sembrava più piccola, perché era molto magra e avevano tutti il terrore che si ammalasse. Così la Dina qualche volta, prima di andare nei campi, attraversava la strada e andava a casa dei suoi, la casa con l’altalena. Andava a bere un bicchier di latte e a farsi coraggio, che Camillo e la Clorinda eran poi sempre la mamma e il papà, anche se ormai era una donna sposata. E se trovava un uovo nel pollaio, col loro permesso lo portava all’Emilia, che loro per fortuna erano tutti sani e forti, diceva, e non gli serviva di mangiare tutte quelle uova.

A casa dei Malaguti nessuno pativa la fame o almeno la si pativa tutti insieme, anche con chi veniva a chiedere qualcosa, che fosse un pezzo di pane o una maglia di lana. Si metteva magari meno lardo nella minestra, e patate e zucca al posto dei fagioli, che tanto veniva bella morbida e fitta lo stesso. E non si stava da soli, perché la sera c’era sempre qualcuno, nella stalla, che aveva voglia di far ridere i bambini, o qualche nonno che giocava a carte, sacramentando in dialetto quando veniva giù l’asso di briscola proprio nella mano del tre, mentre la Dina, con sua mamma Clorinda, filavano tanta di quella canapa da far le lenzuola e le tovaglie a tutto il paese, anche se era un po’ che non tiravano fuori il telaio dalla cantina della nonna.

Insomma, venne un giorno che le lettere di Fernando non arrivarono più. La Dina ogni sera rileggeva quelle vecchie, e poi le rimetteva a posto bene bene nel comodino, che non si sciupassero.

Di giorno, quando poteva, andava sempre più spesso a trovare l’Almerina, che aveva quei capelli neri neri e quegli occhi della persona bella, gli stessi che aveva Fernando, e poi aveva anche quel modo di ridere, come se andasse tutto bene, e di prendere in giro tutti, che la faceva stare un po’ più tranquilla.

La Dina aveva iniziato da qualche giorno a dar di stomaco la mattina, e sua mamma allora le dava un po’ di pane buono da bagnare nel latte, perché diceva, mangi poco, t’um par un pipien, mi sembri un pulcino. Dopo la Dina stava meglio e non sapeva se era per il latte o per le parole di sua mamma, che era ruvida come la canapa ma le voleva un bene dell’anima. Le passava il male e si sentiva meglio, solo un po’ stanca.

Meno male che in quella stagione, a cavallo del Natale, in campagna si andava di meno; la terra dormiva sotto la galaverna, e si poteva lavorare da casa, a cucire e ricamare i corredi per le spose, o le camicette delle signore, anche se ormai se ne vedevano poche anche nei caffè delle strade belle di città.

E si poteva parlare con le altre donne della famiglia, fitto fitto, in dialetto, dicendosi che presto i mariti e i fratelli sarebbero tornati, e avrebbero fatto una tavolata nel giardino con l’altalena, e avrebbero chiamato anche Beppone con la sua fisarmonica, e anche Camillo si sarebbe messo a ballare con la Clorinda, facendo ridere tutti.

Vennero i giorni della merla, i più freddi dell’anno. La Dina si ricordava di quando suo papà le diceva dei merli, che una volta erano bianchi, ma poi in quei giorni di fine gennaio, un anno, faceva così freddo che la mamma merla li portò vicino al comignolo, per scaldarli, e la fuliggine li fece diventare tutti neri neri, solo con il becco giallo. La Dina si era sempre chiesta perché, anche se prendevano la pioggia, rimanevano così, tutti neri.

Passarono le settimane, e alla fine la lettera arrivò.

Ma non era di Fernando, era dell’Ottantesimo Reggimento di fanteria, e diceva parole difficili, tanto difficili che la Dina si mise seduta.

