Formicaleone

Claudio Magris: la doppia anima ovvero la sfida della diversità – di George Popescu

La critica ha accusato, sin dall’inizio, vale a dire, fin dalla sua prima importante opera, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, la difficoltà di determinare, in una maniera soddisfacente, non solo una precisa casella in cui far rientrare Claudio Magris, ma anche di definire, in termini abbastanza positivi, la tipologia delle sue opere letterarie. Senz’altro, la difficoltà è vera, e funziona, a mio avviso, come una provocazione al lettore, ma anche come una formula della scrittura che presieda ottimamente le doti di un intellettuale pronto ad affrontare una vasta gamma delle domande inquietanti del nostro tempo. 

In effetti, per Claudio Magris, figlio di un ambiente multi-culturale e pluri-linguistico, quindi, “uomo di confine”, come si autodefinisce, la formazione germanistica non pare (in quanto non è) soltanto un semplice percorso curricolare, didattico-accademico. È,  in realtà, una questione di opzione di destino, e, se dobbiamo identificare dei modelli della sua scrittura ce ne sono tanti, a partire da Goethe, attraverso Nietzsche, Hofmanstahl fino a Musil. Ma in che cosa consiste questo tipo di scrittura? Né narrativa, né saggio, né critica (tradizionale, se ammettiamo che esiste ancora), né memorialistica, né storiografia, né filosofia, né giornalismo sia esso la testimonianza di un intellettuale per la sua epoca, con tutta la responsabilità di un simile impegno; invece, la scrittura di Magris rappresenta tutte queste insieme. 

Questa premessa ci aiuta, forse, di poter delineare meglio la struttura di una’opera plurale, pluriforme, proteica, ricca di significati richiedendo, questi, sempre altre e varie strutture significanti; oppure di valutare forme fluttuanti, fluenti a seconda di come scivola lo sguardo dell’autore con lo scorrere di un fiume, col passeggiare nel Giardino Pubblico triestino, l’andare a piedi, nel pomeriggio o di sera per le vie di una città che coinvolge, nella sua geografia più intima, in uguale misura montagna e mare. Perlopiù, ci può aiutare ad identificare il suo tentativo di armonizzare il volo di un uccello di là dell’orizzonte in cui, appena sparito, l’acqua continua a persistere nella memoria della vista e porta con sé una risonanza di un’idea, di un libro nell’immaginario di un personaggio. 

C’è, dall’altro canto, in Magris, un’intrepida attenzione a differenziare, prima, ad armonizzare, poi, le voci di una sua pagina, sia questa di narrativa o di saggistica: una cosa sarebbe la voce del passato che irrompe nella memoria, a parte che si tratta della voce riconosciuta nella “biblioteca” del nostro sapere; e un’altra cosa è la voce, spenta nell’oblio collettivo, di un anonimo che non ha lasciato nessuna testimonianza tranne, forse, un nome, e che lo scrittore sostituisce per portarlo alla luce del presente. Ma esiste, in fine, anche una voce, per così dire, “viva”, del presente immediato, sempre sorvegliata dallo sguardo ai dettagli, alle abitudini quotidiane, nascoste, anch’esse, nel linguaggio. 

In questa direzione, Magris rappresenta, l’abbiamo già anticipato, uno scrittore per il quale la letteratura è, perché così dovrebbe essere, una sfida. Ma se si può dire la stessa cosa della letteratura in generale, la sfida del Nostro è, aggiungiamo, una continua e acuta sfida della diversità, del diverso, dell’altro. La provocazione, vale a dire il fine di ogni opera d’arte, parte dalla zona multi-etnica e multiculturale cui appartiene l’autore, nella quale la coabitazione e la convivenza sono ormai diventate quasi luogo comune, id estun modello di condivisione. Condivisione, sì, non obbligatoriamente degli stessi valori, ma dei valori, in parte, diversi, portati allo stesso livello di uguale ed orgoglioso rispetto reciproco, Magris prende in esame la diversità non solo come un’altra faccia dell’identità, ma come l’identità stessa, se si fa ricorso ad un sillogismo della logica elementare. Questo rappresenta, mi pare, uno dei fili rossi che attraversano il suo Danubio e che si definisce come il vero e proprio topos della sua intera opera. 

Oltre questa problematica così presente, così provocatoria in Magris, sussiste, in ogni sua opera, un altro tipo di approccio del diverso, della diversità e cioè al livello di una poetica che coinvolge il rapporto fra soggetto e oggetto, fra l’io narrante, l’io scrivente e il protagonista / i protagonisti, come nel generale rapporto soggetto-mondo, nella linea della classica alterità io/altro. 

