Formicaleone

Vivere al Sud per lavorare al Nord, il confuso ritorno

Rubrica a cura di Anna Rizzo

Viviamo nel mito del ritorno al sud. Con l’effetto taumaturgico di aver unito finalmente madri e figli risolvendo il complesso di Edipo e il potere di sabotare ogni progetto lontano da casa. Le famiglie unite, il ragù che pippìa e i pranzi della domenica. 

Se prima il Malox lo prendevi per andare a lavorare, adesso prendi il Gaviscon per rimanere a casa. Anni di istruzione, esercizi fisici per affrontare in splendida forma la corsa ad ostacoli che è l’inserimento nel mondo del lavoro, corsi di dizione per eliminare le vocali aperte. Vestiti all’ultima moda e diete prive di carboidrati per rimuovere dal viso il gonfiore da lievito.
Sport praticati in religioso silenzio come il pilates e la corsa. Una débâcle. Che fino a poche settimane fa ci rendeva orgogliosi della nostra vita al nord, dove con merito e maniacale puntualità avevamo rispettato colloqui, riunioni e aperitivi in una vita che ci piaceva sempre più e che ci stava facendo crescere. Il mutuo, la casa, l’indipendenza e una rinnovata vitalità fino a quando si è abbattuto su tutti il virus, la pandemia e lo smartworking, e non ultimo la voce della mamma. Che con un penetrante e subdolo “TORNA A CASA!” Ha smaterializzato anni di faticosi traguardi con “qua non devi pensare più a niente!”e come in un incantesimo non siamo più riusciti a fare nulla.  

Ho sempre pensato, che il primo pizzo che si paga è quello nei confronti della famiglia, delle sue regole, e dei sistemi psicotici che oramai la psicologia ha reso chiari. Il desiderio di andare via da un luogo è sempre stato raccontato come tragico, per via delle migrazioni verso l’America in un epoca in cui era difficile comunicare, rimanere in contatto con i parenti e raggiungerli.

Oggi non è più così, ma sembra che questo sentimento di perdita, di abbandono e distanza sopravviva. Qualsiasi parte dell’Italia è raggiungibile in aereo, al massimo in un’ora e mezza e a prezzi accessibili. L’ingerenza della famiglia, la vicinanza, e il continuo fare capolino sulla vita dei figli adulti, è nauseante. Ha il potere paralizzante di fermare le vite. Per quanto uno possa crescere in un ambiente creativo e aperto, l’ombra lunga della famiglia getterà zavorre sui risultati, sui tempi e  le modalità di vivere. Ma quello che mi stupisce è come in anni di progettazione, su come migliorare la qualità della vita nelle province, e come creare un ambiente di lavoro sano, lontano dalle logiche clientelari e mafiose, senza rimanere scartati dalla velocità del nord, il southworking diventi l’unico argomento e il traino culturale del sud. Che poi vuol dire vivere al sud per lavorare al nord. 

Il desiderio di andare via da un luogo è sempre stato raccontato come tragico, per via delle migrazioni verso l’America in un epoca in cui era difficile comunicare, rimanere in contatto con i parenti e raggiungerli.

Per qualche settimana c’ho provato anche io a Palermo, e nonostante sia super socievole, ho trovato pochissimi interlocutori con cui confrontarmi in termini di lavoro, di idee, di spunti su cui riflettere e fare un’analisi critica dei progetti che stavo portando avanti. Così ho deciso di usufruire delle librerie della città. Che ahimè sempre meno, non riescono a fornire una bibliografia adeguata o spunti nuovi su cui posare lo sguardo. Così decido di andare ai Cantieri Culturali della Zisa dove c’è un centro di documentazione importantissimo.
L’ho frequentato per tre giorni. Poi mi sono depressa. Tre utenti al giorno, per motivi precauzionali e di distanza sociale, eravamo lontanissimi l’uno dall’altro e con la mascherina. Lo spazio è perfetto. Luce naturale e tetti alti. Migliaia di libri, intorno, che ahimè non si potevano toccare ma chiedere in prestito. Mancava l’energia fresh quella sensazione di sentire di far parte di un gruppo di persone vive, curiose, voraci di chiedere tu cosa stai studiando? Sentivo che quello che facevo, non importava a nessuno, non aveva senso e che in qualche modo lì, la mia prospettiva fosse pura retorica. Talmente evidente, talmente presente che l’idea del margine la stavamo provando tutti.

“La comunità in cui cresciamo incide sulle nostre prospettive economiche forse più di ogni altra influenza, a parte i nostri genitori”, ce lo ricorda Raghuram Rajan, economista che nel Il terzo pilastro. La comunità dimenticata tra Stato e mercati, Bocconi Editore, nel 2019, spiega come la comunità svolga un ruolo importante nella società, tenendoci ancorati a una serie di reti umane reali, conferendoci la capacità di agire direttamente sul miglioramento dei servizi pubblici locali. 

Tornando a casa e camminando per la città, tra cumuli di immondizia, mobili, materassi e animali in decomposizione ho capito che non potevo reggere. Che studiare a casa da sola non era quello che volevo. Che osservare una città soffocata dal rumore di allarmi, sirene, clacson e urla mi dava un senso di precarietà e volgarità. Tutto ciò non aveva a che fare con la mia creatività e il mio sguardo interiore non poteva negoziare con la violenza strutturale che pervadeva la città. 

L’idea di southworking, bellissima appunto come “idea” mi sa di occultamento di natura morta viva. 

“La comunità in cui cresciamo incide sulle nostre prospettive economiche forse più di ogni altra influenza, a parte i nostri genitori”

Non penso che siamo pronti per un ritorno al sud, o di andare incontro al miraggio di un ritorno, tra i paesi spopolati e abbandonati raccontati da Vito Teti in Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Donzelli Editore. Un libro da leggere e rileggere per la densità di riferimenti letterari agli scrittori calabresi, e perché da spazio al racconto di uno dei sistemi abitativi e relazionali ormai esistenti in forma residuale. Quello della ghitonìa, chiave di lettura degli insediamenti arbrëshë e luogo di crescita pubblico e privato.E se lo facessimo, dovremmo farlo dando spazio a chi è rimasto lavorando in paesi e città difficili spesso nella precarietà. Perché loro più di noi hanno sperimentato il sud vivendoci. Lottando contro le mafie, la violenza strutturale, la misoginia e denunciando, creando delle professionalità che hanno messo al primo posto l’etica, la morale e la Costituzione.

Radicandosi non alla terra, ma a un progetto esistenziale, quello di voler fare qualcosa concretamente, partendo dalle disuguaglianze, dalle miserie, dai quartieri disgraziati di queste città. Parlare di lavoro al sud in veste glamour è l’ultima trovata di una comunicazione consumata che legge il paese ancora una volta in chiave familista. 


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

1 commento su “Vivere al Sud per lavorare al Nord, il confuso ritorno”

  1. Fabio Ventimiglia

    Trovo questo articolo divertente, lucido e tragico. Sono d’accordo.
    La recessione al sud inizia con l’assalto al ricco banco di Napoli da parte di coloro i quali sarebbero poi diventati “eroi”…
    Adesso ” la questione meridionale” ha lo stesso sapore del ragù esacerbato non da ingredienti, ma da edulcoranti.

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