Con infinito cordoglio… partecipiamo la dolorosa notizia alla famiglia… il defunto cadde serenamente in faccia al nemico… vero eroismo da Italiano… olocausto della sua balda esistenza… lenimento alla famiglia, e conforto, il sapere che tale sacrificio… la riconoscenza della nazione… gli Ufficiali e i commilitoni tutti ne amarono le egregie doti… rimpiangono la perdita… ammirazione per coloro che danno la loro vita per il bene della Patria…

La rilesse quattro volte, finché non si sentì male, e ricominciò a vomitare, come anche le era successo quella mattina presto, prima che sua madre le desse un goccio di latte tiepido. Ma adesso vomitava e piangeva, tutto insieme, e non voleva vivere più, perché aveva capito che il suo Fernando glielo avevano preso, alla fine. E se lo immaginava, con le mani dure dal freddo, lontano da casa, lui che quando partiva col camion non vedeva l’ora di tornare. Se lo immaginava con la faccia scura, sporca di sudore e di polvere, forse di grasso nero, per nascondersi dentro la buca nella terra che lo doveva proteggere dalle granate di quegli altri soldati, che erano poi i Greci se aveva capito bene.

Pensava ai merli allora, che si erano sporcati con il nero del fumo e non si erano puliti più. E chi avrebbe pulito il viso d’angelo del suo Fernando, che aveva quegli occhi grandi e neri della persona bella. Nero per nero cadde a terra e non ci capì più niente.

Si svegliò con davanti la faccia di sua mamma Clorinda, e dell’Almerina, che però adesso non rideva, ed erano tutti preoccupati per lei.

La Dina si tirò su, perché comunque era una donna coraggiosa, e sua mamma non doveva vederla così, lei che era vecchia e aveva già capito tutto, e piangeva come una bambina anche se non sapeva leggere quella lettera difficile. Tutti avevano già capito.

La Dina risentì allora quella nausea che la prendeva, qualche volta, allo stomaco; e pensò che non assomigliava però tanto a quella di quando aveva letto la lettera, e aveva iniziato a vomitare, ma che assomigliava forse, anche se non era uguale, a quella di quando si svegliava la mattina.

Pensava cose confuse, come quando alla monda stava troppe ore chinata con il sole in testa, e doveva andare alle baracche a bere un goccio d’acqua.

Si posò una mano sulla pancia e chiuse gli occhi.

Pensò al suo Fernando, aveva il viso tutto pulito ora, i calzoni da sposo troppo corti, la camicia bianca candida. E poi lo rivide ragazzo, sul suo camion, quando la veniva a prendere alle quattro per accompagnarla alla monda e lei gli parlava tutto il tempo per non farlo addormentare. E poi lo rivide bambino, quando le portava un fiore selvatico dal prato dietro la chiesa, e lei lo metteva tra i capelli. Sentì la sua pelle morbida, quando con le labbra gli sfiorava la guancia mentre la nonna non guardava.

Tutti le parlavano.

I suoi fratelli, le sorelle di Fernando, i suoi genitori. In quel momento le parve di udire solo cose incomprensibili, una lingua che non conosceva più, mentre la consolavano di una cosa per cui non ci si poteva consolare, mentre l’abbracciavano con gli occhi gonfi. All’Almerina, pareva che le dovessero cascare per terra da un momento all’altro quegli occhi neri neri e grandi come quelli del suo Fernando, lei che di solito rideva sempre. E sua mamma le accarezzava il viso, con le mani che odoravano di pulito, dure e ruvide come la pietra, nel modo più dolce che si può.

Piangeva, la Dina. L’unica cosa che capiva, era che alla fine Fernando glielo avevano portato via.

Sentì di nuovo quella nausea forte, che assomigliava forse, anche se non era uguale, a quella di quando si svegliava la mattina. Si toccò la pancia un’altra volta. Il suo Fernando, ne era certa ormai, le aveva lasciato qualcosa da cui ricominciare.


Isabella Bignozzi. È medico di formazione, ha vissuto e studiato a Bologna, Torino, Roma. Ha scritto numerosi lavori di ricerca medica e svolto consulenze editoriali di tipo scientifico. Ha scritto racconti, letture critiche e poesie per AltriAnimali, exLibris, PulpLibri, Spore, Risme, Offline, Narrandom, Futura, Typee, Crack Rivista. Si è formata come Redattore Editoriale presso Oblique. Il suo primo romanzo è uscito il 27 febbraio 2020 per La Lepre edizioni.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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