Abbiamo scelto, per illustrare questo rapporto, il romanzo Un altro mare, forse il più “narrativo” fra i libri dell’autore. Nello stesso tempo, il testo di Un altro mare, oltre al fatto che include nel titolo la parola altro, che noi prenderemo come parolachiave, parola-spia nel nostro tentativo di decifrare la figura della scrittura di Magris, circoscrive anche la problematica dell’acqua, del mare, altro dominante toposdell’autore. Tralasciando la ricca semantica di questo termine-concetto in tutte le altre opere dell’autore, prendiamo in esame, cercando di seguire un modello ermeneutico, i suoi vari connotati in questo breve romanzo. Ci si offre, sin dall’inizio, quasi tutta la problematica letteraria di Magris; ma non solo, se pensiamo che si può identificare, insita in qualche parabola, anche ciò che possiamo chiamare l’impegno civile, politico, nel significato antico di questi attributi: e ciò, il binomio vita / arte come una omologazione sfidante, l’apertura verso il mare, un mare come una realtà già data, in quanto “gettata” (sulla scia di quel heideggeriano es gibt, espressione che rinvierebbe al destino umano).

Quindi, il mare come una metonimia del cosmo, metafora che sta anche per la morte, luogo, come suggerisce l’autore, primordiale, aurorale, per il suo ambiguo simbolismo: il simbolo della vita, del vivere, della creazione, del movimento perenne per schiudere nuovi orizzonti davanti all’uomo in cui vive ancora un Ulisse. Un viaggiatore che va in due direzioni, forse opposte: verso la sua Ithacae e verso le colonne di Ercole. La prima indica lo spazio dove c’è da sempre Penelope, in un’attesa che pare infinita, e che sta tessendo la tela, operazione che potrebbe simboleggiare, com’è noto, lo scrivere. La seconda direzione suggerisce un viaggio rivolto alla conquista dell’ignoto. Tuttavia, esiste, si sa bene, un simbolismo negativo del mare. Lo dice Magris in un suo intervento ad un convegno su Nievo: 

“Il mare ha avuto per secoli anche una valenza simbolica negativa. Le acque amare, gli abissi come simbolo del mare, l’elemento infido, ostile, incerto; il grande sudario che chiude l’ultima pagina di Moby-Dick di Hermann Melville, il naufragio di Ulisse in Dante […] il mare che logora, che smacca, il mare di ‘Ntoni nei Malavoglia di Giovanni Verga. […]”. 

C’è proprio nell’incipit del libro quasi tutta la problematica di Magris scrittore e saggista: il mare, e con esso il viaggio, per il momento soltanto come una promessa, come un invito a partire in cerca di quell’infinito che suggerisce, in fin dei conti, la stessa semantica simbolica del mare, e, subito dopo, abbiamo il topos geografico per eccellenza, Gorizia, dove vive un mondo plurinazionale con identità politiche e culturali diverse, che sono da sempre costituite come entità di sfida alla alienità e alla alterità.

Non insisto più su questo topos, così ben noto, poiché troppo tematizzato da Magris stesso in tante dense pagine. C’è anche un’altra sfida nell’incipit del libro: la metafora, diremmo, ontologica dello scrivere, ritrovabile in quella mancanza, sul banco del vecchio imperiale Staatsgymnasium di Gorizia, del calamaio (visto come “l’occhio di un ciclope”), e l’inchiostro che getta verso le finestre dei riflessi azzurri non ricordando nient’altro che “la lontananza del mare”. E così il mare si fa già presente, anche se non si tratta né dell’Adriatico, né del Mediterraneo, ma di un altro mare, appunto l’oceano. L’oceano come spazio del viaggio. Questa omologazione di piani (realtà-finzione-mare-scrittura) ci fa pensare ad una particolarità della letteratura di Magris come una forma di testualizzazione del reale, sia questo l’ambito quotidiano, la Storia, con la maiuscola, oppure una vicenda banale con gente comune, ma anche, come accade a volte, con dei protagonisti ripresi dalla biblioteca, da un orizzonte culturale di spicco, forse spesso dimenticati. La massima provocazione resta allora per l’autore il tentativo di portarli alle superficie del mare e, cioè, sotto gli occhi del lettore (scrittura-acqua-mare). Inutile sostenere che, in questa prospettiva, una pagina possa funzionare anche come un recupero meta-letterario ossia meta-filosofico. 

Ecco Enrico Mreule contemplare il mare, con l’occhio, “vecchio filologo” anch’esso, convocato a tradurre i palpiti impercettibili delle onde in luci e colori. E rivolto al vuoto: il sentimento intimo dell’infinito che si affaccia davanti, ossia quello interiore, di un intellettuale che sta proprio per affrontare la tentazione, considerata vana, di rappresentare il mondo per mezzo della scrittura. Qui abbiamo un secondo toposdel libro: il richiamo di un personaggio, Carlo Michelstaedter, che funge da “sosia” di Enrico in uno stupendo gioco di ruoli intercambiabili in cui il binomio vita-arte, realtà-pensiero prende il significato più pesante, più preciso della poetica narrativa di Magris.

