Formicaleone

“Barbone” di Raffaella Arena

Il rombo continuo dell’aereo mi sveglia. La camicia celeste del grassone accanto me si alza e si abbassa. Stringo le ginocchia, per non sfiorare le sue. Sistemo il mio zaino a forma di orsetto sulle gambe, affinché non cada. Arriccio le punte del mio caschetto liscio e nero e guardo dal finestrino: il deserto dello Utah si stende flemmatico sotto di noi. Alla New Centaur Film Company mi aspettano. “Le tue ferie sono finite”, mi hanno detto al telefono. Sto volando verso il mio lavoro.

Tiro fuori dallo zaino uno specchio e mi guardo attraverso le lenti scure degli occhiali da sole: mi giro da una parte, dall’altra. Il rossetto non è sbavato. Il mio bomber in finta pelliccia color cognac non si stropiccia mai nei viaggi in aereo. 

Mi sono appisolata e ho fatto ancora quell’incubo. Avevo otto anni e la nonna rapiva di nuovo Barbone.

Io e Barbone spiavamo da una fessura mia madre con la testa avvolta da un turbante di fumo, una sigaretta in una mano e la penna nell’altra, scorrere pigramente gli annunci di lavoro della Sicilia. Mentre mia nonna, all’altro capo della stanza, era china sul tichititoc della sua macchina da cucire, con la quale trasformava ogni tipo di capo in un altro. 

Eravamo chiusi dentro allo sportello del mobile della cucina, la mia gamba toccava la bombola del gas. Stavamo stretti là dentro, ma era così intimo: il posto perfetto per raccontarsi segreti e stare abbracciati in penombra, io e lui.

“Ti sta bene questo fazzoletto al collo”, gli dicevo, sistemandogli il pezzo di cotone a pois gialli che avevo rubato dai cassetti della macchina da cucire. L’estremità del fazzoletto puntava verso la B rossa che aveva ricamata sul cuore.

“Lo dici solo perché me lo hai regalato tu. Però mi piace. Sembro un cowboy. Pof, pof”. E mi lanciava quei suoi lazi di fumo sulla faccia. “Dai! Si soffoca!”, tossivo io, sventolando la mano davanti al naso.

Avevamo le ginocchia sotto al mento, almeno io. Barbone non aveva ginocchia. Piuttosto aveva delle gambette corte con il pelo arruffato come su tutto il resto del corpo. Ma cosa non sapeva farci con quelle gambette! Barbone galoppava in sella a un appaloosa nelle praterie del West. Guidava una Harley su strade lunghe e inghiottite da pareti rocciose. Si arrampicava su  pini gialli e yucche centenarie. E stava rintanato in un mobiluccio da cucina in attesa che il nemico uscisse a fare la spesa.

Non so quando Barbone era entrato nella mia vita, per quanto mi riguarda c’era sempre stato. E non so neanche chi ce l’avesse messo: un amico di famiglia, un parente, una conoscente di mia madre o una vicina. Di certo non la mamma che non aveva mai un soldo suo. Né tantomeno la nonna, per la quale io e i miei impudenti fratelli eravamo un intralcio, figuriamoci se non lo era un orso di peluche da novanta centimetri lasciato in giro per casa a rubare ordine al grigiore quotidiano.

Fatto sta che io e Barbone vivevamo assieme ed eravamo più fratelli che con i miei fratelli. Spesso eravamo dietro una tenda, sotto un tavolo, a volte anche sotto il letto. 

Ci eravamo trasferiti dalla nonna perché la mamma aveva appena partorito Filippo e papà aveva ancora una volta un lavoro precario, i creditori alle calcagna e un’altra donna al fianco.

La  nonna si era lagnata anche allora, come avrebbe fatto negli anni futuri ogni volta che mia madre si sarebbe cacciata nei guai a causa di mio padre: “Non vi ci voglio più a casa mia. Trovatevene una vostra o cambia marito.”, diceva a mia madre, rimbrottandola.

Cacciarsi nei guai significava che mio padre era andato via di casa dall’oggi al domani, e mia madre era rimasta senza un soldo in tasca e quattro figli con misure e stomaci differenti a cui dar da mangiare.
“Non vi posso fare stare qua, Elvira. Non me lo posso permettere!”
“Ma non so dove andare con i ragazzi, mamma. Come faccio? Ti restituisco tutto. Mi trovo un lavoro e ti restituisco tutto, giuro.”

