Formicaleone

Marco Vichi risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Caro John,
ti capisco… Fin da ragazzino ho voluto guadagnarmi da vivere scrivendo. Per anni l’ho sognato, ho riempito gli armadi di romanzi e racconti che nessuno voleva, ma non potevo smettere di scrivere, e anche se nessuno mi avesse mai pubblicato, avrei continuato ad accumulare pagine scritte fino alla fine dei miei giorni… Perché scrivere, come leggere, è guardarsi in uno specchio speciale capace di farti vedere quel che non vedresti, e di quello specchio non riuscirei a fare a meno… anche quando affondo nelle paludi più pericolose e vedo davanti a me un me sconosciuto: specchio, specchio delle mie brame, chi è quell’uomo con le squame?

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

Caro John,
per scrivere ho sempre avuto bisogno di una certa “condizione” interiore, che non saprei descrivere. Ma ho capito che anche quando non scrivo, sto scrivendo. Sembra un paradosso, ma non lo è. Sono anche convinto che scrivere pagine brutte (e ovviamente saperle riconoscere e cancellarle) serve quanto scrivere una pagina buona, anzi, forse le pagine brutte, per migliorare la scrittura, sono ancora più utili, perché fanno maturare lo spirito critico verso se stessi. Comunque sia, anche senza tanti arzigogoli, scrivere è bello, divertente, affascinante, scatena emozioni sorprendenti, ti accompagna a esplorare territori nascosti dentro di te… e se ti pagano è ancora più bello, così puoi fare solo quello e pagarci le bollette.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Dio mio John, se penso a un grande scrittore come te chiuso in un ufficio a scrivere per l’industria del cinema di Hollywood, mi viene la pelle d’oca. Mi ricordo bene in Dreams from Bunker Hill, la scena in cui, andando a vedere al cinema un film western che avevi scritto, della tua sceneggiatura riconoscesti solo un pellerossa che scendeva da cavallo e diceva: Augh! Mi domando sempre come sia possibile che i tuoi romanzi non abbiano avuto subito il successo che meritavano. Ma questo ha scatenato, negli anni successivi, un tam tam di lettori (io in prima fila) che sentivano il dovere di diffondere il verbo fantiano, proprio per il grande divario tra la forza narrativa della tua scrittura e il suo mancato riconoscimento. Forse questa incomprensibile “anomalia” dipende dal fatto che eri un Dago, un italiano? Anche Bukowski la pensava come me… Eh sì, mi copiano tutti.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

John,
è sorprendente come tu sia stato capace di cogliere alcuni aspetti dell’Italia in così poco tempo, ma in realtà non dovrei meravigliarmi, i grandi scrittori hanno un occhio in più per guardare il mondo. Di certo in questo paese gli imbroglioni e gli impostori non mancano, purtroppo. È la patria del Gatto e della Volpe. E se Collodi non mi avesse rubato l’idea, avrei scritto Pinocchio.


Marco Vichi è nato a Firenze nel 1957. Presso Guanda ha pubblicato diversi romanzi e quattro raccolte di racconti, esplorando varie direzioni narrative, fino alla narrativa per bambini. Ha curato antologie, ha lavorato per adattamenti televisivi, ha scritto copioni teatrali, testi per canzoni, sceneggiature, e ogni tanto tiene laboratori di scrittura. Il suo sito internet è www.marcovichi.it

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