Infatti, assistiamo, in Un altro mare, ad un atto-processo di confusione voluta, di sdoppiamento della persona di Enrico (non dimentichiamo, personaggio reale, culturalmente identificato): egli resta così per un lato se stesso, con una biografia sancita da prove documentarie, ma conservando ancora una larga zona di insicuro, di non-noto, spazio cioè aperto all’intervento immaginativo dell’autore. Per altro lato, Enrico sostituisce Carlo Michelstaedter, il quale rappresenta, non è difficile di immaginare, appunto la figura dell’Altro; ma si tratta, al nostro avviso, di un altro che, tramite il gioco immaginario assunto dalla poetica di Magris, arriva a diventare sé. Cosicché ci si arriva ad avere, sulla linea del progetto narrativo, una specie di vita post-mortem di Michelstaedter; certo, una sua possibilità, una replica, un riflesso nello specchio, virtuale, per dirlo in termini così di moda. Ma questo processo non finisce qui: Enrico continua a vivere come se la vita dell’altro, Carlo, avesse continuato e ce ne è la testimonianza i frequenti rimandi alla sua breve biografia, tragicamente interrotta per propria scelta, ma anche il suo pensiero che funziona come una specie di libro magico. In definitiva, Enrico è costruito, come personaggio, in una diretta discendenza del pensiero michelstaedtiano e, dunque, possiamo supporre che nella stessa linea si inserisce, almeno in questa sede, anche l’autore, dissociato, come è, sul piano narrativo, tra l’io narrante e Enrico stesso. 

A questo punto ci pare che tutte le tre istanze narrative e cioè, Enrico, l’io narrante e Carlo, siano ugualmente disputate da quella terza persona che assume la voce auctoriale della storia: l’autore, appunto, come deus asconditus, che sa tutto, ma tace per lasciar al lettore non soltanto l’andamento delle vicende, l’andar avanti della trama, ma anche la responsabilità, – ultima e forse definitiva, di tutto: l’etica dell’interpretazione. 

Ci sono disseminate nelle pagine del libro tante idee di Michelstaedter, soprattutto le due fasce del suo pensiero, sempre in un fertile confronto, la persuasione e la retorica, con una minima, appena avvertita distinzione, su cui mi pare che punti, con la sua intelligenza, Magris. Il paradosso michelstaedtiano, espresso sin dall’inizio del suo capolavoro, possa funzionare come una vera scommetta dello scrittore, di ogni vero scrittore, fatto con il suo lettore, modello oppure no: 

“Io lo so che parlo perché parlo, ma che non persuaderò nessuno”, pur invocando Michelstaedter, in propria causa, Sofocle, insieme con il quale aggiunge che questa “disonestà” è dovuta al fatto che la retorica “mi costringe a forza a farlo”. Come sappiamo, il pensiero michelstaedtiano – schopenhaueriano e nietzscheano, ma molto impregnato della filosofia greca, Platone innanzitutto  – è di un nichilismo raffinato, sottile come l’ondeggiare di un mare, sempre altro fino ad imporre il rifiuto a ciò che lui chiama filopsychia, e cioè l’attaccamento estremo alla vita: il desiderio della continuazione della vita segnata dalla nascita che è dunque vita solo perché ha avuto origine da una nascita e che falsa l’identificazione tra l’essere vivi – l’essere nati è sottoposta alla doppia dipendenza dal timore della morte e soprattutto dalla morte stessa. 

La vera essenza della vita, di una vita, consisterebbe nel vivere intensamente nell’ultimo eterno momento che precede la morte; lui, il Goriziano condanna quei non persuasi che “vivono per vivere, non per morire”, e la loro illusoria persuasione sarebbe la “paura della morte” eccetera, eccetera… 

Quindi, per ritornare alle voci distributive del romanzo, Un altro mare, Enrico, come uno che sente di continuo alle sue spalle lo sguardo accusatorio di Carlo, cerca di non vivere per vivere, anche se finisce per farlo, vinto dal paradosso dello stesso suo amico, ora ombra accompagnatrice, ora angelo custode, un Virgilio il quale, oltre che guidare il suo Dante per il mare–inferno rappresentato dal primo Novecento, gli dà anche la forza, così rara, della indifferenza quasi totale, quasi assoluta, trasformandolo in un barometro quanto sensibile tanto inutile: sordo. La sua “filosofia”, pratica, diremmo socratica, consiste, in primo luogo, in un non attaccamento a niente e a nessuno, neanche alle donne che gli vengono incontro, ma rimanere molto vicino al mare, come ad una istanza altera, simbolo del fluire nel vuoto, ondeggiando, così, sull’oceano inutile di una esistenza che pare piuttosto una non-esistenza. 