Si dicevano sempre così mia nonna e mia madre, una con perfidia e l’altra con lamentoso nervosismo. 
E così entravamo in quella casa per un mese, un mese e mezzo, e ne uscivamo dopo un anno o due, al ritorno di mio padre nelle nostre vite. Lo abbiamo fatto ad intervalli non regolari per tutta la mia infanzia.
Una di quelle volte avevo otto anni, i capelli a caschetto, un broncio serrato e un orsacchiotto alto quasi quanto me sempre per mano. 
E quando il tambureggiare della macchina da cucire si faceva lungo e monotono, io e Barbone partivamo per i nostri lisergici super otto mentali. Lui mi cucinava i fagioli con la salsiccia e le uova; per sé metteva il bollitore del caffè sul fuoco. Il riverbero arancione sulla padella, che teneva abilmente con una zampa, proveniva dalle fiamme, dalle rocce e dal tramonto assieme. “Tuo Padre tornerà, Lisetta, non ti preoccupare”, mi rispondeva pigramente, quando chiedevo di lui. “Lo ha sempre fatto. C’è gente che ha bisogno di libertà. Di respirare a pieni polmoni. Di non sentire il fiato di una moglie sul collo. E lui è fatto così.” Parlava da dietro i miei occhiali da sole di Barbie, con quella sua voce rauca e il sorriso ebete cucito sul muso. “E se questa volta non torna?” . “No, torna sempre ti dico. È andato qualche giorno nel deserto, come noi. È qui, anche lui. Magari lo incontriamo dietro a qualcuna di queste rocce rosse”. “E se non vuole più stare con noi?”. “Ti dico che è sempre tornato e sempre tornerà. E sai perché”, “Perché?” “Ma perché gli manchi tu, la sua piccola Lisetta. E ora mangia che le uova sono pronte”. E mi porgeva due uova di plastica e un würstel finto che io infilavo fra i denti per reggere la scena e non farlo rimanere male. E poi via al galoppo, avanti e indietro nel corridoio, una gamba avanti, il braccio a roteare una corda immaginaria sopra la testa e la bocca ad imitare lo scalpiccio degli zoccoli. 

Fu una di queste volte che mi resi conto che Barbone era ferito e  perdeva gommapiuma a fiotti. “Ma tu perdi sangue”, gli dissi, turbata. Ma lui, con dignità, si toccò la cucitura sul fianco sinistro e nascose il buco. 
“Io lo butto quest’orso se continua a perdere fuliggine!”

Diceva continuamente la nonna, ogni mattina, quando borbottando preghiere passava la scopa in corridoio. Quello era stato il teatro del duello fra mio fratello Giulio e Barbone. Li avevo visti incrociare i coltelli e fendere le impunture con sferzanti colpi di lama.  In mia temporanea assenza, giusto il tempo di una spalmata di nutella su una fetta di pane, Giulio era riuscito a stendere Barbone e a provocargli quella ferita. Ero intervenuta prontamente con un cazzotto e un calcio che aveva lasciato tramortito il presunto duellante per mezzo secondo, e aveva permesso al prigioniero di fuggire, mentre io e mio fratello ci azzuffavamo.

Da quel giorno la nonna aveva inserito una sequela di lamentele su “fuliggine, orsi del cavolo e bambini fastidiosi” fra i grani del suo rosario. Non mancava occasione per lanciare a me e Barbone tutto il suo dissenso sulla nostra amicizia, la nostra esistenza e il nostro futuro posto nel mondo. “Piccola mocciosa inconcludente. Non combinerà niente di buono nella vita con quella madre che si ritrova.” E mi spostava con un colpo di scopa, come se le mie orecchie non fossero all’altezza della tasca del suo grembiule grigio, in quel momento. 

Poi arrivarono i giorni del lutto. All’inizio non riuscii a capire cosa fosse accaduto. Lo cercai ovunque e siccome il primo indiziato era mio fratello Giulio, andai a cercare Barbone nel  cassetto degli attrezzi del suo comodino. Magari lo aveva nascosto per non farmi vedere una nuova più ampia ferita. Ma in mezzo a forbici, taglia balse, coltellini, seghetti e trapani da meccano, il mio orso non c’era. 

“Mamma sai dov’è Barbone?”, chiesi a mia madre mentre lei inseguiva le volute della sua sigaretta sul balconcino, fra una molletta e l’altra. “No, Lisetta, che ne so.”. Filippo giocava a terra con i dadi di legno da cui, come al solito, non riusciva a cavare una figura logica. E Andrea leggeva fumetti pancia a terra e talloni svolazzanti. Cercai sotto ai letti, dentro alle ante di mobili e credenze, dietro la tenda della doccia e nella vasca da bagno. Dentro il porta ombrelli non c’era, e neanche sotto all’armadio.

L’unica stanza alla quale non avevo accesso era quella della nonna e lì, quando lei era in casa, non potevo cercare. La sola ad avere il permesso di entrare con disinvoltura in quella stanza era mia cugina Benedetta detta Benny, la figlia del figlio prediletto, lo zio Nuccio. Benny che mi aveva sputato impunemente la caramella nella pastina, una volta. Quella che teneva la casa di Barbie con l’ascensore nella stanza della nonna. Quella che non dovevamo disturbare se il pomeriggio capitava da noi per il riposino. Io in quella stanza ci entravo quando la nonna era in chiesa e ne uscivo di corsa non appena sentivo la chiave girare nella toppa.

Lo feci la prima domenica dalla sparizione, ma anche lì di Barbone non c’era traccia.
Barbone era sparito. Forse era partito. Forse adesso si trovava in un deserto americano a cavalcare pigramente guardando l’orizzonte. 
Io continuai a entrare dentro gli armadietti della cucina, ma parlare con un tubo o con una bombola del gas non era la stessa cosa.
E poi gli armadietti diventarono troppo piccoli per potermici infilare. 
Infine la nonna morì e noi rientrammo in quella casa. Io avevo ormai dodici anni.

A dire il vero lo facemmo un po’ prima, e anche quella volta, dalle lenzuola tese e già profumate di cera, lei mormorò le sue rantolanti rimostranze. Lo zio Nuccio e la zia Franca erano troppo occupati ad accerchiare il letto di morte della madre e ad accaparrarsi l’ultimo sguardo amorevole, per il quale avevano combattuto tutta una vita. E così noi potemmo rimontare le tende piuttosto indisturbati e con sollievo, anche se sapevamo che non sarebbe durata per molto. Perché dopotutto la Nonna era la legittima proprietaria del contratto d’affitto pluriennale stipulato con la ricca possidente dell’intero stabile. E questa ci avrebbe fatto smammare al più presto. Sapevamo che saremmo finiti di nuovo, se non proprio sotto agli archi della Marina, in uno squallido bivani ammobiliato.

Mentre la nonna, ad occhi chiusi, cercava di resistere al sopore eterno, io ogni tanto facevo capolino nella sua stanza, che mi aveva sempre fatto orrore e ora più che mai, con i lumini elettrici accesi davanti al quadro dell’Immacolata Concezione e mia cugina Benny che le strofinava la mano e la guardava con il volto immobile come quello di una santa.  

Restai sulla porta, feci per girare da dove ero venuta e i miei occhi, che avrebbero dovuto essere velati dagli eventi, si appesero ad un particolare che si rifletteva, da sopra l’armadio, sul vetro di uno dei quadri di immagini sacre, che erano appesi di fronte. C’era una zampa di peluche color cognac che si nascondeva dietro il fregio di radica dell’armadio?

Quando la nonna mollò gli ormeggi e andarono via tutti, prete, parenti, prefiche e uomini delle pompe funebri, io trascinai, proprio davanti al suo armadio, la scaletta a tre pioli che lei teneva dietro la porta della cucina. Abbracciato ad una scatola del Monopoli, trovai un orsetto dello stesso colore di Barbone, ma molto più piccolo e impolverato. 

Al cimitero la mamma ci radunò tutti e tre attorno al suo vestito, mentre Filippo le si arrampicava sul petto per strappare i gelsomini aggrappati al muro della cappella. Gli zii con mogli, mariti e figli riempivano l’interno e dirigevano la tumulazione. Li salutammo uno a uno quando uscirono. Benedetta indossava un giaccone con degli strani inserti di peluche color cognac. Aveva una B rossa ricamata sulla tasca. 

“Ci teneva ad indossarlo, oggi. Lo ha cucito per lei la nonna scucendo dei pezzi di un vecchio peluche che aveva trovato in casa.” Disse Nuccio quando vide che lo osservavo. 
“E’ stato l’ultimo lavoro di cucito a cui si è dedicata” Aggiunse, rivolgendosi a mia madre e tirando su con il naso, mentre ci salutava. 
Mentre li vedevo allontanarsi lungo il viale del cimitero, mormorai: “Addio Benni”.  “Addio Barbone”.


Raffaella Arena nasce a Catania. Dopo aver frequentato studi scientifici, si iscrive a vari corsi di scrittura con Giorgio Vasta, Davide Longo, Giulio Mozzi. Nel 1998 e ,per due anni di seguito, alcune sue poesie vengono segnalate e pubblicate dal Premio Nuova Poesia Miramare di Rimini. Nel frattempo fa la libraia in una libreria indipendente. Un suo racconto è apparso sul numero 4 della rivista Risme del dicembre 2019

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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