È, mi pare, una specie di vendetta a posteriori del destino del grande amico, suicidato ai soli ventitré anni. È proprio lui, Enrico Mreule, la persona più indicata, pre-destinata, così come ci fa credere l’autore in tante avvertenze, in tanti accenni disseminati nel libro, per seguire le tracce del pensiero michelstaedteriano: prendere su di sé la responsabilità della sua vita, “come l’abbia a vivere per giunger alla vita…; deve creare sé e il mondo, che prima di lui non esiste: deve essere padrone e non schiavo della sua casa”, in quanto ugualmente si impone. Avvertiva il Goriziano: “Non c’è cosa fatta, non c’è via preparata, non c’è modo o lavoro finito per quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via…”. 

L’unica vera “colpa” del protagonista sarebbe di non aver scelto la morte dell’amico; ma non è questa la grandezza del personaggio la cui figura sembra filtrata dalla Biblioteca kakaniana mitteleuropea?. E, forse, con qualche influsso bizantino, ricordando un poco le strutture nastratiniene di una letteratura orale che circolava – e circola ancora – in alcuni paesi dei Balcani, sicuramente nel mio, come vere e proprie modalità di difesa: contro il male storico, contro la stupidità, contro l’ignoranza dei padroni, di ieri ma anche d’oggi e di domani, contro la sfortuna, contro tanti dèi arrabbiati, non si sa mai per quale motivo, anche, per dirlo con le parole di un personaggio creato da un grande scrittore romeno, il precursore di Ionesco, Caragiale, contro l’Europa, che, ahimè, “ci guarda, ci guarda…, e, in definitiva, cosa vuole da noi questa Europa”? 

Per Claudio Magris, uomo di confine ancora una volta, creatore straordinario di un mondo sottratto alla storia così paradossale e insieme affascinante, oltre che assurda e, quindi, quasi indecifrabile, questo suo Un altro mare ci ricorda, tramite l’indimenticabile protagonista, risuscitato dalla “biblioteca” goriziana, un altro autore romeno, Cioran: non solo perché si possono trovare tante similitudini di idee fra egli e la coppia Enrico-Michelstaedter, tra cui basterebbe ricordare soltanto l’elogio del suicidio, ma soprattutto perché, in molti degli scritti cioraniani del periodo romeno, egli parlava di un progetto di “uomo senza destino”. 

Figura di un “meteco”, se prendiamo soltanto il significato più elevato del termine, Cioran si avvicina, almeno per un lettore romeno, come io sono, al protagonista di Un altro mare, che sarebbe, non dimentichiamo, un gemellaggio Michelstaedter-Mreule: il difensore della sentenza marcaureliana “L’inconveniente di essere nato”, autore di tante riflessioni amare temperate dal sorriso e dall’ironia del saggio, egli rimane anche uno spietato decostruttore di sistemi e mode passeggere, uno smascheratore di ogni assurda pretesa di spiegare il mondo, un esule condannato a un destino di solitudine e inattualità, approdato (parola-chiave per la scrittura di Magris) ad un nichilismo devastatore, ma orgoglioso e cosciente, dandy e misantropo. La più grande provocazione di Cioran resta, forse, la contemplazione impietosa e lucida della propria miseria e delle grandi finzioni intellettuali, animato dalla tentazione dell’assoluto e dalla coscienza della vacuità del tutto.  Ma forse Cioran, ossessionato, com’era, della costruzione di se stesso, non ha saputo cercare la prova dell’altro. Anche se quest’altro si identifica con un mare. E non mi pare del tutto inutile aggiungere che Cioran appartiene, anche lui, ad una geografia mitteleuropea, cosi cara e così intima a Claudio Magris.


GEORGE POPESCU. Nato nel paesino Georocu-Mare, nel sud della Romania, vicino a Danubio. Frequenta il Liceo umanistico “Carol I” di Craiova, la Facoltà di Lettere dell’Università di Craiova e si laurea con una tesi su Lucian Blaga . Più tardi conseguirà anche il dottorato su “Lucian Blaga și paradigma gândirii europene / Lucian blaga e il paradigma del pensiero europeo” all’Università di Bucarest. Ha lavorato per anni come giornalista culturale, ha fondato e coordinato riviste e pubblicazioni di vario livello, ed ha insegnato da titolare di Letteratura italiana moderna per più di 15 anni all’Università di Craiova presso Facolta di Lettere.
Come poeta ha pubblicato Desprinderea de brumă / Lo scatto da brina, 1983, Știința veselă / La
gaia scienza
 , 1993, Magna impuritas, 1997, Scrisori către lady Di / Lettere a lady Di, 2003, Sine
nomine. Fluturi orbi / Farfalle cieche
, edizione bilingua, 2006, Casă singură așteptând în picioare
/ Casa sola aspettando in piedi
, 2019

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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